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Poesia: Roma e li Castelli (Roma ed i Castelli) di Cristiano Torricella

E’ arrivata un’altra domenica e la giornata porta con sé una poesia che va ad arricchire la nostra categoria Poesia della Domenica.

Roma e li Castelli (Roma ed i Castelli) di Cristiano Torricella, nostro amico, descrive un altro squarcio della Capitale e altre sensazioni che l’autore prova e racconta pensando e vedendo tutti i luoghi caratteristici e unici che ci sono. Nelle sue parole si sente tantissimo l’amore, l’attaccamento per la sua terra e per tutti i luoghi che hanno contribuito a formare la sua persona…e non c’è niente di più bello di questo!


(Monte Cavo e il Paese di Rocca di Papa, foto scattata da Grottaferrata)

 

Roma e li Castelli

 

Da circa ddieci anni risiedo a li Castelli,
ma a Roma mmia,
pe’ trent’anni,
ci ho abbitato.
De che ppaese sò, mò, ssapete,
spesso me chiedo,
ma ‘na rrisposta cchiara,
a ‘sta mia, insoluta, ddomanna,
finora, nun c’è stata!.
Li Castelli (Romani) sò molto bbelli,
ed ir dialetto romanesco mio s’è affievolito,
mischiannose, cor dialetto de i Castelli,
è diventato ‘n “rromanesco arruzzinito”!.
Mò come faccio, mò,
a fallo ripijà,
‘sto dialetto mio bbello, mmonticiano,
s’io, mò, so’ diventato “romano de i Castelli”,
e non sò più, manco, ppiù, rromano?
O Colle Oppio mio,
o Rione Monti, mio bello,
so io, mò, ppiù fijo tuo,
o più fijo, mò, de li Castelli (Romani)?
Se ‘e rovine tua,
antichissime spoije,
der Coliseo e de San Clemente,
se sa, sò sempre quelle,
tra quelle, però, io, oggi,
ner Rione, più nun ce vivo,
e mò me sento foresto,
quanno, da te, o Roma, arivo!
“Ddimentica, o ppoeta,
tutti ‘sti inutili probblemi!”
– m’ammonisce er Monte Cavo,
dar lago d’Albano, tutt’annuvolato –
“tu sii fijo de a terra che t’accoije,
tu sii fijo de ‘e tere che abbitasti,
e, se ‘n domani,
tu, Mmarino tua, lasciassi,
pe’ soddisfà ttue strane voije,
ce sarebbero, ssempre,
Ggenzano (de Roma (RM))
(e puro Roma tua),
tra loro, ‘n gara, a ditte:
“a poeta rromanesco, viè qquà!
Aritorna qqua, dda me, subbito!
Ch’ io t’arivoijo!”

 

Roma ed i Castelli

(traduzione in lingua italiana, a cura dell’autore )

 

Da circa dieci anni risiedo ai Castelli,
ma a Roma mia,
per trent’anni,
ci ho abitato.
Di che paese ora sono io, adesso, sapete,
spesso mi chiedo,
ma una risposta chiara,
a questa mia, insoluta, domanda,
finora, non c’è stata!.
I Castelli (Romani) sono molto belli,
ed il dialetto romanesco mio s’è affievolito,
mischiandosi, con il dialetto dei Castelli,
è diventato un “romanesco arrugginito”!.
Adesso come faccio, adesso,
a farlo riprendere,
questo dialetto mio bello, monticiano,
se io, ora, sono diventato
“romano dei Castelli”,
e non sono più, nemmeno, più, romano?
O Colle Oppio mio,
o Rione Monti, mio bello,
sono io, adesso, più figlio tuo,
o più figlio, adesso, dei Castelli (Romani)?
Se le tue rovine, antichissime spoglie,
del Colosseo e di San Clemente,
si sa, sono sempre le stesse,
tra quelle, però, io, oggi,
nel Rione, più non ci vivo,
ed, adesso, mi sento forestiero,
quando, da te, o Roma, arrivo!
“Dimentica, o poeta,
tutti questi inutili problemi!”
– mi ammonisce Monte Cavo,
dal lago d’Albano, tutto annuvolato –
“tu sei figlio della terra che ti accoglie,
tu sei figlio delle terre che abitasti,
e, se un domani,
tu, Marino tua, lasciassi,
per soddisfare tue strane voglie,
ci sarebbero, sempre,
Genzano (di Roma (RM))
(e pure Roma tua),
tra loro, in gara, a dirti:
“poeta romanesco, vieni qui!
Ritorna qui, da me, subito!
Che io ti rivoglio!”

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Poesia: Pecché tu sappia (Perché tu sappia) di Cristiano Torricella

Prima di passare alla nostra poesia della domenica, poesia scritta da Cristiano Torricella e intitolata Pecché tu sappia e nella traduzione italiana Perché tu sappia, vorrei cominciare diversamente spiegando il senso con cui leggere l’immagine qui rappresentata.

Ho scelto questa immagine dopo aver letto i versi dell’autore che mi hanno fatto pensare a tutte quelle persone – critici e non solo – che ci guardano sempre dall’alto, che credono di sapere tutto e pensano di essere così superiori rispetto agli altri, di avere la verità in tasca, da non considerare minimamente il pensiero e l’opera altrui neanche come possibilità ma di scartarla a priori.

Ci sono casi purtroppo in cui va esattamente così e Cristiano Torricella lo dice ma non si arrende e dal mio punto di vista fa benissimo perchè crede – ed io con lui – che il pensiero, l’arte e vera libertà di espressione siano così grandi e importanti che nessuno può fermare!

Questa breve introduzione mi è nata spontanea, spero di non aver rubato spazio ai versi e alla poesia che qui propongo in versione originale (dialetto romanesco) e in versione tradotta a cura sempre dell’autore.

 

Pecché tu sappia….

di Cristiano Torricella

Pecché tu sappia, o critico,
che nun m’aspetto, da te,
nisciuna comprenzione,
inerente li versi che mo’ scrivo
e a molti, forse, oscuri e dduri versi,
troppo llontani da ‘la commoda via,
pe’ questo scrivo ‘sta ppoesia,
perché la morte nun la lavi via,
st’anima mia.

Pecchè ner tuo ricordo io sia n’ poeta ddiverso,
nun venduto, nun stampato,
nell’oscuro obblio der tempo perso,
però n’ poeta lo stesso,
alla faccia der granne business editoriale.

Pecché tu sappia,
che a vita mia è sempre inizziata da’ la fine,
dar momento n’ cui sarò seppellito,
dar momento n’ cui sarò, forse, n’ricordo:
su le tombe dell’artri,
lì, ho vvisto er mjo obblio,
l’obblio de’ li miei anni
e de’ li miei morti,
lì ho vvisto a’ dimenticanza de’ mme ppoeta,
che l’omini hanno sempre avuto,
e sempre avranno.

Divenni poeta,
‘nterogannome su’ a morte,
e nun capii mai,
pe’ quanto me sforzassi,
tanta fatica pe’ emerge,
creà, amà, vivè’
e poi più gnente,
solo na’ bara,
deposta liì, tra i’ sassi.
Compatiteme,
perciò, o fratelli,
se r’ mio linguaggio è forse poco commerciale:
porto er vestito de la vita,
che al sarto de l’inferno riuscì mmale.
Anacronistico fui, n’vita,
e preferii a’ sarvezza dell’anima mia,
ad un monno de laida corruzzione generale.

Note: poesia ggenerata e nun creata, de’ la stessa sostanza der Cosmo, n’ data 4 novembre 2000. Prego appore sta’ mia ‘nsolita ppoesia su’ a mia tomba mortale, n’ modo che ‘sserva, da monito, a li vivi.
L’autore.

 

Perché tu sappia

(traduzione in lingua italiana, a cura dell’autore)

Perché tu sappia, o critico,
che non mi aspetto da te
nessuna comprensione,
inerente i versi che scrivo
e a molti, forse,
oscuri e duri
e lontani dalla comoda via,
per questo scrivo questa poesia,
perché la morte non la lavi via,
l’anima mia.

Perchè, nel tuo ricordo, io sia un poeta diverso,
non venduto, non stampato,
nell’oscuro oblio del tempo perso,
però poeta lo stesso,
alla faccia del grande business editoriale.

Perché tu sappia che la mia vita
è sempre iniziata dalla fine,
dal momento in cui sarò seppellito,
dal momento in cui sarò forse ricordo:
sulle tombe degli altri,
lì ho visto l’oblio dei miei anni e dei miei morti,
lì ho visto la dimenticanza di me poeta,
che gli uomini hanno sempre avuto,
e sempre avranno.

Divenni poeta interrogandomi sulla morte,
e non capii mai, per quanto mi sforzassi,
tanta fatica per emergere, creare, amare, vivere e poi …
solo una bara deposta tra i sassi.

Compatitemi, perciò, fratelli,
se il mio linguaggio è forse poco commerciale:
porto il vestito della vita,
che al sarto dell’inferno riuscì male,
anacronistico fui,
e preferii la salvezza dell’anima mia
ad un mondo di laida corruzione generale.

Note: poesia generata e non creata, della stessa sostanza del Cosmo, in data 4 novembre 2000.
Prego apporre questa mia insolita poesia sulla mia tomba mortale, in modo che essa serva da monito ai vivi, grazie.
Ai posteri.
L’autore.

(poesia tratta dal libro “poesie in dialetto romanesco di fine ‘900 del Rione Monti di Roma“, di Cristiano Torricella, poeta romanesco del Rione Monti di Roma e dei Castelli Romani)

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Poesia – Io genio del mandala di Cristiano Torricella

Prima domenica del mese di Maggio e primo appuntamento con la nostra rubrica “Poesie della domenica“.

Questo giorno è un po’ diverso dagli altri per un motivo che spero all’autore, Cristiano Torricella, faccia piacere perchè oltre a segnalare un’altra sua opera tratta dal libro Poesie in dialetto romanesco di fine ‘900 del Rione Monti di Roma – un libro che consigliamo per vivere e riassaporare un passato molto toccante – e ringraziarlo per la disponibilità verso Libera-mente.net, informo lui e tutti voi che è nata una nuova categoria dedicata proprio a Cristiano Torricella dove è possibile trovare al suo interno tutte le opere finora pubblicate sul nostro blog.

Categoria – Cristiano Torricella: un elenco più selettivo per reperire prima le opere dell’autore.

E ora…spazio alla poesia e ai ricordi con i versi di Io genio del mandala.

Kawase Hasui (1883-1957) , Matsushima Futagojima, dalla serie “Raccolta di panorami del Giappone orientale” (Nihon fukei shu higashi Nihon hen), 1933 – Museo Nazionale d'Arte Orientale - Roma

 

Io genio del mandala

Cristiano Torricella

 

“Pregate per me e per voi,
perché io sia il pane nutriente di chi ha fame,
e pace per chi vive guerra e povertà,
perché se io sono solo un uomo,
avrò assai bisogno delle vostre preghiere”
– pensò nel suo cervello quell’uomo,
che io ero.

“Fai entrare la tua mente nei cerchi concentrici
del cosmico mandala” – sussurrò mentalmente,
all’uomo, il mandala della sala tibetana del
Museo Nazionale Orientale di Roma.

Seguito ho il tuo consiglio, oltrepassai la tela
ed ora?
chi sei tu?
chi sarò io, dopo la mutazione?
qual è il sesto senso, di questo nostro
incontro?

“Io sono il genio buono di tutte le cose
contenute nel mandala – rispose,
mentalmente. il genio del mandala –
volete proprio che io assuma il mio aspetto terrifico
e diventi luce?

Siete proprio sicuri,
che non sarete colti
da terrore?

Io sono per la brutta gente senza cervello
che teme solo il dolore e la paura
ma tu non sei dei loro – mi disse –
fammi spazio,
ed indossa questa mia armatura!”

E, da allora,
io non so più se sono solo un uomo,
o, se, in me,
dorme il genio del mandala!

da Poesie in dialetto romanesco di fine ‘900 del Rione Monti di Roma di Cristiano Torricella

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Poesia – L’arbero ar centro de Roma mia (L’albero al centro di Roma mia) di Cristiano Torricella

Domenica è arrivata e con lei il nostro appuntamento con la poesia!

Oggi vogliamo segnalare l’opera L’arbero ar centro de Roma mia (L’albero al centro di Roma mia) di Cristiano Torricella.
Una poesia che rimanda a tempi andati, a quando si era ragazzi e con un po’ di incoscienza si facevano azioni spericolate pur di scoprire nuovi punti di vista, nuovi orizzonti e diverse vedute che la propria città regala e permette di assaporare.

 

L’arbero ar centro de Roma mia

 

ar centro de Roma mia
vicino ar Colosseo
e puro all’arco de Tito
ce stava n’arbero granne
che bucava er cielo
come n’ dito,
e guardava dall’arto Roma
e parecchio se ne vantava.

Io su st’arbero artissimo,
regazzino,
me ce arampicavo,
incosciente come li regazzini
sempre più in arto me spignevo.

Scalator de le fronne verdi
da lassù la mejo Roma me guardavo;
e der pericolo de cascà de sotto
proprio gnente m’emportava;
e arivato finarmente n’cima
me pareva de dominà er monno
e da lassù me s’empiccinava
puro tutto er Coliseo.

Mo’ so granne,
lassù n’ce posso più salì,
io ancora ce salirei
ma si me vede er viggile
ma che ie vado a dì?

e quanno torno a Roma
e a Colle Oppio vado,
st’arbero,
che m’ariconosce,
spocchioso me sembra dì:
aò?
mbhè?
ch’aspetti?
ma che fai,
er vago?
ma che te sei scordato
come se fa a salì?

 

L’albero al centro di Roma mia

(traduzione in lingua italiana a cura di Cristiano Torricella)

 

al centro di Roma mia,
vicino al Colosseo,
ed anche all’arco di Tito,
c’era un grande albero,
che bucava il cielo,
come un dito,
e guardava dall’alto Roma,
e, parecchio,
se ne vantava.

Io su questo albero altissimo,
da ragazzino,
mi ci arrampicavo,
incosciente come sono tutti i ragazzini,
e sempre più in alto salivo.

Scalatore delle fronde verdi,
da lassù, la Roma più bella io vedevo;
e del pericolo di cadere giù, di sotto,
proprio nulla mi importava;
ed arrivato finalmente lassù in cima,
mi pareva di dominare il mondo
e, da lassù,
mi sembrava che si rimpicciolisse
persino l’enorme Colosseo.

Adesso che sono diventato adulto,
lassù non posso, di certo, più salirci,
io ancora ci salirei
ma se mi vede il vigile,
cosa gli racconto, poi?

e quando ritorno a Roma,
ed a Colle Oppio vado,
quest’albero,
che, sempre, mi riconosce,
spocchioso, sembra dirmi:
aò? mbhè? che aspetti?
ma che fai, il distratto?
ma che ti sei dimenticato,
di come si fa a salire?

 

Poesia tratta da Poesie in dialetto romanesco di fine ‘900 del Rione Monti di Roma di Cristiano Torricella, pagine 61 – 64

La maggior parte dei suoi testi teatrali ed ogni altra utile informazione sull’autore Cristiano Torricella le trovate qui: Cristiano Torricella

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Poesia – Aridateme Roma (Ridatemi Roma) di Cristiano Torricella

Ci sono diverse forme di nostalgia, diversi momenti che permettono di ricordare e diverse forme d’arte che permettono questo salto indietro nel tempo. A volte basta guardare un quadro, rileggere un libro, ascoltare una canzone…
Pittura, letteratura, musica sono arti che evocano ricordi, sorrisi, immagini immagazzinate nella propria memoria che ogni tanto è bello riportare alla luce. Insieme a queste forme d’espressione anche la poesia merita un posto in primo piano e proprio perchè bello riaprire cassetti della mente che quest’oggi all’interno del nostro appuntamento domenicale con la poesia, e grazie al poeta Cristiano Torricella e alla sua Aridateme Roma, facciamo un salto nella nostra Capitale, Roma, cambiata in questi anni ma che negli Anni ’60 aveva un fascino tutto diverso, bello da rivivere e rivedere…

Ricordo film capolavori del cinema con attori grandissimi e indimenticabili, scene di vita quotidiana lenta e non veloce come al giorno d’oggi, poche macchine e tanto rispetto per persone e cose…

Ma sto divagando, vi lascio ora alla bellissima opera di Cristiano Torricella. Sono versi stupendi, da leggere e gustare…

 

Aridateme Roma

 

A Roma mia ner 64’ ce so’ nnato,
ma nun lo so’ si’n’domani io ce moro,
de te, Roma, so’ dovuto anna’ llontano,
pe’ sposamme’ e pe’ trova’ llavoro.

Abbitai n’tempo a Campo de’ Fiori,
e a Navona me portava mi nonna regazzino,
e ci ho le foto de quanno bbazzicavo
Sant’Angelo e Farnese n’carozzina.

Che ne sai tu de Roma vecchia, o mio turista,
tu che’ Roma vecchia nun l’hai mai vista,
quanno passava ar Corso na’ macchina sortanto,
quanno l’aria era pura,
quanno er Tevere, d’estate, era n’incanto.

Roma vecchia er mio piede i tuoi vicoli ha carcato,
sotto ogni ttempo, de notte, de ggiorno,
attaccanno n’giro locandine der teatro
t’ho conosciuta e mo’ te conosco a menadito

e d’anniscosto ogni ttanto ce ritorno

Roma bbella tu che sei rimasta ner mio core,
ma comm’e’ che tu mm’hai ggia’ ddimenticato?
se r’nostro amore nun e’ ppiu’ come quer giorno
io de te pero’ nun me so’ mai ppiu’ scordato.

A Roma bella io ce so’ nnato,
ma nun lo so si ce moro.

 

Ridatemi Roma

(traduzione in lingua italiana a cura di Cristiano Torricella)

 

A Roma mia nel 64’ ci sono nato,
ma non so s e un domani io ci morirò,
da te, Roma, sono dovuto andare lontano,
per sposarmi e per trovar lavoro.

Abitai un tempo a Campo de’ Fiori,
e a Navona mi portava mia nonna ragazzino,
ed ho le foto di quando frequentavo
Sant’Angelo e Farnese in carrozzina.

Che ne sai tu della Roma vecchia, o mio turista,
tu che Roma vecchia non l’hai mai vista,
quando passava al Corso una macchina soltanto,
quando l’aria era pura,
quando il Tevere, d’estate, era un incanto.

Roma vecchia, il mio piede i tuoi vicoli ha calcato,
sotto ogni tempo, di notte, di giorno,
attaccando in giro locandine del teatro
ti ho conosciuta e ti conosco a menadito

e di nascosto ogni tanto ci ritorno

Roma bella, tu, che sei rimasta nel mio cuore,
ma com’e’ che tu mi hai gia’ dimenticato?
se il nostro amore non è piu’ come quel giorno
io di te, pero’, non mi son mai piu’ scordato.

A Roma bella io ci sono nato,
ma non lo so se ci morirò.

 

La maggior parte dei suoi testi teatrali ed ogni altra utile informazione sull’autore Cristiano Torricella le trovate qui: Cristiano Torricella