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Blog In Libreria Incipit

Incipit: Tramonto di un cuore di Stefan Zweig

E’ tra i libri che, almeno fino a questo momento, mi hanno colpito di più.

Travolgente, toccante.

Immedesimarsi nel protagonista “il vecchio Salomonsohn”, nei suoi pensieri, nei pensieri di un padre nei confronti della propria figlia – non essendo io padre, posso solo immaginare – è qualcosa che lascia il segno, che fa capire davvero quanto sia difficile ricoprire questo ruolo in determinate situazioni…

Incipit: Tramonto di un cuore di Stefan Zweig

Non è detto che il destino, per distruggere il cuore umano, debba menare un colpo brutale e usare tutta la sua violenza; da futili motivi anzi esso trae la sua indomabile gioia creatrice. Nel nostro linguaggio umano questo primo lieve tocco lo chiamiamo causa, e stupiti confrontiamo la sua piccola misura con gli effetti spesso straordinari di potenza. Ma come la malattia esiste prima di manifestarsi apertamente, così il destino non comincia solo quando diventa realtà visibile e concreta. Esso impera nello spirito e nel sangue assai prima che dall’esterno arrivi all’anima. Riconoscersi è già difendersi, e per lo più è invano.

Titolo: Tramonto di un cuore
Autore: Stefan Zweig
Casa editrice: Garzanti
Pagine: 54 pagine
Anno di pubblicazione: 2015
Traduzione di Berta Burgio Ahrens

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Blog In Libreria Incipit

Incipit – La casa in collina di Cesare Pavese

Alla fine non so chi, tra le diverse case editrici, si aggiudicherà di diritti per la ripubblicazione delle opere di Cesare Pavese – c’è una “guerra” (un’altra) in atto – e francamente poco mi importa…

Quello che mi interessa invece è che ogni sua opera lascia il segno, lascia qualcosa dentro, e La casa in collina (il libro è sul mio comodino in questo momento) non è da meno, sta facendo esattamente questo e senza svelare niente, riporto qui l’incipit, giusto un paio di righe che segnano l’inizio della storia narrata…

Incipit – La casa in collina di Cesare Pavese

Già in altri tempo si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terremo accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch’io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita.

Si prendeva la salita, e ciascuno parlava della città condannata, della notte e dei terrori imminenti. Io che vivevo da tempo lassù, li vedevo a poco a poco svoltare e diradarsi, e veniva il momento che salivo ormai solo, tra le siepi e il muretto. Allora camminavo tendendo l’orecchio, levando gli occhi agli alberi familiari, fiutando le cose e la terra. Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali. Dalla finestra sul frutteto avrei ancora veduto il mattino. Avrei dormito dentro un letto, questo sì.

(da La casa in collina di Cesare Pavese – pagina 3)

Dati del libro

Titolo: La casa in collina
Autore: Cesare Pavese
Casa Editrice: Enaudi
Anno di pubblicazione: 2020
Pagine: 222

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3 - La penna e la tela Blog In Libreria Una frase, un rigo appena

Una frase, un rigo appena: La peste di Albert Camus

Potrebbe sembrare un caso, una coincidenza, o forse no ma durante questi mesi di quarantena mi è capitato di leggere La peste di Albert Camus e devo dire che alcuni passaggi mi hanno colpito particolar modo, mi han fatto rivivere quello che in realtà stavo già vivendo (abbiamo vissuto) e ripensare a tutte le persone che in questi mesi si sono ammalate o, peggio, ci hanno lasciato.

Il libro è stato scritto nel 1947 – prima edizione -, e narra quanto accaduto in una città dell’Algeria (Orano) negli Anni ’40. Tanto tempo fa si potrebbe dire, cause diverse sicuramente, ma stessa storia attuale, dico io, purtroppo…

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Un breve passaggio:

Il siero di Castel venne sperimentato negli ultimi giorni di ottobre. Era, concretamente, l’ultima speranza di Rieux. Nel caso di un nuovo fiasco, il dottore era persuaso che la città sarebbe stata in balia dei capricci della malattia, sia che l’epidemia prolungasse i suoi effetti per altri lunghi mesi, sia che decidesse di arrestarsi senza motivo.
Il giorno prima che Castel facesse visita a Rieux, il figlio del signor Othon si era ammalato e tutta la famiglia era stata messa in quarantena, la madre, che ne era uscita da poco, si vide quindi isolato per la seconda volta. Ligio alle disposizioni, il giudice aveva chiamato il dottor Rieux, appena aveva riconosciuto sul corpo del bambino i segni della malattia. Quanto Rieux arrivò, il padre e la madre erano in piedi in fondo al letto. La bambina era stata allontanata. Il piccolo era nella fase di prostrazione e si lasciò visitare senza lamentarsi. Quando il dottore rialzò la testa, incontro lo sguardo del giudice e, dietro di lui, il volto pallido della madre che si era messa un fazzoletto sulla bocca e seguiva i gesti del medico con gli occhi sbarrati.
“Si, vero?” disse il giudice con voce fredda.
“Si”, rispose Rieux, guardando il bambino.

[…]

La quarantena, che all’inizio era una semplice formalità, era stata organizzata da Rieux e Rambert in maniera molto rigida. In particolare, avevano stabilito che i membri della stessa famiglia fossero sempre separati. Se uno di loro era stato infettato senza saperlo, non si dovevano moltiplicare i rischi di contagio.

(da La peste di Albert Camus – pagine 224-225)

 

Personaggi citati nel passaggio:
– Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste per tutto il romanzo;
– Castel: vecchio dottore che sviluppa un siero contro il morbo;
– Othon: giudice istruttore.
– Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città ma abbandona l’idea di fuga per aiutare Rieux.

 

Dati del libro:

Autore: Albert Camus
Titolo: La peste
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Yasmina Melaouah
Pagine: 336

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3 - La penna e la tela Blog In Libreria Punti di vista Racconti

Punti di vista in libreria: Birra scura e cipolle dolci di John Cheever

COP_Cheever.inddFuori è umido, freddo, il sole di questa mattina, spuntato dopo la nebbia che non vedevo da anni dalle mie parti, è andato via e mi ritrovo qui in casa seduto davanti al pc – “cattiva deformazione professionale”, la mia – con un foglio bianco che presto imbratterò perché ne sento il bisogno, non posso fare nient’altro in questo momento, non posso farne a meno…

Penso al libro che ho sul comodino del quale non citerò direttamente il nome, dico solo di essere a metà de “La strada” e osservo che qui sul piano della scrivania ne ho sistemati diversi, di libri intendo, e lo sguardo cade… Toh! Su uno a caso: Birra scura e cipolle dolci di John Cheever, e subito vengo catapultato indietro nel tempo, tra il 1931 e il 1942, proprio gli anni in cui Cheever ha scritto i suoi tredici racconti, i primi della sua carriera di scrittore e venuti alla luce solo dopo la sua dipartita.

E penso…

Penso a tutte le storie che ha raccontato, ad alcuni dei passaggi presenti nei diversi racconti e alla postfazione, a momenti più lunga di alcuni dei racconti dello stesso Cheever, ma altrettanto bella e interessante e siccome sono (credo di essere) una persona normale – si spera – ma allo stesso tempo non convenzionale, è proprio sulla postfazione del libro che mi soffermo perchè dei racconti non voglio svelar niente a chi è in procinto (o si accinge a farlo) di leggere il libro…

  • Nella postfazione viene detto che per Cheever ogni storia andava raccontata. Vero.
  • Che prendere posizione, in un certo senso, o appoggiare e seguire “il gregge” dei potenti e non solo significa amalgamarsi e smarrire la propria identità. Vero.
  • L’essere influenzato dai “grandi” va bene fino a un certo punto, ogni persona è diversa, si può prendere spunto da chi viene prima ma l’importante è la rielaborazione del pensiero secondo il proprio stile, la propria natura, la propria unicità; anche i “grandi” hanno avuto dei maestri e dopo aver “acchiappato” quello che hanno appreso, via, sono partiti per la loro strada…giusta, sbagliata, chi può dirlo? Io rielaboro e metto in discussione e arrivo alle mie conclusioni, senza essere imboccato e senza pappa pronta.
  • Il successo non conta, il non poter fare a meno di qualcosa sì, di quel qualcosa che fa stare bene, soddisfa e appaga…credo che questa sia la lezione più importante che si possa imparare…

Vaneggio? Divago? Forse sì, forse no, non so, ma son fatto così e mi fermo qui con questa piccola parentesi nata spontaneamente in questo sabato pomeriggio freddo, umido, senza sole (già tramontato) e senza nebbia fuori, ma soprattutto davanti agli occhi…

Ah, dimenticavo…i racconti di Birra scura e cipolle dolci di John Cheever sono tutti tutti tutti belli, o per lo meno, a me sono apparsi così! 🙂

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Blog In Libreria Punti di vista

27 gennaio 2018 – Il Giorno della Memoria

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Ho scritto diversi pensieri, impressioni, opinioni ecc… e lasciato parlare persone che l’orrore dell’Olocausto l’hanno vissuto in prima persona, sopravvivendo per miracolo, e persone che hanno immaginato cosa possa essere stato, immedesimandosi in uomini e donne la cui unica diversità era la razza (e per razza intendo la religione, il colore della pelle, usi e costumi, le origini e tanto altro…) e rileggendo tutte queste testimonianze e non solo (basta il sol pensiero) continuo a rabbrividire per il buio improvviso davanti agli occhi.

Ho scritto diversi pensieri in occasione della Giornata della Memoria per non dimenticare e per far sì, nel mio piccolo sicuramente, che non si dimentichi la Storia e l’atrocità di quegli anni.
Non so se ci sono riuscito, non mi importa, ho sempre scritto qualcosa oggi e continuerò a farlo, così come continuerò a pensarci, non solo oggi, sempre.

In maniera diversa e in modo diverso, con altre facce e altri mezzi l’orrore è ancor presente nel 2018 e dovrebbe bastar questo per fermarsi un attimo a pensare e guardarsi intorno.

Chi è sopravvissuto, per miracolo, ripeto, è riuscito a varcare in senso contrario i cancelli dei diversi campi di stermino (tantissimi e ovunque) e porta sulla propria pelle i segni indelebili di quello che ha vissuto e tra loro c’è Trudi Birger. A lei e al suo libro Ho sognato la cioccolata per anni lascio la parola in questo 27 gennaio 2018, a 73 anni di distanza, affinché non si dimentichi…

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Quasi tutte tenevano gli occhi bassi, fissi sulla terra battuta che, prima di loro, era stata calpestata da anonime schiere, vite umane ridotte a grumi di paura e di rassegnazione. Aspettavamo che ci annunciassero la nostra sorte, una sorte definitiva: o la vita o la morte. La guerra durava già da anni e tutte noi avevamo imparato a conoscere i nazisti.

[…]

Non mi sono mai vergognata di portare la stella ebraica. I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l’idea che essere ebreo è un peccato.

[…]

Ovunque girassi lo sguardo c’erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l’amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.

Da Ho sognato la cioccolata per anni di Trudi Birger, pagine sparse, edizioni Piemme, anno 2008