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Il Giorno dei Morti e Halloween (3/4)

Il Giorno dei Morti e Halloween (1/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (2/4)
Il Giorno dei Morti e Halloween (4/4)

Le tradizioni probabilmente più antiche e tuttora ancora vive in molte zone italiane sono quelle legate al cibo. Si può affermare che non esista regione che non abbia nella sua cucina tradizionale un piatto di rito e dalla forte valenza simbolica dedicato al Giorno dei Morti.

Le fave
Nell’antichità le fave erano il cibo rituale dedicato ai defunti e venivano servite come piatto principale nei banchetti funebri. I Romani le consideravano sacre ai morti e ritenevano che ne contenessero le anime.
Molto probabilmente questa credenza era legata ai caratteri botanici della pianta: le sue lunghe radici che affondano in profondità nel terreno; il suo lungo stelo cavo, che secondo le credenze popolari serviva a mettere in comunicazione i morti coi vivi; e soprattutto i suoi fiori bianchi con sfumature violacee e con una caratteristica macchia nera, la cui forma evocherebbe la lettera greca theta, lettera iniziale della parola greca thànatos, morte.

Il Cristianesimo e la tradizione popolare mutuarono dal mondo Romano questo uso delle fave.
Nel X secolo le fave divennero cibo di precetto nei monasteri durante le veglie di preghiera per la Commemorazione dei Defunti.
Per la stessa ricorrenza vennero usate come cibo da distribuire ai poveri o da cuocere insieme ai ceci e lasciare a disposizione dei passanti agli angoli delle strade
In Toscana, in Veneto e in Calabria si usava recarsi al cimitero e mangiare fave sulle tombe dei propri cari.
In Liguria piatto tipico del 2 novembre era lo “stoccafisso e bacilli”, stoccafisso con le fave.
In Veneto lo erano le “faoline”, semplici fave, e in Sicilia le “fave a coniglio“, fave lesse con aglio e origano.

Nel corso dei secoli, probabilmente a causa dei rischi che le fave provocano a chi è affetto da favismo (difetto genetico ereditario che provoca gravi anemie in caso di assunzione di fave e altri legumi), quel cibo venne sostituito da dolci a base di mandorle o pinoli a forma e col nome rituale di “fave dei morti”. Dolci che troviamo tutt’oggi in molte cucine regionali italiane, dalla Lombardia al Lazio all’Emilia Romagna al Veneto, alle Marche, all’Umbria, alla Sardegna ecc.

I ceci
L’altro cibo canonico associato fin dai tempi più antichi ai defunti è il cece. Nel mondo greco durante le Antesterie, feste della durata di 3 giorni a fine inverno in onore di Dioniso e durante le quali si riteneva che i defunti tornassero sulla terra, l’ultima giornata era dedicata alla “festa della Pentola”. In questa giornata si cuocevano grandi pentole di civaie (ceci, fave, fagioli e altri semi) dedicate a Dioniso e Ermes. Le pentole venivano poi esposte sugli altari e offerte alle anime dei defunti affinché si rifocillassero prima di intraprendere il viaggio di ritorno nell’aldilà.

E, come per la fave, anche l’uso di consumare ceci nel tempo dedicato ai Morti passò nella tradizione culinaria Romana e poi cristiana.
Come ricordato qualche riga fa, nel Giorno dei Morti ceci e fave lesse venivano distribuiti ai poveri o lasciati agli angoli delle strade perché tutti potessero attingervi
Piatti a base di ceci comparivano (e probabilmente ancora compaiono) quel giorno sulle tavole di molte regioni italiane.
In Liguria la zuppa di ceci, insieme alla stoccafisso con le fave, rappresentava il menù tipico del Giorno dei Morti.
In Lombardia, a Milano, il piatto rituale per i Defunti era la minestra di ceci con la tempia, come ricorda anche il poeta milanese Delio Tessa in alcuni versi del suo splendido poemetto “Caporetto 1917 – L’è el dì di Mòrt, alégher!” del 1919.
Il poeta contrappone la cappa plumbea che la notizia della disfatta porta in città alla briosa vivacità con cui i milanesi stanno celebrando il Giorno dei Morti, e scrive:

[…]L’è el dì di Mòrt, alégher!
Sòtta ai topiett se balla,
se rid e se boccalla;
passen i tramm ch’hin negher
de quij che torna a cà
per magnà, boccallà:
scisger e tempia…
[…]
  […]E il dì dei Morti, allegri!
Sotto le pergole si balla,
si ride e si tracanna;
passano i tram neri
di quelli che tornano a casa
per mangiare e sbevazzare:
ceci e tempia…
[…]

La traduzione del testo di Tessa è presa dal sito dedicato agli scrittori milanesi Milanesìabella.

Il grano
L’altro importante cibo tradizionale presente sulle tavole il Giorno dei Defunti è il grano.
Non deve stupire l’uso del grano per i Morti. In tutte le culture e le religioni il grano è il simbolo stesso della vita e della fertilità.
Ma per raccogliere il chicco di grano bisogna recidere la spiga – ucciderla – e il chicco solo dopo essere morto a sua volta sottoterra rinascerà in una nuova spiga. Il grano viene allora associato nello stesso tempo anche alla morte e alla resurrezione e diviene il simbolo del continuo e incessante ciclo di morte e rinascita della natura.
In una delle tradizioni religiose più antiche, il culto misterico di Eleusi, le celebrazioni in onore di Demetra. dea dell’agricoltura e dei raccolti, prevedevano che gli iniziati partecipassero recando fiaccole e spighe di grano, simboli di luce e vita, e che, durante il rituale, la sacerdotessa tagliasse una spiga di grano – la uccidesse – e annunciasse subito dopo la nascita del divino bambino Dioniso. Morte e rinascita, vita che nasce dalla morte.

Mangiare il grano nel Giorno dei Morti viene così ad assumere, oltre che valore rituale, valore propiziatorio per garantire continuazione alla vita e prosperità.
Nella tradizione culinaria italiana il grano è presente sopratutto nelle regioni meridionali e della Magna Grecia. Cotto e mischiato a vino cotto, chicchi di melograno, cannella, noci e, zucchero faceva (e fa ancora) parte delle celebrazioni rituali in Puglia, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.

I dolci
I dolci sono probabilmente il cibo rituale più usato in tutte le tradizioni regionali per commemorare il Giorno dei Morti. Ogni regione ha i suoi dolci tipici che, già dal nome, richiamano la celebrazione, anche se le varie tipologie sono tra loro molto simili.
Oltre al grano cotto appena ricordato, i dolci più usati sono biscotti di consistenza più o meno dura, in genere a base di mandorle, pinoli, albumi e talvolta cioccolato.
In quasi tutte le regioni italiane questi biscotti vengono chiamati “fave dei morti” o “fave dolci”, già citate sopra.
In Lombardia si chiamano “ossa da mordere”e in Veneto, Toscana e Sicilia “ossa di morto”.

Un altro tipo di dolce tuttora molto usato è il “pane dei morti”, preparato in modi diversi nelle diverse regioni: a base di biscotti sbriciolati, cioccolato e uvetta in Lombardia (sul forum la ricetta); con pepe in Toscana; a forma di mani incrociate in Sicilia.

In Campania, a Napoli, si usa preparare il “torrone dei morti”, un torrone morbido a base di cioccolato.
In Sicilia, regione che ha la tradizione più ricca e golosa di dolci associati ai Morti, oltre al grano cotto e alla ossa di morto già citati, si preparano anche i “pupi di zuccaro”, pupi di zucchero, statuette di zucchero a forma di pupi siciliani o di personaggi del folclore e delle fiabe; e la la frutta di Martorana, dolci di mandorle e pasta reale a forma di frutta.

(segue)

Scritto da Vianne

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Un elemento che accomuna tutte le tradizioni precristiane e che ha lasciato tracce profonde nel folclore, in particolare contadino, è la credenza che nel giorno a loro dedicato i morti possano tornare sulla terra per comunicare con i vivi, per ricevere luce e conforto, preghiere, doni e cibo o portare a loro volta doni.

Le vestigia di queste antiche credenze e delle corrispondenti pratiche rituali affiorano ancora oggi in alcune celebrazioni e usanze e ancor più nella tradizione culinaria. Per restare solo in Italia, non c’è regione che non ne porti il segno.

Le zucche
In Veneto, in Friuli a Pordenone, in Puglia a Orsara e in Abruzzo si usava svuotare, intagliare e decorare le zucche e inserirvi all’interno dei lumini per trasformarle in lanterne da collocare sulle finestre e sulle strade per fare luce ai defunti.
In Lombardia invece, a Bormio, le zucche venivano svuotate e riempite di vino per rifocillare i defunti tornati sulla terra.

In alcune zone queste tradizioni sono ancora vive. In particolare a Orsara di Puglia la Festa dei Morti viene ancora oggi interamente celebrata secondo l’affascinante e suggestiva millenaria tradizione.
Chi desiderasse saperne di più può trovare una descrizione dettagliata delle celebrazioni a questa pagina web.

La tavola imbandita
In Campania e in Lombardia, a Bormio, Vigevano e in Lomellina, si usava lasciare in cucina un secchio o un vaso d’acqua per dissetare i defunti.
In Piemonte si aggiungeva un posto a tavola per i morti che sarebbero arrivati in visita.
In Puglia e in Toscana si apparecchiava apposta la tavola.
In Sardegna non si sparecchiava la tavola dopo cena per consentire ai defunti di rifocillarsi durante la notte.
In Basilicata e Calabria, presso le comunità albanesi, si usava andare al cimitero di sera e lì allestire un banchetto sulla tomba dei propri cari e invitare tutti i passanti a parteciparvi.

Una delle più belle e dolenti poesie di Giovanni Pascoli, La tovaglia, fa riferimento proprio a questa diffusa usanza di lasciare la tavola apparecchiata la notte dei Morti per consentire ai propri cari trapassati di riposare e rifocillarsi:

[…]Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.
Oh! la notte nera nera,
di vento, d’acqua, di neve,
lascia ch’entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani.
[…]

Il testo integrale della bella e intensa lirica pascoliana, tratta dai Canti di Castelvecchio del 1903, si può leggere nel topic dedicato alla poesia sul forum di Libera-mente.

La questua
Era una delle usanze più diffuse in tutta la penisola.
In Sardegna i bambini, prima di cena, andavano a bussare alle porte delle case dicendo “Morti, morti” e ne ricevevano dolci, frutta secca e qualche volta anche denaro.
In Abruzzo erano i ragazzi a bussare alle porte delle case chiedendo offerte per le anime dei morti e ricevevevano dolci e frutta fresca e secca.
In Emilia Romagna invece la questua era fatta dai poveri, che bussavano alle porte chiedendo la carità per i morti e ricevendone cibo.
In Puglia ragazzi e contadini bussavano alle case cantando una sorta di serenata alla ricerca dell””aneme de muerte” (l’anima dei morti) e venivano fatti entrare in casa e rifocillati con vino, castagne e taralli.

I doni.
Particolarmente diffusa in Sicilia era l’usanza, ricordata nel racconto di Verga citato in apertura dell’articolo precedente, di ritenere che i defunti la notte della loro festa – e in Sicilia la Celebrazione dei Defunti era una vera e propria festa dedicata ai bambini – tornassero a visitare i loro cari portando doni, frutta e dolci ai bimbi.
Quella notte era, per i bambini siciliani, l’equivalente della Notte di Natale o di Santa Lucia di altre zone: la notte in cui, se erano stati buoni durante l’anno, ricevano i doni portati dai loro cari defunti, lasciati nelle loro scarpette o nelle loro calze.
Secondo altre tradizioni, i genitori allestivano cesti di doni e dolci appositamente preparati per la Festa e, durante la notte, li camuffavano e li nascondevano in casa. Al risveglio i bambini si dedicavano con gioia e entusiasmo alla ricerca dei doni dai morti e, dopo averli trovati, andavano con la famiglia al cimitero a trovare e ringraziare i defunti.

Una simile tradizione di doni esisteva anche in Puglia, a Manfredonia: la viglia dei Morti i bambini appendevano al bordo dei loro letti delle calze, le “cavezette di murte” e, durante la notte, i defunti passavano a riempirle di dolci.

(segue)

Scritto da Vianne

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Il Giorno dei Morti e Halloween (4/4)

Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti – nell’ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti – un prete sepolto da cent’anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò “la Camera del Prete”

Queste righe non sono tratte da un racconto di fantasmi irlandese o dalla sceneggiatura dell’ennesimo telefilm hollywoodiano dedicato ad Halloween.
Sono tratte da un racconto di Giovanni Verga, “La festa dei morti”, pubblicato nella sua raccolta Vagabondaggio del 1887, ma scritto qualche anno prima e già apparso su rivista nel 1884 col titolo “La camera del prete”.

A pochi giorni dai festeggiamenti per Halloween questo racconto, che cita l’antica tradizione siciliana di fare doni ai bambini in occasione de Giorno dei Defunti, ci ricorda qualcosa che troppo spesso tendiamo a dimenticare: la celebrazione del Giorno dei Morti non è una recente e carnevalesca invenzione dei produttori di Hollywood e dei nostri commercianti di maschere; non è nata col bombardamento televisivo e cinematografico made in Usa; e, tranne che nei paesi anglofoni, non si è mai chiamata Halloween.

Il Giorno o Festa dei Morti, di fatto, è una celebrazione antichissima, presente in tutte le tradizioni europee e non solo, e legata ai ritmi della natura, dell’agricoltura e dell’allevamento: la progressiva riduzione della durata del giorno rispetto alla notte, la fine del tempo della raccolta e il ritorno degli animali dal pascolo. La fine di un ciclo naturale – la sua morte – e l’inizio, dopo la semina, di un nuovo ciclo.
Ma è anche una celebrazione legata alla necessità psicologica dell’uomo di ricordare e tenere vivo un legame con i propri cari defunti, oltre che di esorcizzare la paura della morte. Così, nel giorno dedicato ai morti l’uomo da sempre offre doni a chi non c’è più e compie riti che hanno valore ad un tempo commemorativo e propiziatorio.

Per ricordare solo uno degli esempi più antichi, il mondo greco dedicava alla commemorazione dei morti le feste in onore della dea Gea, la Madre Terra nonché divinità dei defunti, accolti dopo la morte nel suo grembo.
Nel corso di queste feste, che avvenivano nel mese di Boedromione, grosso modo il nostro mese di settembre, si compivano sacrifici espiatori e si donavano offerte per i defunti.
Non deve stupire che Gea, in quanto Madre Terra, fosse ad un tempo divinità generatrice di tutte le cose e divinità protettrice dei defunti, così come non deve stupire che, allo stesso modo, dea della fecondità e dea dei defunti fosse la sua corrrispondente nel mondo Romano, la dea Tellus. Divinità della generazione e della vita e divinità della morte.
In tutto il mondo antico e in tutte le tradizioni la morte è sempre strettamente associata alla nascita e alla vita, in base alla concezione per cui, perché ci sia la vita, è indispensabile la morte. Morte che a sua volta racchiude in se’ il germe della vita: il seme muore affinché possa nascere e crescere la nuova pianta. Il rapporto tra morte e vita è strettissimo e indissolubile ed è espresso nel modo più intenso nella morte e resurrezione della divinità, elemento centrale di tutte le religioni.
E questa concezione è alla base dei rituali e delle tradizioni sui defunti.

(segue)

Scritto da Vianne