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8 - Liberi Pensieri Blog Punti di vista

Punti di vista – Una strana coincidenza

A volte uso il blog per mettere in evidenza argomenti che spero possano essere di interesse: suggerimenti di programmi, incipit e brevi recensioni su libri, film o musica, altre volte suggerisco “trucchetti” per il computer e per tenerlo in buona salute o riporto frasi, poesie e commenti nati in maniera naturale e spontanea, altre volte ancora scrivo qualcosa di personale.
Quest’ultimo punto è più raro degli altri, non perché non abbia niente da dire, non pensi, non mi guardi intorno o non abbia voglia di farmi conoscere, solo così, perché capita. Ed è proprio perché “capita” che oggi son qui a raccontare, sempre a modo mio, una “strana coincidenza“.

A volte si dice: “le vie del Signore sono infinite” oppure “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi“; naturalmente la seconda citazione è da leggere in maniera leggera, non parlo del diavolo e non sto definendo diavolo né la persona con cui sono venuto in contatto, né il materiale che mi ha lasciato…ma tutto questo è davvero una strana coincidenza.

Alcuni giorni fa ho terminato la lettura di un libro che, a mio parere, è secondo solo a pochi altri sia per intensità e profondità del testo che per stile, capacità di far pensare e appassionare. Ho letto questo libro con una voglia immensa soffermandomi su qualsiasi parola, forse è stata la lettura più “complicata” che abbia mai fatto ma son felice di conoscerlo meglio ora, ho aspettato tanto per questo capolavoro e lo rileggerei ancora, ancora e ancora… Il libro è tutto quello che deve essere un libro, deve raccontare ma allo stesso tempo lasciare tanto e a lungo, non avere una scadenza o “essere di moda”, deve resistere all’erosione del tempo e crescere nel tempo. Avrei molto da raccontare da questo punto di vista ma non è ora il momento, ci sanno altre occasioni.

Il libro è Il paradiso perduto di John Milton. Alla fine della lettura ma anche dall’inizio in verità, tutte le domande che già in passato mi ero fatto, domande alle quali ognuno trova una risposta diversa e personale, sono riaffiorate in superficie e allora ho cominciato a pensare…

Non metto in dubbio la mia fede perché mia e non mi interessa se diversa da quelle manifestata da altri – questa forma di libertà fortunatamente c’è ancora anche se c’è chi fa di tutto perché avvenga il contrario – ma interrogativi ne ho e sono anche tanti!

Alcuni giorni fa, non contemporaneamente alla fine delle lettura, sono stato fermato da un persona che distribuiva volantini per strada. Il volantino conteneva altre domande, che già conoscevo, sul Signore, sulla lettura della Bibbia, su come approcciarsi alla preghiera ecc…
Sicuramente avete capito quale persona mi ha fermato e a cosa mi sto riferendo, devo dire che è un peccato che andassi di fretta, un confronto l’avrei avuto abbastanza volentieri su questo argomento di cui parlo spesso, non entro neanche in discussione quando capita in quanto ho un mio modo di concepire il rapporto con Dio, con la Chiesa e con le Scritture e sono fermo sulle mie posizioni, non cambio pensiero molto spesso, ma sono aperto ai diversi modi di vedere soprattutto se sono costruttivi e analizzati da un’angolazione diversa dalla mia: considero la vita una figura geometrica solida e di forma irregolare, così come i diversi argomenti di cui si parla, la visione che vedo io non è la stessa che hai tu, ci sono angoli inesplorati, superfici nascoste e il volume non sempre è facile da calcolare e non c’è una formula fissa per questo, molteplici sono le variabili ma tutte indispensabili…sto divagando.

Al termine del libro ho pensato: “Credo che Dio (o con qualunque nome ci si riferisca a qualcosa di più grande) concependo Satana abbia commesso un errore, variabile non calcolata tra le infinite variabili possibili, eccezione, forse, non ipotesi, realtà”.

…e ancora adesso, mentre sto scrivendo, non solo penso alle domande, al volantino e alle parole in esso contenute ma anche al pensiero fatto e a tanti aforismi, citazioni che nominano Dio nelle sue diverse forme e rappresentazioni.

Ora mi viene in mente: Non si è mai disputato se c’è luce a mezzogiorno. (Voltaire)

Chissà.

Scritto da Mac La Mente

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Quando persone e pc hanno ragione e i “sapientoni” dormono.

computer_angry_108399Forse il titolo non è molto chiaro ma non mi veniva in mente nient’altro al momento e per la prima volta anziché anticipare l’argomento, lascio che quest’ultimo non si intuisca dalla presentazione (titolo) ma evolva piano piano nei contenuti di questo articolo-testimonianza che ho bisogno di raccontare perché ho vissuto l’accaduto in prima persona e pensare a tutto quello che c’è dietro mi innervosisce abbastanza.

Sono anni e anni, diciamo almeno due decenni, che ho a che fare con le macchine e in particolare con i computer e nonostante sia d’accordo con chi afferma che i “computer non sanno pensare e sono stupidi perché non dotati di intelletto” – è tutto da verificare, in realtà -, a volte mi stupisco del contrario: non sempre sono loro a commettere errori, non sempre la “colpa” di un mal funzionamento va scaricata su di loro, in fin dei conti eseguono soltanto istruzioni programmate, senza pensare…

Si potrebbe pensare che stia criticando i programmatori, no, non è così, perché nel mio piccolo rientro anch’io in questa categoria e, permettetemi di dirlo, una volta tanto che han ragione e fanno qualcosa di buono va quasi gridato! E’ un evento, non si verifica spesso! Battute a parte, i programmatori non hanno niente a che fare con quello che voglio raccontare…

Quel che sto cercando di dire è che al mondo ci sono persone e “sapientoni”… in che senso? E’ presto detto. Le persone sono i normali utilizzatori di un pc, gli utenti finali, e non sono tenuti a saper risolvere le anomalie che si presentano quando accendono o utilizzano un computer, non è compito loro, ma se questi errori non permettono di svolgere un lavoro? Beh, il problema è serio e sono costretti a chiamare i programmatori-tecnici per porre rimedio.

E allora ci si domanda: per quale motivo devo spendere tempo, denaro e non riuscire a lavorare? E’ presto detto anche questo. Perché ci sono i “sapientoni” che, non capendo assolutamente niente di tecnologia e vivendo in un mondo tutto loro, in un mondo che non è né virtuale e né reale (concedetemi di dirlo), non aggiornano i sistemi informatici di comunicazione che nel tempo evolvono e che richiedono una costante cura e attenzione. I “sapientoni” spendono soldi pubblici – ci tengo a dirlo – in tutt’altro perché pensano che “se il software funzionava ieri sicuramente funzionerà domani“.

Falso! Il software si evolve, furbone, e gli aggiornamenti (anche se troppo veloci e troppo frequenti) sono fatti, almeno così si dice, per migliorare…soprattutto se i dati che viaggiano in un sistema sono i dati sensibili di una persona.
Perché lasciarli in balia degli hacker? Aggiorna il sistema, sapientone!

E invece no, non si aggiorna e il risultato è che la persona (l’utente) mi chiama perché dopo aver aggiornato non riusciva più ad accedere a particolari sezioni del portale che utilizza quotidianamente per lavorare e che è gestito dai “sapientoni” e dagli enti.

Morale della favola? L’aggiornamento c’è e serve per la sicurezza ma il sistema in questione funziona solo con il software vecchio, disattivando l’antivirus – il che è assurdo – e solo con un browser specifico.

Mah, mi viene da pensare al film Blade Runner e alla frase “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…”

Scritto da Mac La Mente

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Il Giorno dei Morti e Halloween (4/4)

Il Giorno dei Morti e Halloween (1/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (2/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (3/4)

In merito alla celebrazione del giorno dei morti un discorso particolare merita il mondo celtico, sia per le conseguenze della sua cristianizzazione sul calendario delle feste religiose; sia per la persistenza della sua festa più importante – quella che oggi chiamiamo Halloween – anche dopo la conversione; e sia per la diffusione, oggi più massiccia che mai, dell’evoluzione di quella sua antica festa.

Il mondo celtico
La notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre cadeva la più importante festa celtica, la festa di Samhain. Era la notte del Capodanno celtico e veniva festeggiata con vivaci celebrazioni popolari mentre i druidi compivano riti propiziatori e divinatori e offrivano doni alle divinità e ai defunti.
Nelle case venivano spenti i focolari per essere poi riaccesi col fuoco proveniente dai fuochi sacri accesi dai druidi.

In quella notte in tutto il territorio si accendevano inoltre grandi falò che, oltre ad avere funzione propiziatoria per il nuovo anno, servivano a tenere lontana la malvagia influenza delle streghe e i brutti scherzi dei folletti malintenzionati. Perché si credeva che in quella notte che segnava il passaggio dal vecchio al nuovo anno i confini tra l’aldilà e l’al di qua si assottigliassero e gli spiriti potessero passare sulla terra.

Quella era la notte in cui i morti tornavano nelle loro case per scaldarsi e rifocillarsi e per comunicare con i vivi.
Da questa credenza nasceva l’abitudine di aggiungere un posto a tavola durante la cena e di lasciare cibo sul desco e frutta e latte sulla soglia di casa per i propri cari trapassati, oltre a quella di accendere grandi torce sulle strade per illuminare il loro cammino.

La festa di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti
Le celebrazioni e i festeggiamenti per la festa di Samhain erano talmente radicate tra la popolazione che all’epoca della cristianizzazione dell’Irlanda nel V secolo, la Chiesa decise di non abolire la festa ma di assorbirla nel proprio ambito, appropriandosene e dandole significato cristiano.
E per questo motivo, per sostituire un rito cristiano a quello pagano, papa Gregorio II nell’835 spostò la festa di Ognissanti, che fino allora cadeva nel periodo della Pentecoste, da maggio al 1° novembre.

Un secolo dopo, resasi conto che in tutta Europa persistevano le celebrazioni pagane in onore dei defunti, la Chiesa decise di inglobare anche quelle nel proprio ambito: nel 998 Odilo, abate di Cluny, istituì il 2 novembre come giorno dedicato alla Commemorazione cristiana dei Defunti.

Halloween e i suoi riti
Nonostante la cristianizzazione, in ambito irlandese e scozzese e successivamente, a seguito della massiccia emigrazione irlandese a metà del XIX secolo, americano, i festeggiamenti secolari e carnevaleschi la notte di Ognissanti non cessarono, anzi si intensificarono,
Tanto che i rituali che oggi associamo abitualmente ad Halloween e perfino il nome della festa si svilupparono in età medioevale e moderna.

Per esempio, le processioni di bambini mascherati che la notte di Halloween girano per le case dicendo “Trick or treat” (“Dolcetto o scherzetto”), deriverebbero dalla tradizione dell’immaginario medioevale di incontri tra vivi e morti e delle processioni di morti e di scheletri diffuse in tutte le leggende europee e ben attestate nelle letterature e nell’iconografia di quei secoli.

La zucca – Jack-O-Lantern
Il motivo della zucca-lanterna affonda le sue radici nella più antica tradizione, ma la sua evoluzione è avvenuta in età post-cristiana.
Nell’antico mondo celtico, la notte di Samhain gli uomini percorrevano le strade recando grandi torce per impedire a streghe e folletti di avvicinarsi alle case e alle fattorie.
Successivamente in Irlanda, in luogo delle torce, si usarono come lanterne per tenere lontani gli spiriti grosse rape intagliate a forma di volti mostruosi e scavate per ospitare un lume.
Gli irlandesi emigrati negli XIX secolo negli Usa non trovando le rape le sostituirono con le zucche, che divennero da allora le lanterne rituali della festa.

Secondo un’altra tradizione, la rapa-lanterna deriverebbe dalla leggenda irlandese di Jack-O-Lantern, un malfattore che la notte di Ognissanti sfidò Satana a salire su un albero su cui, a insaputa di Satana, aveva inciso una croce. Il diavolo si trovò così intrappolato sull’albero e poté scendere solo promettendo a Jack di non farlo entrare all’Inferno dopo la morte.
Dopo morto Jack non poté entrare in Paradiso per i suoi peccati ma neppure all’Inferno per via del suo patto col diavolo. Così fu costretto a vagare per sempre nell’oscurità e, per farsi luce, prese un tizzone donatogli dal diavolo e lo mise dentro una rapa scavata per farlo durare di più.

Come ho accennato sopra, lo stesso nome Halloween, evoluzione dell’antica festa celtica di Samhain, è nato solo in età moderna.
Halloween è la forma contratta moderna dell’espressione inglese “All Hollow Even” che significa “Vigilia di Ognissanti” (All Hollows “Ognissanti”)
Secondo i dizionari, tale espressione sarebbe attestata solo a partire dal XVIII secolo, 1300 anni dopo la cristianizzazione dell’Irlanda.

 

Conclusioni
La commemorazione dei defunti è un elemento centrale di tutte le tradizioni rituali europee e mediterranee.
Halloween, come ho detto all’inizio e come ho cercato di mostrare con un serie di esempi, non è una festa inventata da Hollywood e dai produttori di maschere.
Al contrario, è una festa che affonda le sue radici nel ricchissimo patrimonio culturale, religioso e mitologico delle tradizioni agricole e pastorizie europee e che, coi suoi rituali, simboleggia l’eterno ciclo di morte e rinascita che è alla base stessa della vita.

Certo, quella che conosciamo oggi e che si è affermata in Italia negli ultimi anni è anche una festa d’importazione da oltreoceano, giunta più per interessi commerciali e attraverso strategie di marketing che per diffusione spontanea.
Ma ciò non significa che sia una festa da rifiutare o da respingere. Halloween, così come è oggi, può divenire un’occasione di arricchimento e di consapevolezza, oltre che di recupero di riti e tradizioni che rispondono a esigenze psicologiche profonde dell’uomo davanti al mistero della vita e della morte.

Perché ciò accada sarebbe preferibile non vivere Halloween come forma di colonizzazione. Ne’ celebrarla come una festa molto trendy nata negli States e arrivato finalmente anche da noi.
Si tratta invece di festeggiarla sapendo che è la festa per il Giorno dei Morti e intuendo che i suoi riti sono gli stessi compiuti per secoli dai nostri antenati. E magari intuendo, se non sapendo, che quando un bambino suona alla nostra porta la sera del 31 ottobre dicendo “dolcetto o scherzetto”, non sta solo imitando il suo coetaneo di Los Angeles visto in un telefilm. Ma sta rivivendo quello stesso antico rito propiziatorio fatto per secoli dai bambini sardi, dai ragazzi abruzzesi, dai contadini pugliesi e dai mendicanti emiliani in occasione della stessa festa.

 

Letture
La bibliografia sulle tradizioni culturali, antropologiche e folcloristiche è sterminata, esistono migliaia di studi e di siti che si occupano dell’argomento e non è questa la sede per indicarne e commentarne anche solo alcuni titoli.
Mi limito pertanto a segnalare due libri, un saggio e un romanzo, dedicati specificamente al tema della celebrazione del Giorno dei Morti nella consuetudini europee e italiane e nella loro odierna evoluzione.

Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi
Halloween.
Nei giorni che i morti ritornano. Tutte le sorprese di una festa più antica e italiana di quanto pensiate
Einaudi 2006, pp. 358

Saggio di carattere divulgativo ma molto accurato e preciso e scritto in modo molto chiaro, Il testo parte dalla constatazione dell’odierna diffusione delle celebrazioni di Halloween in Italia, diffusione dovuta principalmente all’influenza di cinema, tv e libri provenienti dagli Usa. Ma dimostra subito dopo come queste celebrazioni abbiano in realtà radici profonde e antichissime in tutta la tradizione popolare italiana ed europea e come, pertanto la festa dei Morti sia un patrimonio comune che va ben al di là del mondo celtico e delle sue derivazioni.

Ray Bradbury
L’albero di Halloween
Mondadori 2005, pp. 124
(or. The Halloween Tree, 1972, traduzione di Annalisa Mancioli)

E’ un romanzo per bambini – ma godibile anche dagli adulti – scritto da Bradbury con l’intento pedagogico di illustrare le radici culturali e popolari di Halloween. In un viaggio fantastico nel tempo e nello spazio alla ricerca di un amico scomparso la notte di Halloween, i bambini protagonisti della storia vengono a conoscere le credenze sulla morte e le usanze e tradizioni delle antiche civiltà europee e mediterranee, pagane e cristiane relativa alla celebrazione del Giorno dei Morti.

Scritto da Vianne

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Il Giorno dei Morti e Halloween (3/4)

Il Giorno dei Morti e Halloween (1/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (2/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (4/4)

Le tradizioni probabilmente più antiche e tuttora ancora vive in molte zone italiane sono quelle legate al cibo. Si può affermare che non esista regione che non abbia nella sua cucina tradizionale un piatto di rito e dalla forte valenza simbolica dedicato al Giorno dei Morti.

Le fave
Nell’antichità le fave erano il cibo rituale dedicato ai defunti e venivano servite come piatto principale nei banchetti funebri. I Romani le consideravano sacre ai morti e ritenevano che ne contenessero le anime.
Molto probabilmente questa credenza era legata ai caratteri botanici della pianta: le sue lunghe radici che affondano in profondità nel terreno; il suo lungo stelo cavo, che secondo le credenze popolari serviva a mettere in comunicazione i morti coi vivi; e soprattutto i suoi fiori bianchi con sfumature violacee e con una caratteristica macchia nera, la cui forma evocherebbe la lettera greca theta, lettera iniziale della parola greca thànatos, morte.

Il Cristianesimo e la tradizione popolare mutuarono dal mondo Romano questo uso delle fave.
Nel X secolo le fave divennero cibo di precetto nei monasteri durante le veglie di preghiera per la Commemorazione dei Defunti.
Per la stessa ricorrenza vennero usate come cibo da distribuire ai poveri o da cuocere insieme ai ceci e lasciare a disposizione dei passanti agli angoli delle strade
In Toscana, in Veneto e in Calabria si usava recarsi al cimitero e mangiare fave sulle tombe dei propri cari.
In Liguria piatto tipico del 2 novembre era lo “stoccafisso e bacilli”, stoccafisso con le fave.
In Veneto lo erano le “faoline”, semplici fave, e in Sicilia le “fave a coniglio“, fave lesse con aglio e origano.

Nel corso dei secoli, probabilmente a causa dei rischi che le fave provocano a chi è affetto da favismo (difetto genetico ereditario che provoca gravi anemie in caso di assunzione di fave e altri legumi), quel cibo venne sostituito da dolci a base di mandorle o pinoli a forma e col nome rituale di “fave dei morti”. Dolci che troviamo tutt’oggi in molte cucine regionali italiane, dalla Lombardia al Lazio all’Emilia Romagna al Veneto, alle Marche, all’Umbria, alla Sardegna ecc.

I ceci
L’altro cibo canonico associato fin dai tempi più antichi ai defunti è il cece. Nel mondo greco durante le Antesterie, feste della durata di 3 giorni a fine inverno in onore di Dioniso e durante le quali si riteneva che i defunti tornassero sulla terra, l’ultima giornata era dedicata alla “festa della Pentola”. In questa giornata si cuocevano grandi pentole di civaie (ceci, fave, fagioli e altri semi) dedicate a Dioniso e Ermes. Le pentole venivano poi esposte sugli altari e offerte alle anime dei defunti affinché si rifocillassero prima di intraprendere il viaggio di ritorno nell’aldilà.

E, come per la fave, anche l’uso di consumare ceci nel tempo dedicato ai Morti passò nella tradizione culinaria Romana e poi cristiana.
Come ricordato qualche riga fa, nel Giorno dei Morti ceci e fave lesse venivano distribuiti ai poveri o lasciati agli angoli delle strade perché tutti potessero attingervi
Piatti a base di ceci comparivano (e probabilmente ancora compaiono) quel giorno sulle tavole di molte regioni italiane.
In Liguria la zuppa di ceci, insieme alla stoccafisso con le fave, rappresentava il menù tipico del Giorno dei Morti.
In Lombardia, a Milano, il piatto rituale per i Defunti era la minestra di ceci con la tempia, come ricorda anche il poeta milanese Delio Tessa in alcuni versi del suo splendido poemetto “Caporetto 1917 – L’è el dì di Mòrt, alégher!” del 1919.
Il poeta contrappone la cappa plumbea che la notizia della disfatta porta in città alla briosa vivacità con cui i milanesi stanno celebrando il Giorno dei Morti, e scrive:

[…]L’è el dì di Mòrt, alégher!
Sòtta ai topiett se balla,
se rid e se boccalla;
passen i tramm ch’hin negher
de quij che torna a cà
per magnà, boccallà:
scisger e tempia…
[…]
  […]E il dì dei Morti, allegri!
Sotto le pergole si balla,
si ride e si tracanna;
passano i tram neri
di quelli che tornano a casa
per mangiare e sbevazzare:
ceci e tempia…
[…]

La traduzione del testo di Tessa è presa dal sito dedicato agli scrittori milanesi Milanesìabella.

Il grano
L’altro importante cibo tradizionale presente sulle tavole il Giorno dei Defunti è il grano.
Non deve stupire l’uso del grano per i Morti. In tutte le culture e le religioni il grano è il simbolo stesso della vita e della fertilità.
Ma per raccogliere il chicco di grano bisogna recidere la spiga – ucciderla – e il chicco solo dopo essere morto a sua volta sottoterra rinascerà in una nuova spiga. Il grano viene allora associato nello stesso tempo anche alla morte e alla resurrezione e diviene il simbolo del continuo e incessante ciclo di morte e rinascita della natura.
In una delle tradizioni religiose più antiche, il culto misterico di Eleusi, le celebrazioni in onore di Demetra. dea dell’agricoltura e dei raccolti, prevedevano che gli iniziati partecipassero recando fiaccole e spighe di grano, simboli di luce e vita, e che, durante il rituale, la sacerdotessa tagliasse una spiga di grano – la uccidesse – e annunciasse subito dopo la nascita del divino bambino Dioniso. Morte e rinascita, vita che nasce dalla morte.

Mangiare il grano nel Giorno dei Morti viene così ad assumere, oltre che valore rituale, valore propiziatorio per garantire continuazione alla vita e prosperità.
Nella tradizione culinaria italiana il grano è presente sopratutto nelle regioni meridionali e della Magna Grecia. Cotto e mischiato a vino cotto, chicchi di melograno, cannella, noci e, zucchero faceva (e fa ancora) parte delle celebrazioni rituali in Puglia, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.

I dolci
I dolci sono probabilmente il cibo rituale più usato in tutte le tradizioni regionali per commemorare il Giorno dei Morti. Ogni regione ha i suoi dolci tipici che, già dal nome, richiamano la celebrazione, anche se le varie tipologie sono tra loro molto simili.
Oltre al grano cotto appena ricordato, i dolci più usati sono biscotti di consistenza più o meno dura, in genere a base di mandorle, pinoli, albumi e talvolta cioccolato.
In quasi tutte le regioni italiane questi biscotti vengono chiamati “fave dei morti” o “fave dolci”, già citate sopra.
In Lombardia si chiamano “ossa da mordere”e in Veneto, Toscana e Sicilia “ossa di morto”.

Un altro tipo di dolce tuttora molto usato è il “pane dei morti”, preparato in modi diversi nelle diverse regioni: a base di biscotti sbriciolati, cioccolato e uvetta in Lombardia (sul forum la ricetta); con pepe in Toscana; a forma di mani incrociate in Sicilia.

In Campania, a Napoli, si usa preparare il “torrone dei morti”, un torrone morbido a base di cioccolato.
In Sicilia, regione che ha la tradizione più ricca e golosa di dolci associati ai Morti, oltre al grano cotto e alla ossa di morto già citati, si preparano anche i “pupi di zuccaro”, pupi di zucchero, statuette di zucchero a forma di pupi siciliani o di personaggi del folclore e delle fiabe; e la la frutta di Martorana, dolci di mandorle e pasta reale a forma di frutta.

(segue)

Scritto da Vianne

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Il Giorno dei Morti e Halloween (2/4)

Il Giorno dei Morti e Halloween (1/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (3/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (4/4)

Un elemento che accomuna tutte le tradizioni precristiane e che ha lasciato tracce profonde nel folclore, in particolare contadino, è la credenza che nel giorno a loro dedicato i morti possano tornare sulla terra per comunicare con i vivi, per ricevere luce e conforto, preghiere, doni e cibo o portare a loro volta doni.

Le vestigia di queste antiche credenze e delle corrispondenti pratiche rituali affiorano ancora oggi in alcune celebrazioni e usanze e ancor più nella tradizione culinaria. Per restare solo in Italia, non c’è regione che non ne porti il segno.

Le zucche
In Veneto, in Friuli a Pordenone, in Puglia a Orsara e in Abruzzo si usava svuotare, intagliare e decorare le zucche e inserirvi all’interno dei lumini per trasformarle in lanterne da collocare sulle finestre e sulle strade per fare luce ai defunti.
In Lombardia invece, a Bormio, le zucche venivano svuotate e riempite di vino per rifocillare i defunti tornati sulla terra.

In alcune zone queste tradizioni sono ancora vive. In particolare a Orsara di Puglia la Festa dei Morti viene ancora oggi interamente celebrata secondo l’affascinante e suggestiva millenaria tradizione.
Chi desiderasse saperne di più può trovare una descrizione dettagliata delle celebrazioni a questa pagina web.

La tavola imbandita
In Campania e in Lombardia, a Bormio, Vigevano e in Lomellina, si usava lasciare in cucina un secchio o un vaso d’acqua per dissetare i defunti.
In Piemonte si aggiungeva un posto a tavola per i morti che sarebbero arrivati in visita.
In Puglia e in Toscana si apparecchiava apposta la tavola.
In Sardegna non si sparecchiava la tavola dopo cena per consentire ai defunti di rifocillarsi durante la notte.
In Basilicata e Calabria, presso le comunità albanesi, si usava andare al cimitero di sera e lì allestire un banchetto sulla tomba dei propri cari e invitare tutti i passanti a parteciparvi.

Una delle più belle e dolenti poesie di Giovanni Pascoli, La tovaglia, fa riferimento proprio a questa diffusa usanza di lasciare la tavola apparecchiata la notte dei Morti per consentire ai propri cari trapassati di riposare e rifocillarsi:

[…]Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.
Oh! la notte nera nera,
di vento, d’acqua, di neve,
lascia ch’entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani.
[…]

Il testo integrale della bella e intensa lirica pascoliana, tratta dai Canti di Castelvecchio del 1903, si può leggere nel topic dedicato alla poesia sul forum di Libera-mente.

La questua
Era una delle usanze più diffuse in tutta la penisola.
In Sardegna i bambini, prima di cena, andavano a bussare alle porte delle case dicendo “Morti, morti” e ne ricevevano dolci, frutta secca e qualche volta anche denaro.
In Abruzzo erano i ragazzi a bussare alle porte delle case chiedendo offerte per le anime dei morti e ricevevevano dolci e frutta fresca e secca.
In Emilia Romagna invece la questua era fatta dai poveri, che bussavano alle porte chiedendo la carità per i morti e ricevendone cibo.
In Puglia ragazzi e contadini bussavano alle case cantando una sorta di serenata alla ricerca dell””aneme de muerte” (l’anima dei morti) e venivano fatti entrare in casa e rifocillati con vino, castagne e taralli.

I doni.
Particolarmente diffusa in Sicilia era l’usanza, ricordata nel racconto di Verga citato in apertura dell’articolo precedente, di ritenere che i defunti la notte della loro festa – e in Sicilia la Celebrazione dei Defunti era una vera e propria festa dedicata ai bambini – tornassero a visitare i loro cari portando doni, frutta e dolci ai bimbi.
Quella notte era, per i bambini siciliani, l’equivalente della Notte di Natale o di Santa Lucia di altre zone: la notte in cui, se erano stati buoni durante l’anno, ricevano i doni portati dai loro cari defunti, lasciati nelle loro scarpette o nelle loro calze.
Secondo altre tradizioni, i genitori allestivano cesti di doni e dolci appositamente preparati per la Festa e, durante la notte, li camuffavano e li nascondevano in casa. Al risveglio i bambini si dedicavano con gioia e entusiasmo alla ricerca dei doni dai morti e, dopo averli trovati, andavano con la famiglia al cimitero a trovare e ringraziare i defunti.

Una simile tradizione di doni esisteva anche in Puglia, a Manfredonia: la viglia dei Morti i bambini appendevano al bordo dei loro letti delle calze, le “cavezette di murte” e, durante la notte, i defunti passavano a riempirle di dolci.

(segue)

Scritto da Vianne