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Aids, in arrivo nuovi farmaci...

Il mondo dentro di noi...

Messaggio 17/08/2006, 10:10
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Nasce in Europa la prima rete per la ricerca clinica

Toronto - Arrivano da Toronto dati positivi su due nuove classi di farmaci per le terapie anti-aids in fase avanzata di sperimentazione. C'e' ottimismo anche per risultati ottenuti utilizzando in modo nuovo farmaci disponibili da tempo. Annunciata a Toronto anche la nascita della prima rete per la ricerca clinica sull'Aids in Europa. Il progetto, approvato dalla Commissione Europea prendera' il via in gennaio, con un fondo iniziale di 12,5 milioni di euro, finanziato dall'Unione Europea.

fonte: ansa

Speriamo! :)
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Messaggio 17/08/2006, 13:43
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Speriamo di sì ... certo, ci sarebbero meno vittime se la Chiesa si facesse un po' più gli affaracci suoi ... soprattutto in Africa...
Balleremo fino all'alba canteremo fino al mattino
Qualcuno dirà son fuori ed altri che c'è troppo vino
Ma c'è sangue nelle nostre vene
scorre l'acqua nei nostri fiumi
La rabbia invece quella è tutta chiusa nei nostri pugni (I LUF)

Messaggio 17/08/2006, 13:58
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Maybe ha scritto:
Speriamo di sì ... certo, ci sarebbero meno vittime se la Chiesa si facesse un po' più gli affaracci suoi ... soprattutto in Africa...


Sisisisi! La posizione della chiesa a volte non la capisco, a volte sembra di un'intolleranza mostruosa se confrontata con tutte le organizzazioni esistenti!
Non vorrei dirlo ma in alcuni casi si predica bene (?) e si razzola male!
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Messaggio 07/06/2007, 20:49
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Ricerca italo-giapponese. Entro due anni messo a punto un test
"Persone mille volte più resistenti al virus: vantaggio ereditario"
Quel profilo genetico che rede immuni adesso il vaccino anti-Aids è meno lontano
Lo studio su coppie con uno dei due partners sieropositivo


Milano - Ci vorranno ancora un paio d'anni e poi sarà possibile sottoporsi a un test per sapere se si è portatori di quella particolare configurazione genetica che rende immuni dal contagio dell'HIV. E da questo risultato dipende gran parte della possibilità di produrre il vaccino anti-Aids.

"Ci stiamo avvicinando al Sacro Graal" - dice il Professor Mario Clerici, immunologo, uno dei coordinatori della ricerca che negli ultimi dieci anni ha impegnato due gruppi di scienziati italiani e uno giapponese. "Tutto è cominciato proprio da uno studio giapponese sul cosiddetto Retrovirus di Friend, un virus che attacca i topi e che produce un tumore del sangue - racconta il professor Clerici - I nostri colleghi avevano infatti notato che alcuni esemplari di topi erano immuni da questo virus del tutto simile a quello dell'Aids". Studiando il Dna di questi animali è stato riconosciuto e isolato il gene che li proteggeva dalla malattia. "E' solo dopo quei risultati che siamo arrivati noi. E ci siamo chiesti: è possibile che nel Dna umano siano attivi geni che rendono immuni proprio dall'Aids?".

Da questi presupposti è partita una ricerca che ha messo in collegamento l'Università di Milano con quella di Osaka e con l'equipe di epidemiologia della Asl di Firenze. E' qui, nel piccolo borgo di Bagno a Ripoli, che si è delineato il profilo del campione su cui indagare: cinquanta coppie eterosessuali 'discordanti' in cui, cioè, uno dei due partners risultava sieropositivo e l'altro negativo, coppie di cui si sa con certezza che hanno rapporti sessuali senza l'uso del profilattico. Coppie per le quali, quindi, c'è uno scenario che prelude al contagio. "Ma il campione è stato allargato anche a un centinaio di prostitute che praticano sesso non protetto. Si trattava di verificare che, nei soggetti monitorati, alla mancanza di trasmissione corrispondeva un profilo genetico simile". E la prova di questo nesso c'è stata: "Si è visto, infatti, che in tutti i casi analizzati la protezione dal virus corrispondeva a un dato corredo genetico".

Il professor Clerici racconta con entusiasmo l'iter di questa ricerca. "Il passo successivo è stato quello di verificare se questo gene era presente anche in soggetti meno vulnerabili al virus, quei sieropositivi, cioè, in cui non si registra alcuna progressione della malattia". Anche qui l'esito dato dalla mappatura genetica elaborata ad Osaka è stato positivo: il gene 22Q1213 era sempre lì, all'altezza del cromosoma 22.

"Attenzione - precisa Clerici - non stiamo parlando di una mutazione genetica, di una espressione particolare e unica, ma della forma normale di un assetto genico che - e questo è importantissimo - viene trasmesso ai figli. A conferma di un vantaggio selettivo molto grosso".

Ma che cosa succede esattamente quando il virus entra nell'organismo 'protetto' da questo particolare profilo genetico? "Basti sapere che quando abbiamo messo in vitro le cellule naturalmente protette accanto a quelle dell'Hiv, il virus non è riuscito a penetrare nelle cellule. E abbiamo constatato che sono necessarie dosi mille volte più alte di virus perchè quelle sane siano attaccate".

Di fatto tutto dipende dalla proteina sintetizzata da 22Q1213 che blocca il virus sin dall'inizio. "Una proteina - continua Clerici - che stiamo codificando proprio a fine terapeutico. Quando l'avremo identificata e saremo in grado di sintetizzarla la strada per il vaccino sarà tutta in discesa".

La prossima settimana il professor Clerici e i suoi colleghi, Masaaki Miyazawa, Sergio Lo Caputo e Francesco Mazzotta, presenteranno a Budapest gli ultimi risultati di una ricerca che potrebbe segnare la storia della medicina. E sarà forse lì che Mario Clerici e Masaaki Miyazawa battezzeranno il miracoloso 22Q1213 col nomignolo più familiare di 'Mama'.

fonte: Repubblica

L'ho letta poco fa questa notizia!...è una scoperta importantissimissima!...potrebbe davvero cambiare le cose e far fare un salto notevole nella lotta contro questo terribile virus! :)
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Messaggio 18/06/2012, 17:31
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Che continuino questa ricerca! Spero tanto che sia vera!

Latte materno uccide Hiv
studio su topi "umanizzati"

Una ricerca sugli animali in cui sono state riprodotte le difese immunitarie umane ha mostrato che l'allattamento al seno blocca la trasmissione del virus per via orale

Roma - Il latte materno potrebbe rivelarsi un'arma efficace per proteggere i bambini dal virus dell'Aids. Anche se all'allattamento al seno viene attribuito un ruolo chiave nella trasmissione del virus Hiv, la maggior parte dei bebè alimentati con la poppata naturale non vengono infettati. Il latte materno rappresenta quindi per gli scienziati un enigma: uccide l'Hiv o lo trasmette? Ora in uno studio pubblicato su Plos Pathogens, condotto su topi umanizzati - modificati cioè in laboratorio in modo da avere un sistema immunitario umano - un gruppo di ricercatori americani ha dimostrato che in sè il latte di mamma è un killer del germe dell'Aids, che colpisce i bambini per oltre il 15 per cento delle nuove infezioni.

Lo studio è firmato da Victor Garcia e colleghi dell'University of North Carolina School of Medicine, che per prima cosa hanno creato un particolare modello animale che avesse le difese immunitarie dell'uomo. In topi privi di difese immunitarie hanno introdotto tessuti umani di midollo osseo, fegato e timo, in modo tale da 'equipaggiare' i roditori con difese immunitarie che mimassero in modo affidabile le nostre.

Dopo avere verificato che nella cavità orale e nella parte alta dell'apparato digerente dei topi ci fossero effettivamente le stesse cellule responsabili della trasmissione dell'Hiv nell'uomo per questa via, e che i topi venissero effettivamente contagiati dal virus come gli umani attraverso questo stesso canale, gli scienziati hanno provato a trasmettere agli animali il virus Hiv oralmente attraverso il latte di una donna Hiv-negativa.

Ed hanno visto che l'infezione non passava: il latte bloccava il virus sia sotto forma di particelle virali sia in forma di cellule infettate. Il che farebbe crollare anche l'ipotesi che l'Hiv riesca a trasmettersi tramite il latte proprio attraverso cellule già infettate che funzionano come un cavallo di Troia. I ricercatori hanno infine confermato l'efficacia della profilassi antivirale pre-esposizione (terapia Prep, con il farmaco somministrato ai topi nei 3 giorni prima e nei 4 successivi al tentativo di infettarli), osservando che evitava il contagio nel 100% dei casi.

"Nessun bambino dovrebbe essere infettato dall'Hiv perché si nutre al seno della mamma", ha osservato Garcia ricordando la funzione cruciale del latte materno anche nello sviluppo delle difese contro altre infezioni. Ecco perché "capire come l'Hiv viene trasmesso ai neonati nonostante l'effetto protettivo del latte - conclude l'autore - ci aiuterà a sbarrare le porte al virus".

fonte:Repubblica
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Messaggio 19/06/2012, 12:53
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E' uno studio importante
Sono un Sagittario con quattro zampe, una coda, arco e freccia!

Messaggio 04/12/2018, 13:28
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Anche se trascorsa, il Primo dicembre è stata la Giornata Mondiale contro l'AIDS...
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Messaggio 06/03/2019, 12:49
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Aids, l'annuncio degli scienziati: eliminato Hiv nel secondo paziente al mondo
Nature: "paziente di Londra ha raggiunto la remissione completa dopo un trapianto di cellule staminali. Ma è ancora troppo presto per dire che è guarito"


Roma, 5 marzo 2019 - Eccezionale risultato dalla ricerca contro l'Aids. Per la seconda volta da quando è scoppiata l'epidemia legata all'Hiv, un paziente a Londra (che ha scelto di restare anonimo) sembrerebbe essere stato curato dall'infezione: lo riporta la rivista scientifica Nature, circa 12 anni dopo la notizia del primo paziente al mondo curato.

Il paziente ha raggiunto la remissione completa dopo un trapianto di cellule staminali, ma sebbene sia rimasto finora in remissione per 18 mesi, i ricercatori britannici guidati da Ravindra Gupta, virologo all'University College London, avvertono che è ancora troppo presto per dire che è "guarito" dall' Hiv.

Finora, ricordano i ricercatori su Nature, "abbiamo avuto solo un caso documentato di un paziente curato dall'Hiv dopo aver ricevuto un trapianto di cellule staminali ematopoietiche da un donatore con due copie della mutazione Δ32 di CCR5. In effetti CCR5 è un co-recettore per l'infezione da Hiv-1 e i portatori omozigoti di questa mutazione sono resistenti alle infezioni da virus Hiv-1 con questo co-recettore. Questo celebre precedente, noto in tutto il mondo come "il paziente di Berlino", si è verificato 12 anni fa, ma il trattamento per arrivare a questo risultato era stato molto aggressivo e l'approccio non era stato ripetuto con successo, almeno fino ad ora".

Ravindra Gupta e i suoi colleghi hanno dimostrato l'efficacia di una forma meno aggressiva di trattamento in un uomo con Hiv-1 a cui era stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin avanzato nel 2012. Per trattare il tumore, il paziente ha ricevuto un trapianto di cellule staminali ematopoietiche da un donatore con due copie dell'allele CCR5 Δ32. L'uomo ha avuto solo una lieve reazione al trapianto di cellule staminali. I ricercatori spiegano che, in seguito a questo trattamento, il paziente è diventato omozigote per CCR5 Δ32, e la terapia antiretrovirale è stata interrotta dopo 16 mesi. Dopo aver effettuato una serie di analisi, gli autori hanno potuto confermare che l'Rna dell' Hiv-1 non era rilevabile. Il paziente è rimasto in remissione per altri 18 mesi. Questi risultati dimostrano che il "paziente di Berlino" non era un'anomalia, e forniscono ulteriore supporto allo sviluppo di approcci mirati al co-recettore CCR5 come strategia per raggiungere la remissione dell'Hiv.

fonte: Quotidiano.net
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