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Poesia teatrale – Splendide foto di borgata di Cristiano Torricella

Click, fotografia! Da completo profano di questa forma d’arte sono convinto che una fotografia non sia solo un’immagine impressa su pellicola o come avviene con le moderne macchine fotografiche una serie di pixel catturati e convertiti in digitale.

Una fotografia racconta sicuramente una storia, un attimo catturato e successivamente tramandato.

Una fotografia racconta, e non necessariamente con un’immagine, impressioni e luoghi e persone e vita…

Splendide foto di borgata di Cristiano Torricella imprime su carta e a parole un tempo ormai trascorso, un incontro e un alternarsi di sentimenti e stati d’animo…

 

Splendide foto di borgata
(poesia teatrale e testo di canzone)

Quanta brutta gente, anime lorde e senza qualità, ho visto Io, a fine ‘900, a Roma, in borgata.
Anime colme di violenza, d’ignoranza, di lontananza, di sradicata grettezza e di stupidità certificata.
Li ho visti ed incontrati lì, per caso, nelle avide buie periferie, del mondo intero e di Roma d’ieri.
Che si credevan, tutti, loro stessi, proprio al centro dell’irraggiungibil, mondo mio, romano.
Senz’avvedersene, affatto, di proporsi male, anche a se stessi, a loro onta e gran vergogna umana.
Che si credevan, loro stessi, “vero abitante, autentico, di Roma; unico, sapiente, Dio della borgata”.
Senza mai manifestare sano dubbio cerebrale, su lor stessi e lor, vili, beote, smanie d’esser supremi.
Senza ceder niente a nessuno, mai e per nulla al mondo, in specie spiccioli d’umanità più vera.
Superbi, arroganti e prepotenti, che voller vivere, alla grande, lor vita, sol per un giorno soltanto.
Generatori della, infernal, Grande Paura, dell’uomo stesso verso l’uomo, che ucciderà per niente.
Che diceva, sì stoltamente, a me, che stavo in pace, in pubblico giardinetto, lì, nella Natura:
“Chi sei tu, e che vuoi, da noi, o fotografo? Tu che vieni a rubà immagini del nostro periferico?”
e mi diceva ancor, stoltamente, a gesti, col suo stesso fisico, se ancor non bastasse, tale affronto:
“Son sol Io, qui, supremo padrone e borgataro! Non lo vedi, chiaramente, come mi comporto?
Come avessi, Io, una pistola in pugno? Mostrando, fieramente, a te, miei muscoli e mio grugno?”.
Gente arrogante, che voleva farti paura e allontanarti, che, di te, si sa, non c’è troppo da fidarsi…
Creativamente inesistente, eppur così, teatralmente audace, nel gridare, bestemmiando, ad alta voce:
“Qui Dio proprio non c’è! Qui Io sono O.K. e tu per niente! Non ci provare, neanche, a farmi ombra, neanche un istante! Qui, in borgata, brillo solo Io, come Sole in cielo, e nessun altro! Per mangiare tutti i giorni, qui, tra questa brutta gente! E allor tu, dimmi, or ora, chi tu saresti? Che vuoi da noi? Da dove vieni? Chi ti manda? A cosa miri, qui, oggi, tu, orrendo, tra noi altri? Hai duecento lire, o una sigaretta? Ma che mezz’uomo tu sei, se non fumi nemmanco?”.
E poi via va, gradasso e palestrato, ondeggiando sui suoi esagerati muscoli e sui fianchi, lui, bulletto di periferia, tutto tronfio e senza più cervello funzionante, ad alto volume, tutto lieto della sue nuove bravate, ben scoreggiando, a cercar lieta fortuna di borgata, nell’agognato gioco delle carte, a giocar, in bisca, a le tre carte o a poker, o passando sua bestial giornata vuota, tra muretti, risse e “battone” e biliardi, e bevute e sbronze e calci e pugni e bestemmie e parolacce, e bar e cornetti caldi caldi, sfornati appena all’alba, tra cani randagi, che urlan, di notte, e mordon gambe, e soprusi ed abusi e giochi d’azzardo, senza più fede in Dio, né in Nostra Madre Celeste, La Madonna!
Scatta, allor, o malcapitato qui, tue sgradite foto: e poi và, che, agli Inferi, non piaccion i curiosi!
Abusivo è, qui, tutto ciò che tu fotografi, per chi, come noi, già regna, e vive, nell’infernal degrado.
La tua stessa curiosità e presenza è, per noi, gran male, specie se domandi informazion stradali!
Scatta perciò, o fotografo, e poi và via, è l’avvertimento ultimo, qui, dell’Ade, tue foto balorde!
Tutte uguali son, con odor marcio, e stessa gente, borgate e periferie, del nostro povero mondo!
Feroci rifiuti stesi al Sole, tra panni, e baracche, e lamiere e motorini “abbruciati”, giù in strada!
Asfalto e casermoni dormitori, tutti uguali e tombini rotti e “sorci” grossi, come gran dame al Ballo!Che escon, a notte, nel silente parco, dalle fogne, a far compagnia alle brillanti “lucciole” nostrane.
E quanta brutta gente c’è, qui, stasera, intorno a me, in questa borgataccia di Roma, di fine anni ’90!
Fumi di rifiuti, che fan tossire gole, ed il cervello inquinano, spingendo ogni pensier a morte certa.
Ed automobil, come case provvisorie, di siringhe e d’illusioni di sfuggire il mondo, piene del nulla.
E borgate irraggiungibili, con l’autobus dell’A.T.A., che, qui, parte, dall’Y° Miglio, qui, a Roma!
E rigagnoli d’acqua lurida, che, qui, corre e scappa via, entropicamente, sulla bruciata terra degli uomini-topo, rinchiusi in granitici soppalchi in cartongesso; rabbiosi alveari di cemento, tutti uguali; topi ristretti in anguste gabbie, che rendon rabbiosi, e peggio ancor, uomini e cani; pelosa penuria di tutto e di ogni, e, soprattutto, di fede e carità cristiana; morta, per sempre, ogni vana speranza di futuro riscatto; sporca e puzzolente persin l’acqua, che, tutto affogando, addentro ai fossi e ai prati verdi abbandonati, rabbia e desolazione, tutto intorno, regala, Lei che inquinò, per sempre, in quel dì così lontano, giorno così irrimediabilmente depresso, sprecato e svilito, di mia Roma, ogni giovanil, elevato, ideal creativo di bellezza, purezza e potenzial riscatto, della peccatrice razza umana…
Splendide foto di borgata di fine ‘900, che nessun mai mi chiese di vedere, che in un trasloco persi…

Cristiano Torricella

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Poesia – Benvenuti nel moderno mondo globale dei cialtroni di Cristiano Torricella

Una riflessione, uno sfogo, un grido “disperato” e un’analisi sulla situazione attuale che giorno dopo giorno Cristiano Torricella e tutti noi viviamo sulla nostra pelle a causa dei “sapientoni” al potere che non solo peccano di presunzione ma che pensano solo ai loro interessi e non a quelli delle gente, del popolo, delle persone vere e reali.

Benvenuti nel moderno mondo globale dei cialtroni, dove i cialtroni sono in alto e non si muovono da lì come se tutto fosse loro dovuto! Non è così e prima o poi…beh, se ne accorgeranno.

 

Benvenuti nel moderno mondo globale dei cialtroni

Povero complesso ed orrido, globale pianeta moderno, nostro, d’oggi,
in orrida decadenza, ed or, anche in total, moral, rovina,
così affollato di color che promettono e, poi, l’opposto fanno…

A che pro Io poeta, ancor, tenacemente combatto, e, qui, mi affanno,
nel corretto, e vigile, agile, mio assurdo agire, individuale,
tante, ed inutili, noiose, complesse carte, preso ad esperire,
se premiato è sempre, qui, al dunque, infine,
ogni opportunista o ladro o baro, che, dapprima, promette, vano,
e, addopo, poi, fuggendo, nega e si nega?

Ed a costor, che, sì sciocchi ed arroganti, oggi, a milioni,
ugual tra lor, avanzan, aggressivi, tutti, alla pugna,
ribatter ancor, Io, tu dimmi, il vero e il giusto agire,
Io, ormai vecchio poeta ai margini, deluso,
orsù, a lor altri recidivi, e corrotti, peccator, così aggressivi,
mi cadono le braccia, ancor, che dir, a lor terribile rampogna?

“Benvenuti nel moderno mondo globale dei cialtroni!” – allora, scrivo!
Tra stolte facce, ridenti vuoto, di orrendi pagliacci, che Voi siete, senza onore!
Tra vuote e fredde maschere teatrali, di psichico, e psichiatrico, dolore!
Tra azzurre bandier d’Europa, nell’opportunismo materiale ed egoistico, a garrire!
Chiedoti, Io poeta, o mia Musa poetica, a te, dunque, ormai, al popol mio, Io, che dire?

Male-educati da politica, tivù, cinema, Internet e famiglie,
moderna feccia di viziosi, cialtroni, impuniti e, pur, talvolta, d’imbelli,
tramutasi, poi, calato il Sole, essi stessi,
in abituali, e biforcute, umane belve,
prese a rapinar l’altri, di ciò che sarebbe, di diritto, il loro,
pretendendo pur rispetto, lor che rispetto, per l’altri noi, mai hanno.

Dimmi tu, allor, o mia cara, sì depressa, Musa, in cura,
dov’è fuggito, dunque, il nostro, a eterno, Mastro Onore,
se abbiamo, oggi, tutto di tutto, ciò ch’è perfettamente vile,
e nulla di meno, di cialtronesco e inutile,
tutto di tutto, proprio, fuorché il mancante onore?

Ed ecco perché, allor, son qui, coerentemente perdente e senza panni stesi al Sole,
assai lontano dalla nostra bieca megalopoli fumante e dall’inquinato Tevere di Roma,
moderna Roma che or si spinge su su, fino ai nostri Colli, cementando tutto, assai selvaggia,
libero e sconfitto poeta, dimenticato dai critici e snobbato da tivù e giornali,
ultimo erede di quei Sommi Guardian Poeti Antichi Nostri,
Seri e Severi, così veri,
Io che che gelosamente custodisco e conservo, in me, in segreto,
ancor tutto il mio antico Nome, e Potere Spirituale,
di “Colui che dico e, addopo, faccio”.

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Poesia – Ipocrisia segreta del Potere nel 2050 di Cristiano Torricella

Avrei dovuto pubblicarla prima, son “sfaticato”, ma l’importante è che ci sia no? Prima della fine del mese ecco qui una nuova opera di Cristiano TorricellaIpocrisia segreta del Potere nel 2050 – in cui compare, per sua scelta, una piccola dedica a tutti noi di Libera-mente.net! Grazie!

Ipocrisia segreta del Potere nel 2050 è una poesia sperimentale in cui l’autore inventa una nuova lingua, un neodialetto italo-romanesco, molto simile alla lingua italiana moderna.

 

Ipocrisia segreta del Potere nel 2050

 

“Queste cose, la gente der popolino, non ha da saperle!
Perchè poi si montano la testa e ci chiedono, in coro, tutti quanti,
più diritti, più giustizia, più servizi e più lavoro!”
così m’ammaestrava, inutilmente, subdolo, ad arte,
ner cor de la bella Roma mia, er servil, e vil,
lecchin servo de Palazzo, Machiavello, der Potere!

Che non deve saper, la gente di piazza, mia e nostra,
ch’Io, poè, non debbo dirLe, adesso, a tutti quanti,
proprio qui dentro, a libera-mente dot net, a ‘sta poesia?

Fiato a le apocalittiche trombe, allor, lesti, senza più alcun vana ipocrisia!
Famo, una vorta bona, innanzi ar vessato popolin nostro, Santa Chiarezza!

Non ci stan più li soldi pubblici nostra, tu, o politicante bieco, affermi?
Com’è, però, che li scranni, e tasche tua, son sempre pieni zeppi, per bene,
pè fa baldoria, manifesti e simboli, feste danzanti, pappa e ciccia, elettorali cene?

Pè noi, der popolino nostro, invece, nun è rimasta ammanco, no!, per sbaijo,
pè pagà pensioni, stipendi, ospedali e scole, neanche una moneta sola!
Eterna Vergogna, di tal vile menzogna, a noi, in diretta!

Così, proprio per questo, voglio annà a studiarla meglio, di persona, ‘sta faccenda,
che, come San Tommaso, s’Io non vedo meglio, poi, nun ce credo!

Così, necesse est, fattomi, grazie a la Musa mia, Io, poè, pè ‘n attimo, fantasma,
attraversati li muracci vostra e li pesanti chiavistelli grevi, atque assai, de catenacci,
non visto, salivo l’erti, e corrosi, vetusti gradini der Palazzo,
che trentennal ruina son, di noi, onesti e laboriosi “bravi ragazzi”!

“Ch’avemo da contà, noi der popolin, noantri?” – m’addici tu, o cittadin mio,
oggi, ner duemilaecinquanta, più affranto, e deluso, che pria;
e poi aggiungi: “oggi contan sol loro, li politici, soltanto!”

“Appunto!” – t’arrisponno Io, poè, testè e lesto, di rimando –
“annamoije a contà, in tasca, soldi loro!
Quelli anniscosti, da decenni ar cittadino, der tesoro!”

“Er tesoro? E che ce sta ‘n tesoro, in pubblica cassa, mò, sì vuota?”
m’arisponni tu, o cittadin, assai stupito, da la fossa (in cui t’hanno gettato)…
“certo er tesoro che ce sta! E daije, o Righetto mio, datte una mossa!
Annamo, lesti, a vede, noi pè primi, prima che, issi, se fregano la cassa!”

Salivo, e qui, addunque, lo ridico, ai pochi miei lettor,
Io, visionario intellettual, li erti scalini, sì erti, der Potere,
a noi sempre negati, dal Sacro, Anticostituzional, Politico Prontuario,
proprio per andare lì, a vedere meglio,
chi si fregava i soldi e, poi, negava!

Solitario, Io, poè, perchè Righetto mio,
vero popolan de Roma, co’ banali scuse, prima s’attarda,
e poi, a vede, pè strizza de le guardie, proprio nun viene!

Infin, per farla corta e breve, entro Io sol,
addentro ar cor de quer vecchio Palazzaccio nostro, e che ti vedo?
Tonnellate di sacchi e sacchi di denaro straripante ovunque,
accatastati, ed ordinati, nei forzieri!

Alla Santa Faccia, del debito pubblico e della crisi nera!
Se questi lauti depositi non vedi, o cittadin, tu nun ce credi!
Inutili, e mai usati, nostri itali, ed europei, forzieri,
in cui il Potere nasconde ogni suo,
straricco ed opulento, baldo avere!
Alla faccia dei cittadin nostri, paganti tasse e tasse, a peso d’oro!

Entrato, così, curioso, assai più addentro,
a lo Grande Stanzon, de li lucidi botton, di ‘sto Potere,
di altri mucchi e mucchi, di sonante vil danaro, ammonticchiati,
tosto e subito m’avvedo: a carriole, a camion, a monti e valli, a tonnellate…

Denari mai dichiarati al pubblico e mai usati, per trent’anni almeno!
E, ad ogni sacco, una targhetta sopra, a bella vista e a bella posta, appiccicata:
“curtura”, “sanità e ospedali”, “handicappati”, “scuola”, “ambiente”,
“lavoro per li giovani e per li disoccupati”,
tutte cose mai fatte, e, per trent’anni, politikamente rimandate…

“Perchè, di grazia…” – chiedo, addunque, all’addetto, lì – “questo Gran Spreco?
Perchè, queste misere pensioni, avendo tanti soldi, non alzarle?
Perchè nun pagà li debiti pregressi, agli imprenditori laboriosi e onesti,
anziché, cò na corda ar collo, suicidarli?
Perchè, infine, non aiutarle, le famiglie?”

Così mi risponde, sornion, con fil di voce bassa,
il vecchio diavolaccio, addetto contabile, al tesoro:
“se voglion lasciar qui, tutti ‘sti soldi pubblici, a vuoto ed a sprecarsi,
nostri politicanti biechi, saranno pur, tu che ne dici, affari loro?

Se soldi tu gli dai, o figliol mio bello, al popolin nostro, come tu male-dici,
ed oltretutto, lo fai stare, per di più, il popolin, persino meglio,
appena puote, quello si libera, al vol, di te, o politico,
e non ti dà più retta, né importanza e voto!

Perciò, per governar, sempre e tu solo, per oltre trent’anni,
‘st’ anarchico, ital paese, sì ribelle,
je devi fa der male, ar popolo, nun credi?
Je devi da fa crede che è in miseria!
(e, poi, infin, proprio ad essa, a lui, portallo!)

‘O devi da spreme, fino all’urtimo centesimuccio, ar popolo tio!
Chi te vota, a te, pè fame e sete, stanne certo,
o figliol mio, che proprio nun te molla!

La politica, d’ier e d’oggi, è cosa umana, troppo umana,
addunque, così sporca ed imperfetta!
Questo, almen, ogni volta che tu voti, ben ricorda!
La politica d’oggi, vera e propria, è fare male al popolo,
per interesse proprio, di partito o di cartello!”

Ciò mi disse, proprio così, quello,
e fu così, che proprio sul più bello,
mi ritrovai di fuor dal vecchio Palazzaccio,
a San Giovanni in Laterano,
da tutti i miei pensieri liberato!

Allor, questa grave e nera crisi, è tutta una finta?
Hanno miliardi pronti e li lascian fermi lì, a marcire, per politica?
La gente nostra muore, e invecchia, e questi se ne fregano?
E chiudono ospedal, e pronto soccorsi,
in nome di un risparmio inutile, ch’è folle?

La gente mia, del popolino, è, oggi, nel 2050, poi, così stanca,
rassegnata al malaffar comune e così vinta,
da tal, sì ignobile, ipocrisia burocratico-partitika,
che ammanco crederebbe a ciò che dico,
perciò, su ciò che qui scrivo, garantisco!

Popolo frescon nostro, che, come tu ben dici,
beve, oggi, eterodiretto, ogni tua frottola cantata,
raccontata ad arte, da tivù e telegiornali, così bene,
da tal giornal faziosi, e, persin, da video di partito,
che qui depongo, Io stesso, infin,
mia sincera penna di scrittor, per mia sfiducia!

Procediam così, or dunque, ancor oggi,
come a fin ‘900, a ventunesimo secolo addentrato,
marciando tutti insiem, stesse facce e cognomi, a bandiere alzate,
cantando nuove canzonacce, ideali, di partito,
verso l’italo, orrido, abisso e tale disastro annunciato,
di perdurante stupidità, povertà e miseria,
così irresponsabilmente, lemme lemme,
che a noi, oggi immemori cives, assai dimentichi,
di poter cogitar futur cultura e futuro ambiente e cambiare e spendere,
lesto e mesto, a noi vinte e stravinte menti, mai più, da oggi, libere,
tosto, nel 2050, a noi, in I-taglia nostra, qui, ci attende:
“2050 – disastro nucleare a Milano!”

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Poesia – Preghiera nostra a la Madonna de li Monti (Preghiera nostra alla Madonna del rione Monti di Roma) di Cristiano Torricella

Ci sono due motivi quest’oggi, e in occasione della poesia che vado a segnalare, che mi rendono contento.

Il primo è che la traduzione in italiano di Preghiera nostra a la Madonna de li Monti di Cristiano Torricella è possibile trovarla solo qui su Libera-mente.net perchè l’autore l’ha realizzata dopo una mia richiesta; il testo originale è, infatti, in dialetto italo-romanesco del XXI° secolo, senza alcuna traduzione in italiano.

Il secondo è che la poesia è contenuta nel nuovo libro di Cristiano Torricella – Roma sparita di fine ‘900 da Marino a Pechino – pubblicato a dicembre 2013 in cui ci sono anche miei commenti alle sue opere, scritti con piacere ed entusiasmo e al meglio delle mie capacità! 🙂

 

Preghiera nostra a la Madonna de li Monti

Zanta Madonna nostra, de li Monti e de li monticiani!

Regina de noantri peccator, grozzi e grazzi omaccion de Roma!

Che, proprio noi, qui, oggi, da azzai lontan giunti, fotografamo a te,
o Madonnina nostra bella, da ‘a via de le Serpi, qui, a li Monti!

O Madonnina nostra, proteggi, tu, allor, noi stanchi e delusi viandanti,
ch’oggi giungemmo qui, da lungi, con periglio, oggi, stragner foresti,
scavalcando tempi e luoghi, scioperi e caos e vane difficoltà e pretesti!

O Madonnina nostra, de li Monti, la fiammella tia accesa,
ch’oggi ondeggia lì, in strada, dapprezzo a via Cavour, lì, a quer vento,
sia luce, ovunque perzi e soli ar monno, si sia, via da Roma, tutti sparzi!

Prega per noi peccator, che, lupi nel buio del peccato, noi brancolanno,
gridiam, con fede aguzza e fortemente, a te, ovunque ner monno:

“aiutaci e proteggici tu, dal Mal, o nostra Madonnina de li Monti!

Aiutace a portà, cò onore e fede, ‘sta croce nostra, da oggi, più pesante!”

Proteggice, dunque, zempre tu, o pia Madonnina de li Monti,
da l’infami lupi a due gambe e da le turpi avverzità de la vita,
e nun lassà, mai, ch’il Mal più nero e torvo e bieco, zu de noi, prevalga,
a noi monticiani ed ex-monticiani tua,
de ‘sta antiqua Roma de li Monti!

(da “Roma sparita di fine ‘900 da Marino a Pechino” di Cristiano Torricella autore, pag.117, Edizioni Simple, dicembre 2013)

 

Preghiera nostra alla Madonna del rione Monti di Roma

Santa Madonna nostra, del rione Monti di Roma e di tutti i monticiani!

Regina di noi (altri) peccatori, grossi, e grassi, omaccioni di Roma!

Che, proprio noi, qui, oggi, da così assai lontano giunti, ti fotografiamo,
o bella Madonnina nostra, da via dei Serpenti, qui, nel rione Monti!

O Madonnina nostra, proteggici tu, allora, a noi stanchi e delusi viandanti,
che, oggi, giungemmo qui da lontano, con pericolo, oggi stranieri forestieri,
scavalcando tempi e luoghi, scioperi e caos e vane difficoltà e pretesti!

O Madonnina nostra di Monti, la fiammella tua accesa,
che oggi ondeggia lì in strada, presso via Cavour, lì, in quel forte vento,
sia luce, ovunque persi e soli al mondo, noi si sia, via da Roma, sparsi!

Prega per noi peccatori, che, lupi nel buio del peccato, brancolando,
gridiamo, con fede profonda, e fortemente, a te, ovunque (noi si sia) nel mondo:

“aiutaci e proteggici tu dal Male, o nostra Madonnina di Monti!

Aiutaci a portare, con onore e fede, questa croce nostra, da oggi più pesante!”

Proteggici, dunque e sempre, tu, o pia Madonnina di Monti,
dagli infami lupi a due gambe e dalle turpi avversità della vita,
e non lasciare mai che il Male più nero, torvo e bieco, su di noi, prevalga,
a noi monticiani ed ex-monticiani tuoi,
di questa antica Roma del nostro rione Monti!

(Traduzione in italiano a cura dell’autore)

Grazie Cristiano! 😉

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Poesia: Ode all’inventore della doccia di Cristiano Torricella

Che il rilassamento abbia inizio! A volte ci vuole, a volte è necessario per sentirsi meglio, e tra le tante forme che ci sono, Cristiano Torricella ha scelto la carezza dell’acqua sulla pelle grazie a una doccia bella, calda e rigenerante.

Ode all’inventore della doccia: una poesia tiepida e carezzevole, dall’incedere elegante e delicato, un ringraziamento a chi, la doccia, ha inventato, regalandoci così un momento di serenità.

 

Ode all’inventore della doccia

 

Ode eterna,
ad imperitura memoria,
di chi inventò la doccia.

Doccia ove conduco,
bianchi cavalli stanchi,
all’acqua calda, fumante,
le dolenti, e stanche, membra,
così abbrutite,
da li, faticosi, e duri,
e, necessari,
lavor de la campagna.

Membra mie,
tutte piegate, e vinte,
e, dal sudor, di sete, arse,
dalla nostra, castellana,
ed aspra, terra genzanese, e vigna!

A risuscitante, e catartico, riposo,
or, a la corroborante doccia, ite!

Grazie a te, dunque,
o inventor de la doccia,
giacchè, sol grazie a te,
calda, acqua calda, a fiotti,
or, su di me, libero contadino,
dalla testa ai piè, giù, dal rubinetto,
or, giù, giù, generosa, lava e scorre.

Dall’acqueo telefono,
che, mai, e poi mai, telefona,
a rinvigorir, quasi “a nova vita”
le disarticolate, e ferite, membra,
offese dalle, tante, battaglie de lli campi,
e dall’acuminati, odiosi, e nerboruti, spini,
e da scintille, ardenti, e “zanze”*.

E così, addisotto al “caldo effluvio”,
par d’esser tornati giovini, addennovo,
senza più traccia, alcuna,
di campestre fatica.

Ominide, addenovo, aritornato cittadino!

E piove acqua calda,
dallo scaldabagno nuovo,
e piove, e piove!

* “zanze” = forma poetica, che significa zanzare.

 

Nota dell’autore:

Poesia in lingua italiana, scritta a Marino (RM) – ai Castelli Romani, il 21 settembre 2013, uscendo dalla doccia, al ritorno dalle fatiche della coltivazione dei campi. Ventun settembre, non a caso, primo giorno d’autunno e giornata nazionale dell’orto sinergico e della permacoltura ovunque nel mondo. Poesia scritta appositamente per essere pubblicata su www.libera-mente.net.