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Il disco del mese – Fabrizio De André (L’indiano) di Fabrizio De André

Il mese di Febbraio è giunto al termine ma prima dell’arrivo di Marzo, eccoci giunti al nostro appuntamento mensile con la grande musica: Il disco del mese.
In questa occasione voglio rendere ancora una volta omaggio all’indimenticabile Fabrizio De André, non solo per l’affetto e l’ammirazione che provo per lui – lo considero uno dei più grandi poeti-cantautori della musica italiana – ma per un motivo a cui tengo ancor di più: il settantesimo anniversario della sua nascita. Anche se scomparso più di dieci anni fa, il 18 febbraio del 2010, De André avrebbe compiuto settant’anni.

L’album che mi accingo a raccontare è del 1981, conosciuto dalla maggior parte delle persone come L’indiano anche se il nome completo è Fabrizio De André – L’indiano. E’ il secondo album che De André realizza con la collaborazione di Massimo Bubola sia per le musiche che per i testi. Il duo per questa occasione compone otto canzoni che analizzano e sovrappongono due civiltà così diverse tra loro eppure così simili: quella degli indiani americani e quella del popolo sardo – in qualche modo legata allo stesso De André.

L’album è importante per ciascuna delle sue tracce, ma su tutte spicca Hotel Supramonte, scritta dal Cantautore ricordando il sequestro subito, da lui e da Dori Ghezzi, parecchi anni prima proprio in Sardegna.

L’indiano comincia con un brano blueseggiante: Quello che non ho, dove il protagonista potrebbe essere non solo il cantautore ma anche il “famoso” indiano o l’abitante dell’isola italiana che elenca tutto quello che vede arrivare nella sua terra e che lui non possiede. Il paragone con il tempo attuale viene spontaneo, il protagonista della canzone non ha ville, Ferrari, beni di lusso ecc. ma vive la sua vita e sta bene.
Quello che non ho è uno dei brani più movimentati del disco e il contrasto con la seconda traccia, Canto del servo pastore, si sente perché ben definito: il ritmo è più lento. In Canto del servo pastore è il servo che parla, un servo a cui non è stato insegnato neanche il proprio nome. Anche qui, proprio come nel primo bano, tutto ciò che circonda il protagonista è accettato con benevolenza.

Proseguendo l’ascolto, è la volta di una delle canzoni più conosciute: Fiume Sand Creek. Si fa un passo avanti nel racconto (e nel disco), il protagonista questa volta è un bambino che con i suoi occhi descrive la strage degli indiani avvenuta nel 1864 ad opera di un colonnello, strage che non può passare inosservata e che tocca così tanto il cuore da dedicare il quarto brano a una preghiera: Ave Maria. La canzone in realtà è un canto tradizionale sardo che per effetti e atmosfera ricorda molto lo stile di un grandissimo gruppo: i Pink Floyd – spero di non aver esagerato, chiedo scusa se così, ma il paragone mi viene spontaneo.

Arrivati alla quinta traccia L’indiano subisce un cambiamento, come se si dividesse in due e cominciasse a raccontare altri mondi pur rimanendo sullo stesso tema. Le canzoni infatti sembrano diverse ma non lo sono, il legame c’è e lo si sente solo con un ascolto approfondito.
Hotel Supramonte è il primo brano che si incontra in questa seconda parte del disco e come anticipato in precedenza, narra del sequestro del cantautore e della moglie (Dori Grezzi), della loro prigionia e dei giorni che trascorrevano nel dubbio e nell’incertezza sul futuro.

“E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome / ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme / ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano / cosa importa se sono caduto se sono lontano / perché domani sarà un giorno lungo e senza parole / perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole / ma dove dov’è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.”

…non sono solo versi, è poesia!

In Franziska avviene una cosa strana, un capovolgimento, il narratore diventa una ragazza che racconta e parla dell’amore per un uomo, per un bandito che purtroppo non potrà mai star con lei. “Franziska è sola e stanca di aspettare“.
Ma l’amore finisce? Assolutamente no, come qualsiasi grande sentimento ritorna e questa volta lo fa in maniera dolce e allegra ma anche amara proprio come la storia che viene descritta in Se ti tagliassero a pezzetti.

Il brano di chiusura Verdi pascoli è un reggae. L’intro è affidato a Lele Melotti, alla batteria. Questa canzone è una sorta di confessione, dedica, da parte di un padre distratto ai suoi figli, la volontà di star loro vicino e di giocare senza perdere troppo tempo.

Fabrizio De André – L’indiano è un album il cui ascolto è consigliatissimo non solo per la presenza di canzoni fantastiche ma perché il De André qui rappresentato, pur conservando la poesia a cui siamo abituati, canta canzoni così diverse che la sorpresa è garantita e molto molto gradita.

Musicisti:
Gabriele Melotti (batteria),
Pier Michelatti (basso),
Tony Soranno (chitarra acustica e elettrica),
Mark Harris (tastiere)
…e tanti altri…

Tracklist:

1. Quello che non ho
2. Canto del servo pastore
3. Fiume Sand Creek
4. Ave Maria
5. Hotel Supramonte
6. Franziska
7. Se ti tagliassero a pezzetti
8. Verdi Pascoli

Di Fabrizio De André parliamo anche sul forum nel topic: Volammo Davvero…con Fabrizio De André!

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Creedence Clearwater Revival dei Creedence Clearwater Revival

Anni ’60 e Anni ’70, non so voi ma il mio cuore anche se non ha la stessa età di tutti i gruppi che c’erano in quel periodo, mi riporta lì, agli anni d’oro della musica rock, della Musica scritta con la M maiuscola, la musica che aveva qualcosa da dire e che si rinnovava di continuo proprio come le idee dell’epoca.
Ancora più indietro allora, se Il disco del mese precedente era del ’74, questa volta approdo alla fine degli Anni ’60 con il primo lavoro di un grandissimo gruppo, dei Creedence Clearwater Revival, che con il loro album regalano alla storia canzoni indimenticabili e vere pietre miliari che a distanza di anni conservano ancora il loro sapore originale, intatto anche dopo più di quarant’anni. Fantastico!

L’album scelto per rappresentare questo mese si chiama proprio come il gruppo, Creedence Clearwater Revival (ndr, CCR), ed è del 1968. Costituito da otto brani che variano dai due minuti agli otto, per un totale di circa trenta minuti di buona musica, CCR viaggia attraverso un rock genuino e contaminato da così tanto blues che i due generi si fondono e si confondono così bene che risulta difficile scinderli e capire dove comincia l’uno e dove finisce l’altro.

Ad aprire le danze di questo primo album è una cover memorabile la cui versione originale è di Jay Hawkins: I Put A Spell On You che il gruppo scelse non solo come prima canzone ma come primo singolo. Già dalle prime note si viene trasportati via, in un viaggio attraverso la musica e tra sonorità poco definite ma molto “pulite” per l’epoca in corso. Il solo di chitarra è affascinante e anche i diversi stacchi, i crescendo non sono da meno, il tutto si amalgama alla voce di John Fogerty in maniera perfetta. I Put A Spell On You è da ascoltare e riascoltare più volte senza interruzione fino a quando non la si sente dentro: è un uragano di emozioni e siamo solo all’inizio del disco, figuriamoci il resto!

Ma come tutte le cose belle la prima canzone arriva alla fine ma non bisogna disperarsi perchè a seconda traccia non è da meno. The Working Man è sicuramente diversa dalla precedente, è più blues: soprattutto nella chitarra e nei soli e negli stacchi. Caratteristica del brano è lo scambio, il botta e risposta, che c’è tra voce e chitarra solista. Molto bello.

Ed eccoci giunti alla vera perla del disco, alla canzone che anche i sassi conoscono e cantano perchè non si può non conoscere: Suzie Q. Che dire, è il brano più lungo e i suoi otto minuti se li merita tutti perchè è un condensato di emozioni, suoni e idee che all’interno della canzone volano, viaggiano, prendono aria, si espandono ed esplodono. Suzie Q è una canzone da ascoltare e assaporare ad occhi chiusi, luci basse e candele accese, in essa vive e rivive ogni volta lo spirito dei Creedence Clearwater Revivial.
E proseguendo con l’ascolto ci si trova di fronte alla seconda cover del disco: Ninety-Nine And A Half di Wilson Pickett. La voce del cantante viene esaltata dal testo, è lei la protagonista principale e la musica l’accompagna divinamente, le brevi pause, i riff e i fraseggi sono perfetti, i brevi momenti di solo che eseguono tutti gli strumenti fanno da lancio a quello finale della chitarra, un solo molto rock in perfetto stile Creedence.

Get Down Woman è un blues che più blues non si può. E’ tradizionale sia per quanto riguarda la struttura del brano che i suoni, ma anche per i riff di chitarra e il modo in cui la canzone viene cantata. Lunghi momenti musicali e cambiamenti si esprimono al meglio nei tre minuti e mezzo del brano, sono curati in ogni parte e da tutti gli strumenti.
E continuiamo con il blues ma questa volta l’influenza rock si sente di più. Porterville è una canzone ritmata, il cantato non è solo solista, anche i cori presenti contribuiscono a renderla particolare, simpatica, un’amica che ha qualcosa da dire e che non ha peli sulla lingua…

Un inizio scuro affidato alla batteria, alla chitarra e alla voce per poi proseguire e crescere fino ad un solo distorto. Gloomy è, nei limiti naturalmente, la canzone più dura di questo album. Ma nonostante questo è in linea con lo stile generale e con la genialità dei Creedence. Ben due pause sono presenti nel brano e in entrambi i casi quello che viene dopo è un solo ma nel secondo, verso la fine, si ha un’esplosione e l’accompagnamento di tutti gli altri strumenti. Un ostinato all’unisono e si riprende verso un nuovo orizzonte perchè Gloomy finisce ed è l’ora di Walk On The Water, degna continuazione del brano precedente e ottima chiusura per un disco carico di emozioni.
Il brano è caratterizzato da un ritmo incalzante di batteria e di basso, la sezione ritmica si esalta e con lei anche il cantato di Fogerty. I momenti musicali son tanti e potenti, ad essi seguono brevissimi silenzi che si notano e che servono a rendere il brano una scoperta continua.

I Creedence hanno fatto un ottimo lavoro con la registrazione di questo disco, è magnifico e dovrebbe essere presente in tutte le collezioni musicali che si rispettano. La musica è la protagonista, prende per mano l’ascoltatore e lo fa tornare indietro, avanti e indietro, nel tempo e nello spazio perchè ci sono spunti che negli anni successivi verranno presi in considerazione e riutilizzati e questo non fa altro che confermare che i Creedence non erano secondi a nessuni ma veri e propri maestri.

Musicisti:
Stu Cook: basso
Doug Clifford: batteria
Tom Fogersty: chitarra ritmica
John Fogerty: chitarra solista, voce

Tracklist:
1. I Put A Spell On You
2. The Working Man
3. Suzie Q
4. Ninenty-Nine And a Half
5. Get Down Womn
6. Porterville
7. Gloomy
8. Walk On The Water

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Crosswinds di Billy Cobham

Questa volta si cambia. Non saranno musica e parole a parlare ma solo musica, infatti, il disco scelto a rappresentare questo mese nella nostra rubrica è niente di meno che Crosswinds del grande maestro dei tamburi Billy Cobham.
A chi piace il genere strumentale troverà in Crosswinds un album di tutto rispetto che va bene anche a chi non “mastica” questo genere di musica e vuole allietare le proprie orecchie con qualcosa di curato e raffinato.

Crosswinds è un album del 1974 e si sente, i suoni sono un po’ grezzi ma allo stesso tempo puliti e questo fa sì che la musica parli, racconti delle storie e venga trasportata dal vento, da un vento di tempesta, quasi un uragano – come il titolo dell’album. Non dura tantissimo questo disco, ma i trentacinque minuti di musica sono di altissimo livello e suddivisi in quattro tracce principali di cui solo la prima ha quattro movimenti.

E come poteva cominciare un album che porta per titolo Crosswinds? Ma con il suono registrato del vento: primo grande protagonista delle canzoni. Il vento soffia e in lontananza si sentono campane suonare e l’atmosfera cresce sempre di più man mano che il vento diventa più forte.
Sempre rimanendo in lontananza, dopo le campane arriva la batteria di Billy Cobham e tutti gli altri strumenti che, pur sovrapponendosi e aumentando di volume, lasciano l’impressione di esser sempre bassi. La crescita vera e propria arriva con i fiati, con i loro fill e solfeggi. Sono loro che si uniscono al motore ritmico che non accenna a fermarsi, travolge tutto, è infinito: il grande Billy.
Belli gli stacchi, precisi, il primo movimento è caratterizzato da musica per un ambiente raffinato, quella che si ascolta sorseggiando un buon drink magari in dolce compagnia. Una breve pausa, un secondo per riprendere fiato, e poi via, si continua a viaggiare fino alla fine di Spanish Moss dove il vento ritorna come all’inizio.

Il secondo movimento, Savannah the Serene, invece, comincia con un suono dolcissimo di trombone e tastiera. La batteria è leggera, quasi inesistente anche se la sua presenza si sente.
Trombone in primo piano dunque e dietro tutti gli altri, in un lungo solo che occupa tutta la durata del brano e che viene interrotto solo dalla tastiera alla quale cede il testimone ma non per molto tempo: i fiati sono gli strumenti principali. E ritorna il vento… Questa volta ad annunciare il solo di batteria del grande Billy Cobham che nel terzo movimento, Storm, si lancia in due minuti di puro spettacolo che non si vorrebbe finisse mai! Il suono dei tamburi, i virtuosismi di questo grande maestro dello strumento, la velocità delle scariche e la precisione dei colpi sono doti uniche e irripetibili. In Storm il vento anticipa il suo ritorno anche se Billy non ha finito il suo solo, i due viaggiano insieme per qualche secondo fino ad arrivare al quarto e ultimo movimento: Flash Flood. Dove si ascoltano soli di due grandi musicisti come Randy Brecker e John Abercrombie, rispettivamente tromba e chitarra, in un ritmo funky/fusion che è un piacere ascoltare. Ottima scelta per la chiusura del brano che con i suoi diciassette minuti ha allietato l’ascoltatore perchè così variopinto di colori e di sfumature che risultano difficili da captare con un solo ascolto, ce ne vogliono di più.

The Pleasant Pheasant è la seconda traccia dell’album. Caratteristica sonora è il ritorno al funky e lo si fa subito, senza giri di parole, dall’attacco della canzone fino alla fine. Quattro sono i musicisti che eseguono dei soli, oltre a Billy Cobham troviamo le percussioni di Lee Pastora, il sassofono di Michael Brecker e il piano di George Duke. Tromba e percussioni rimandano a sonorità latine, il funky è affidato al sax e ai ritmi di batteria. In cinque minuti questi maestri riescono a esprimersi e lo fanno nel miglior modo possibile: passandosi la palla tra loro, senza mai sovrapporsi o fare più del dovuto, nessun va oltre, sa quando è il momento di fermarsi e di chiamare un altro strumento. Una canzone ricca e perfetta.

Heather è il terzo brano. Otto minuti di suoni, otto minuti di suspense e atmosfera.
Stupendi i soli di sax e le note che escono dallo strumento, gli intervalli, i silenzi, tutto è al posto giusto. Non ci si accorge del tempo che passa e la canzone con i suoi otto minuti va via in fretta lasciando una dolce sensazione di calore, una tenera coperta da abbracciare, dove cullarsi e coccolarsi.

L’album è arrivato alla fine. A Crosswinds è affidato questo compito. Canzone che da il titolo all’album non poteva esser da meno delle altre e infatti va oltre ogni aspettativa: è fantastica! Abercronbie e la sua chitarra si scatenano, ritorna il funky e tutti gli altri strumenti, la testa ondeggia con le note, ci si muove. La chitarra è stupenda, ovattata e con effetti giusti, Crosswinds è vento di tempesta ma una tempesta non violenta, di quelle che alla fine fan ritornare il sereno e splendere il sole più forte di prima.

Musicisti:

Billy Cobham: batteria
John Abercrombie: chitarra
Michael Brecker: sax
Randy Brecker: tromba
Garnett Brown: trombone
George Buke: tastiera
Lee Pastora: percussioni
John Willims: chitarra acustica

Tracklist:

1. Spanish Moss – “A Sound Portrait” – 17:08
a. Spanish Moss
b. Savannah the Serene
c. Storm
d. Flash Flood
2. The Pleasant Pheasant – 5:11
3. Heather – 8:25
4. Crosswinds – 3:39

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Profondo rosso dei Goblin

Ed eccoci giunti, con un po’ di anticipo rispetto al solito e per un motivo che spiegherò subito, all’appuntamento fisso con Il disco del mese. Perchè in anticipo? Semplice, in occasione dell’arrivo della festa di Halloween e del Giorno dei morti qui, su Libera-mente, verranno inseriti alcuni articoli un po’ più “macabri“, più horror e oscuri in attesa degli spiriti e del loro risveglio.

Dopo questa breve premessa, cominciamo proprio dalla musica e quale album rappresenta meglio l’orrore, l’oscurità e lo spettrale se non uno che accompagna un film horror tra i più conosciuti di tutti i tempi? Ma Profondo Rosso dei Goblin, naturalmente.

Questo album è la colonna sonora portante dell’omonimo film girato da Dario Argento nel 1975 e, nonostante siano passati più di trent’anni, ogni volta che lo si ascolta cresce la paura e non si può far a meno di guardarsi alle spalle per timore che arrivi qualcosa di inaspettato e sinistro.
Profondo Rosso è un capolavoro e regala, sia nella sua versione originale che nell’arricchimento e rimasterizzazione del 2005, un’ondata di musica di altissimo livello, curata sia nell’aspetto tecnico che nei suoni.
Realizzato pensando al film, ne rispecchia i vari momenti, gli stati d’animo dei protagonisti e tutto ciò che avviene nelle diverse scene: i Goblin hanno fatto un gran bel lavoro di fusione e di sperimentazione. Sì, sperimentazione perchè furono i primi in Italia ad utilizzare un sequenzer per registrare e mandare in loop, durante i brani, parti ripetute all’infinito che accompagnano le canzoni arricchendole di suspense.

Ma vediamo in dettaglio l’intero album che, ahimè, dura pochissimo, meno di mezz’ora. Una mezz’ora da brivido!

Profondo Rosso infatti è costituito da sette brani che variano in lunghezza da un paio di minuti a meno di sei, ma che riescono a creare quell’atmosfera d’incertezza, tipica dei film horror, esprimendola al massimo livello. E’ un album interamente strumentale e la bravura dei musicisti – ora certamente da considerare “musicisti storici italiani” – viene messa in risalto in un modo pazzesco.

La composizione d’apertura è sicuramente la più conosciuta e da’ il nome all’intero album: Profondo Rosso. L’intro è spettrale e realizzato da una tastiera e da un sintetizzatore, successivamente si aggiungono tutti gli altri strumenti e tra questi spicca il basso che con il suo riff apre le porte alla batteria e all’organo. Sono presenti diversi stacchi e momenti nella canzone, i crescendo rappresentano la paura, la materializzano sempre più, fino a scoppiare. I suoni sono bellissimi e il riff iniziale dopo un po’ di battute e per diverse volte si ripete: è come se si aprisse un’altra porta in una casa deserta senza sapere quello che c’è dietro…

Death Dies, a differenza della precedente, comincia con una grande botta, è potente. Si capisce subito a quale genere musicale appartiene: rock progressivo italiano. Caratteristica del brano sono gli inserimenti inaspettati e quasi sussurrati della tastiera, inserimenti che crescono d’effetto quando vengono abbinati alla chitarra. Molto bello l’ostinato ripetitivo di questa canzone, è “lui” il vero protagonista, fa smettere di respirare e trattenere il fiato. Continuando con l’ascolto, una piccola pausa, per poi riprendere con la musica fino al finale, finale lasciato al suono del battito del cuore.

Segue Mad Puppet, canzone che con i suoi cinque minuti e 49 secondi è la più lunga dell’album. L’intro è affidato al basso, sempre in primo piano, strumento al quale si abbinano e si sentono in sottofondo vari effetti di moog, sintetizzatore e di un tamburo da orchestra dal suono non amplificato e sporco. E mentre il riff di basso continua, ecco che arriva la chitarra con qualche nota da prima accennata, per poi affermare la sua presenza e aspettare l’organo. L’effetto di paura e suspense crescono.

La quarta composizione è intitolata Wild Session. Il brano ha un lungo intro di quasi due minuti, dove è davvero il vento a parlare, a intrufolarsi dappertutto, a creare vortici e spifferi che fanno rabbrividire. Ma non è solo questo a far paura, anche il suono dell’organo fa pensare a qualcosa di satanico, a un grido disperato d’aiuto finché non accade qualcosa: la musica cresce tutt’a un tratto. Il brano prosegue con riff di piano, batteria e chitarra e con un sintetizzatore che rafforza le parti progressive fino alla fine.

Deep Shadows è il quinto brano, un pugno nello stomaco perchè comincia davvero forte: stacchi all’unisono, chitarra potente e un basso martellante che anticipano e spianano la strada a tutti gli altri strumenti. Diversi sono i momenti presenti nella canzone: pause, cambiamenti di tempo e, finalmente, un solo di batteria del maestro Walter Martino che mette in luce tutta la sua bravura e la sua tecnica. Dopo questo solo il brano accompagna l’ascoltatore riprendendo la melodia iniziale.

L’album è arrivato quasi alla fine, restano soltanto due brani.
School at Night, diverso dai precedenti perchè è quasi un’aria lirica: si sentono tantissimo i fiati dell’orchestra con i loro sali e scendi di volume che accompagnano lo strumento principale, il moog. School at Night regala l’impressione di camminare all’interno di una scuola buia tra corridoi senza fine, con aule deserte e con un qualcuno che ci insegue: si sentono i passi!
Gianna è il brano di chiusura del disco, sembra un altro pianeta rispetto alle altre e forse lo è. E’ un intermezzo – dura poco più di un minuto – tranquillo e rilassante. E’ la fine di un incubo, fa sentire sollevati e quasi felici. La tromba e il pianoforte in questo caso fanno un ottimo lavoro, si fondono molto bene.

Non posso far altro che elogiare il lavoro dei Goblin, sono stati bravissimi nella composizione e nella creazione di tutte le atmosfere macabre, di attesa e di terrore, le stesse che ci sono nel film.
Profondo Rosso è una colonna sonora perfetta e i musicisti che l’hanno realizzata sono davvero bravi, la fusione dei suoni è impeccabile e il rock progressivo italiano vien fuori in tutto il suo splendore.

Musicisti:

– Massimo Morante: chitarre (in Profondo Rosso, Death dies, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
– Fabio Pignatelli: basso (in Profondo Rosso, Death dies, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
– Claudio Simonetti: tastiere (in Profondo Rosso, Death dies, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
– Walter Martino: batteria (in Profondo Rosso, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
– Agostino Marangolo: batteria (in Death dies)
– Antonio Marangolo: piano (in Death dies)
– Orchestra di Giorgio Gaslini: (in Mad puppet, Wild session, Deep shadows, School at night, Gianna)

Tutti i brani della tracklist sono ascoltabili da Youtube.

Tracklist del 1975:

1. Profondo Rosso – 3:45
2. Death Dies – 4:43
3. Mad Puppet – 5:49
4. Wild Session – 5:00
5. Deep Shadows – 5:48
6. School at Night – 2:09
7. Gianna – 1:52

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Toys in the Attic degli Aerosmith

Ad agosto il blog è andato in vacanza e dopo un mese di pausa ritorno con molto piacere a parlare di quei dischi considerati pietre miliari della musica, album di cui non si potrebbe fare a meno e che si ascolterebbero per ore e ore senza mai smettere.
Di dischi ce ne sarebbero tanti da recensire ma per questo ritorno ho scelto un album del mio gruppo preferito: gli Aerosmith e l’album si chiama Toys in the Attic.

Questo mese volo indietro al 1975, quando Steven Tyler & soci pubblicano il loro terzo lavoro dopo aver inciso Aerosmith, l’omonimo, e Get Your Wings. Se i primi due album all’epoca erano passati quasi sotto silenzio, è grazie ai “giocattoli in soffitta” che gli Aerosmith entrano di diritto nel panorama hard rock Anni ’70, riescono a farsi conoscere e cominciano a girare in tour facendo da spalla a gruppi come Kiss e ZZ Top.

Toys in the Attic è differente dai lavori precedenti ma non risulta assolutamente inferiore o non “fedele alla linea” anzi, di personalità ne ha tantissima, da vendere, perchè è con questo album che si capisce ancor di più la strada intrapresa dagli Aerosmith e la loro voglia di lasciare un segno nella Musica! Di paragoni con altri gruppi ce ne sono tanti: Led Zeppelin su tutti, ma anche Rolling Stones, ZZ Top ecc.

Questo album del 1975 comincia con una bella “botta”, con il brano che da’ il titolo al lavoro e che ha un ritmo talmente accattivante da scorrere via troppo in fretta. E’ Toys in the Attic ad aprire le danze, un brano che è stato anche rifatto da un gruppo di tutto rispetto come i R.e.m. alcuni anni dopo. Segno che la classe non è acqua!

Ma andiamo avanti. Dopo un inizio scoppiettante, da ballare, ci si ritrova di fronte a una quasi ballata dove i suoni si placano e si calmano: è la volta di Uncle Salty. Caratteristica della canzone è il riuscire a mettere in risalto sia la voce di Steven Tyler che la chitarra di Joe Perry, chitarra che riempie le pause presenti nel brano.
La quiete e la calma però non sono destinate a durare a lungo quando si parla di Aerosmith e infatti ci si ricomincia a muovere e lo si fa con la ritmata e movimentata Adam’s Apple: brano dove gli ostinati (piccoli passaggi obbligati, stacchi) non mancano. Da notare all’interno di questo brano il riff distorto in contrasto con l’assolo che sembra più tranquillo, quasi a voler invertire gli schemi “classici” di composizione delle canzoni hard rock dove il solo è invece il momento di massimo splendore ed espressione.

E siamo giunti al quarto brano. Cioè, al brano per eccellenza, alla mitica Walk This Way. Che dire, sicuramente è la canzone più conosciuta del gruppo di Boston. Reinterpretata dai RUN DMC in versione rap, questa canzone compie una vera e propria rivoluzione perché è una delle prime a fondere sonorità rap e rock. Gli Aerosmith non avrebbero mai pensato che Walk This Way potesse significare tanto e invece è andata proprio così, indimenticabile.
Grazie al rifacimento dei RUN DMC gli Aerosmith riescono ad uscire dal tunnel nel quale erano caduti: sesso, droga e rock & roll…un rischio in quegli anni.

Segue Big Ten Inch Record che apparentemente “stona” con l’intero contesto dell’album, ma in realtà rappresenta una parentesi, un ritorno alle origini – mai dimenticate dal gruppo – in cui ritroviamo un boogie d’altri tempi, un suono ancor più grezzo, rockeggiante, dove Tyler si esalta con l’armonica. Particolare del pezzo è la presenza di un pianoforte, il suo contributo è fondamentale anche se non risalta molto bene, per sentirlo bisogna ascoltare con attenzione la canzone.

E con il sesto brano arriva un altro gioiellino: Sweet Emotion. Questa canzone sarà quasi sempre presente nei loro concerti e si rinnoverà di continuo, gli anni passano ma non per lei!
E’ bellissima Sweet Emotion, un tributo ai Beatles ben riuscito. Il suono nell’album è ancora più cupo dell’originale e grazie a questa caratteristica riesce a trasmettere una carica mai vista, si resta lì, fermi ed affascinati durante l’ascolto. Peccato finisca troppo presto!

Nell’album troviamo anche il tempo per un arpeggio degno di nota e presente in No More No More. Le strofe sono coinvolgenti, l’alternanza del tema portante con i riff è perfetta. Anche questa canzone finisce troppo in fretta, infatti arriva subito Round and Round.
Questa canzone è definita da molti l’anello debole perché sembra ancor più fuori contesto se confrontata con le tracce precedenti, è dura, pesante e poco originale. Una nota stonata che si può perdonare.
E con You See Me Crying l’album giunge al termine. Una ballad dove la voce graffiante di Tyler cattura. E’ una ballad che onestamente poteva esser fatta meglio, ma il gruppo era agli inizi, non possiamo pretendere tanto, il lavoro fatto è ottimo.

Toys in the Attic è un album che non smetterei mai di ascoltare e non lo dico perchè gli Aerosmith sono il mio gruppo preferito, lo dico in quanto ci sono talmente tanti spunti e linee guida musicali che non solo si ritrovano in artisti più recenti, ma contribuiscono anche a rendere l’album una continua scoperta. Non dura tantissimo e credo anche questa sia la sua forza, passare velocemente ma venire catturato ancor più in fretta. Già, perchè alla fine dell’album non si può fare a meno che ripremere il tasto play o, come direbbero gli Aerosmith in tempi più recenti: “Just Push Play“!

Gli Aerosmith sono:

Steven Tyler: voce, armonica, tastiera e percussioni
Joe Perry: chitarre, coro
Tom Hamilton: basso
Brad Whitford: chitarre
Joey Kramer: batteria e percussioni

Tracklist:

1- Toys in the Attic
2- Uncle Salty
3- Adam’s Apple
4- Walk This Way
5- Big Ten Inch Record
6- Sweet Emotion
7- No More No More
8- Round and Round
9- You See Me Crying

Degli Aerosmith parliamo sul forum nel topic: Continua a sognare (Dream On) con gli Aerosmith!

Scritto da Mac La Mente