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Pentagramma – Innocent When You Dream di Tom Waits (1/3)

Pentagramma – Innocent When You Dream di Tom Waits (2/3)
Pentagramma – Innocent When You Dream di Tom Waits (3/3)

Innocent When You Dream è uno dei brani più belli e probabilmente più conosciuti di quello straordinario maestro della musica del Novecento che è Tom Waits.

Ballata malinconica e struggente, ma pure venata a tratti dall’inconfondibile ironia dell’autore, la canzone fu composta nel 1986 quale tema della commedia musicale Frank’s Wild Years, pièce scritta da Tom Waits e dalla moglie Kathleen Brennan e messa in scena nello stesso anno dalla Steppenwolf Theatre Company di Chicago con Tom Waits nelle vesti del protagonista Frank, un musicista sognatore e vagabondo alla ricerca di un improbabile, se non impossibile, posto al sole.
Nel 1987 fu poi pubblicata nello splendido album Franks Wild Years che riunisce i brani dell’opera teatrale insieme ad altri inediti.

Questa canzone è quindi parte di un insieme. Godibilissima e stupenda da sola, acquista però ancora più spessore e si arricchisce di infinite sfumature e risonanze, che consentono di apprezzarla e goderla nella sua pienezza, se vista all’interno dell’opera cui appartiene. Anzi, della duplice opera: da un lato il lavoro teatrale e il disco che la contiene; dall’altro la trilogia di cui il disco fa parte.

Infatti l’album è da ascoltare come terza parte della trilogia scritta da Waits negli anni ’80 e costituita da Swordfishtrombones del 1983 (uno dei cui brani più intensi si intitola non a caso Frank’s Wild Years), Rain Dogs del 1985 e, appunto, Franks Wild Years del 1987.

La trilogia a livello tematico è dedicata a rappresentare e cantare il mondo degli emarginati, dei sognatori, dei reietti, di quei rain dogs, i vagabondi e i senzatetto, che rappresentano l’altra faccia della società.

A livello musicale è dedicata alla sperimentazione e alla ricerca di sonorità capaci di raccontare ed esprimere dall’interno quel mondo, un mondo che l’artista ben conosceva per averne fatto parte per anni.
Per trovarle Waits si rivolge a tutte le forme di musica tradizionale e popolare americana, afroamericana ed europea: attinge dal folklore e dal teatro musicale, in particolare di Kurt Weil, dal cabaret e dal blues, dal rock e dai crooner (i cantanti alla Frank Sinatra), dal jazz e dalla musica da strada. Attinge e stravolge, deforma, distorce e contamina tra loro le sue fonti, per poi distillarne suoni e ritmi asimmetrici e dissonanti che la sua genialità artistica e il suo incredibile istinto musicale elaborano e fondono in un tessuto sonoro nuovo, originalissimo e perfetto. Una creazione musicale con la quale Tom Waits, grazie anche all’uso di strumenti di ogni provenienza – dal pianoforte alle marimbe e alle maracas, dalle chitarre elettriche al banjo e all’organetto – e di quello strumento stupefacente e unico che è la sua voce, riesce a raccontare come mai nessuno aveva fatto prima quel mondo parallelo degli invisibili e dei vinti che popolano il wild side, il lato disabitato e selvaggio, del sogno americano.

Tutto questo si ritrova nella pièce, nel disco e, naturalmente, in Innocent When You Dream. La canzone, come ho già detto, rappresenta il tema della commedia musicale, e viene quindi ripetuta più volte nei momenti topici dello spettacolo. Anche nell’album viene presentata in due versioni, una estesa nella sezione iniziale, Innocent When You Dream (Barroom), e una ridotta a chiusura del lavoro, Innocent When You Dream (78), a creare una struttura quasi circolare che racchiude in se’ l’intera storia di Frank.

Ma qual è questa storia, e quindi anche la storia del brano?
Frank è un suonatore di organetto che decide di abbandonare il suo paesino per andare a cercare fortuna nelle grandi città. Ma in città non c’è posto per lui e per la sua musica e, povero in canna e senza alcuna prospettiva, l’uomo si addormenta su una panchina e sogna. Sogna di tornare al suo paese, di ritrovare gli amici e la donna che ha amato, sogna di raccontare i suoi (inesistenti) successi. E finisce invece per raccontare la sua vera storia: la storia di un sognatore che, frustrato nel suo desiderio di realizzare il grande sogno, vive la vita randagia del reietto che non sa, non può e non vuole integrarsi nell’american way of life.

In particolare, Innocent When You Dream racconta il momento in cui Frank sogna di tornare al suo paese e ricorda la donna che ha amato e gli amici, tutti abbandonati per inseguire il suo sogno. Forse si sente in colpa, forse vorrebbe poter tornare indietro e cambiare le scelte che ha fatto. O forse no, forse rifarebbe tutto, chissà…
Ma in ogni caso, quale che sia il suo sentimento e quali che siano o siano state le sue scelte, i suoi sogni non hanno alcuna colpa. Perché quando si sogna si è sempre innocenti.

(continua)

Scritto da Vianne

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Pentagramma – Imagine di John Lennon (1/2)

Pentagramma – Imagine di John Lennon (2/2)

Per iniziare il nuovo anno con un augurio e una nota di speranza ho scelto il testo di una delle più belle canzoni di tutti i tempi, la canzone simbolo per eccellenza del sogno di pace e di un mondo migliore: Imagine di John Lennon.
Perché in questo 2009, cominciato sotto il segno della recessione economica mondiale e dell’ennesimo rombo dei bombardamenti in Medio Oriente, avremo forse più bisogno che mai di poter almeno sognare che un mondo altro, un bel mondo sia possibile.

Imagine, scritta nel 1971, un anno dopo lo scioglimento dei Beatles, fu pubblicata nello splendido album omonimo Imagine, il secondo lavoro solista di John Lennon, uscito nello stesso anno e contenente tra gli altri, oltre alla title track, pezzi come Jealous Guy, Oh My Love, It’s So Hard, Gimme Some Truth e I Don’t Want To Be a Soldier.
Il brano riscosse immediato ed enorme successo e apparve subito anche come singolo negli Stati Uniti mentre, per una bizzarra forma di censura, in Gran Bretagna uscì, quale singolo, solo quattro anni dopo, nel 1975.

Da allora Imagine ha avuto un successo crescente e ininterrotto nel tempo, tanto da diventare la canzone che più di ogni altra rappresenta John Lennon e la canzone emblema, insieme a Give Peace a Chance – sempre di John Lennon – dei movimenti pacifisti in tutto il mondo.
Oltre naturalmente ad essere, trentasette anni dopo la sua pubblicazione, uno dei brani più conosciuti e amati da pubblico e critica, al punto che, nei tanti e vari sondaggi compiuti da radio e riviste specializzate tra la fine del XX secolo e i primi anni del XXI, è stata votata quasi sempre come la canzone più importante del Novecento. Nella classifica dei 500 brani più importanti di tutti i tempi pubblicata dalla rivista Rolling Stones nel 2004 è al terzo posto dopo Like a Rolling Stone di Bob Dylan e (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones.

Ma qual è il segreto del suo fascino?
Personalmente, credo sia la sua straordinaria capacità di raccontare, con un testo della più grande semplicità e immediatezza, e, cosa ancora più importante, senza banalizzare ne’ volgarizzare, uno dei miti umani più profondi e universali: il sogno di un mondo migliore, il sogno di quel paradiso perduto dove l’uomo possa vivere in pace con se stesso, col proprio prossimo e con l’ambiente e possa vivere e godere il presente senza rimpianti per il passato e senza rinunce per il futuro.
Un mondo dove non ci sia spazio per le ipocrite manipolazioni dei potenti e per le macchinazioni di chi, per brama di ricchezza e di potere, manda gli altri a uccidere e a morire.

John Lennon, che è stato ad un tempo creatore e figlio (e nel 1980 vittima) per eccellenza del sogno degli anni Sessanta, ha saputo richiamare e attualizzare questo mito, il mito dell’età dell’oro, in una splendida ballata che da’ voce alle eterne utopie dell’uomo attraverso il linguaggio del grande sogno degli anni Sessanta. Quel sogno di un cambiamento possibile in grado di sconfiggere violenza, autoritarismo, diseguaglianze, sfruttamento e ipocrisie che caratterizzano la società umana con la grande forza nonviolenta della pace, della cultura e dell’arte, dell’uguaglianza, dell’amore, e del rispetto.

Ma il successo del brano non nasce solo da un generica riattualizzazione del sogno dell’età dell’oro.
Nasce anche dalla concretezza di Lennon che con lievità e limpido candore tali da non disturbare neppure il più fervido credente – tanto che nel 1996 la canzone fu cantata davanti a Giovanni Paolo II come inno di pace -, ma nel contempo con la più grande chiarezza, indica gli elementi che, in quanto fonte di contrasto e divisione, ostacolano la realizzazione dell’utopia: l’ipocrisia e le menzogne delle religioni che, in nome di un futuro e inesistente aldilà, impediscono di vivere qui e ora e di apprezzare l’unica vita nell’unico mondo che abbiamo (Imagine there’s no heaven – “Immagina che non ci sia un paradiso“); le divisioni nazionali e gli imperialismi che, insieme alle divisioni religiose, mandano gli uomini a uccidere e morire (Imagine there’s no countries/ […]Nothing to kill or die for/And no religion too – “Immagina che non ci siano nazioni/[…]Niente per cui uccidere o morire/E neppure religioni“); l’avidità di potere e ricchezza che impedisce la fratellanza tra uomini e la pacifica condivisone del mondo (Imagine no possessions/[…]No need for greed or hunger – “Immagina che non ci sia alcun possesso/[…]Alcun bisogno di avidità o brama“).

E nel ritornello Lennon ci spinge alla speranza dicendoci che questo mondo diverso non è un’utopia. E’ un sogno, certo, ma se tutti lo sogneremo, un domani potrà diventare realtà.

Questo messaggio, potente e fantastico ad un tempo, è reso nel modo più efficace ed intenso grazie alla splendida semplicità e immediatezza del testo e della musica. Musica che, come il testo, è basata su una grande essenzialità di melodia e accordi e su delicati arpeggi e soli di pianoforte.
L’unione di musica e testo, perfettamente fusi e in perfetta corrispondenza reciproca, rende l’insieme efficace e bellissimo e ne fa una meravigliosa poesia che, di fatto, è una straordinaria preghiera umanistica rivolta alle corde più profonde dell’umanità di ognuno di noi.

(continua)

Scritto e tradotto da Vianne

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Pentagramma – The Queen and the Soldier di Suzanne Vega (1/2)

The Queen and the Soldier di Suzanne Vega (2/2) – Testo e traduzione

The Queen and the Soldier è una delle più belle canzoni della cantautrice statunitense Suzanne Vega. Uscita nel 1985 e contenuta in Suzanne Vega, lo stupefacente album di esordio dell’autrice, ha colpito da subito, per la sua grande intensità, l’attenzione di tutti gli appassionati di musica d’autore e di buona musica tout court, e ha contribuito a far conoscere e amare in tutto il mondo la brava e raffinata poetessa-musicista. Tutt’oggi è uno dei brani più richiesti e applauditi nei concerti e in tutte le esibizioni live di Suzanne Vega.

Ma che cos’è The Queen and the Soldier?
Innanzi tutto è una stupenda ballata costruita come un’antica canzone popolare. Una ballata ricca di fascino e di immagini sull’incontro, in un mondo senza tempo quale è quello delle fiabe e del folklore, tra un soldato che non vuole più combattere guerre di cui non capisce il senso e la sua giovanissima regina.
L’incontro tra i due personaggi avviene nel castello della regina, dove il soldato si reca per comunicare alla sovrana la sua diserzione e chiederle il perché della continue guerre.

Ma tra i due succede qualcosa, scocca forse una scintilla d’amore che spinge la regina, chiusa nella torre d’avorio del potere, isolata nel suo mondo solitario e infinitamente lontano dalla realtà, a svelare al soldato il suo segreto dolore per la vita che vive e che forse è obbligata a vivere proprio a causa del suo ruolo.
La Vega per parlare di questo dolore crea un’espressione suggestiva e bellissima: fa dire alla regina di avere ingoiato un filo segreto ardente che la taglia dentro e la fa sanguinare (“I’ve swallowed a secret burning thread/It cuts me inside, and often I’ve bled“).

Subito dopo, però, spaventata dal mondo reale che il soldato vuole farle vedere e, ancor più, dai sentimenti che sente emergere in se’ e che l’hanno spinta a svelare il suo segreto, e temendo per questo di perdere il suo potere (“But the crown, it had fallen, and she thought she would break/And she stood there, ashamed of the way her heart ached“), inganna il soldato e lo fa uccidere. E poi torna alla sua vita strana e soffocante (“the queen went on strangeling in the solitude she preferred“), descritta dalla Vega con l’efficace neologismo “strangeling“, coniato sull’aggettivo strange “strano” e sul verbo strangle “strangolare, soffocare”.

Tanti sono i significati e le suggestioni evocati dal bellissimo testo e sarebbe impossibile, oltre che ingiusto nei confronti della poesia e della sua autrice, pretendere di spiegarli tutti. Ne segnalo solo tre che rappresentano, a mio giudizio, i tre motivi centrali, i motori, della storia.

Il primo e più importante è il chiaro messaggio contro la guerra, che è qualcosa di assurdo e insensato, ordinato per passatempo da chi neppure sa cosa sia e la usa solo per sentirsi potente e per riempire il proprio immenso vuoto interiore.

Il secondo è rappresentato dalla lealtà e dal senso del dovere che spingono il soldato a parlare con la sua regina, ben sapendo che per questo potrebbe morire.
Lealtà e senso del dovere che sembrano invece mancare completamente alla regina. Anche se, probabilmente, sono proprio lealtà e senso del dovere – lealtà e senso del dovere astratti, verso il potere e verso il proprio ruolo e non verso le persone reali – a motivarne le azioni e a rappresentare il segreto dolore della giovane donna, “l’amaro calice” che ha dovuto ingoiare e che la obbliga a vivere una vita inautentica e irreale.

Ci sono infine le paure della regina: la paura dei sentimenti, la paura di vivere nella realtà e di perdere il potere sul proprio mondo, la paura di essere se stessa. Paure che la imprigionano e le fanno respingere l’offerta di libertà che le parole del soldato per un attimo hanno fatto balenare davanti ai suoi occhi.
Astratti doveri e paure che tutti noi in qualche modo conosciamo o abbiamo conosciuto in un momento della nostra vita. E forse proprio per questo la ballata ci cattura e ci affascinan tanto: perchè ci racconta qualcosa di noi.

Io ho segnalato tre punti, ma leggendo con attenzione il testo e, ancor più, lasciandosi catturare dalla malia della splendida musica e dal fascino dell’interpretazione di Suzanne Vega, tante e tante altre suggestioni nascono e risuonano in ognuno di noi.

Nel prossimo articolo inserisco il testo con la mia traduzione a fronte e un video dell’incantevole ballata.

Scritto da Vianne