Il disco del mese – Devils & Dust di Bruce Springsteen

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Finalmente è arrivato il momento di parlare di questo fantastico disco!

Avevo annunciato la sua recensione anticipandola il mese scorso con il brano (articolo e video) che non solo dà il titolo all’album ma che apre la tracklist delle dodici canzoni.
Il disco è Devils & Dust (Diavoli e polvere) de The Boss, Bruce Springsteen.

L’album è il ventunesimo pubblicato, il tredicesimo registrato in studio e il terzo, in ordine di arrivo, acustico dopo Nebraska e The Ghost of Tom Joad.

Le dodici canzoni che lo compongono hanno un filo conduttore: narrare e raccontare le sensazioni di un soldato impegnato nella guerra in Iraq, questo perché Springsteen negli anni s’è sempre schierato dalla parte opposta alla politica di George W. Bush e con questo lavoro ha voluto ricordare quello che i soldati americani hanno visto e vissuto sulla propria pelle.

Ebbene, dopo questa piccola introduzione, passiamo all’analisi dei singoli brani…
A differenza delle altre volte però non mi soffermerò su tutte le canzoni, saltello di qua e di là per mettere in evidenza determinati aspetti che colpiscono e rendono il lavoro del Boss unico.

Per i primi tre brani mi sembra giusto spendere qualche parola in più perché rappresentano un’introduzione all’album, i successivi continuano a raccontare la storia e lo fanno nel miglior modo possibile.

Devils & Dust. Un uomo solo che si chiede, domanda cosa c’è da fare e perché si è arrivati a questo punto. Voce e chitarra, come nella migliore tradizione acustica sono i componenti principali, successivamente la canzone si apre e questo avviene dopo qualche minuto, non appena arriva il primo solo eseguito con l’armonica.
Tutto però rimane in sottofondo tranne gli accordi di chitarra e le parole. Musicalmente perfetta e con suoni davvero curati non poteva che essere il brano d’apertura. Energica al punto giusto e molto significativa.

Un po’ più movimentata ma allo stesso tempo spoglia e priva di fronzoli è All the Way Home dove non ci sono altri strumenti se non quelli principali che contrassegnano un album acustico che per alcuni può risultare poco curato mentre per altri bellissimo.
E si continua così, su questa strada che si sta percorrendo, anche nella canzone Reno dove la chitarra risulta più corposa e piena di armoniche ma anche di note alte che al contrario di quello che generalmente ci si aspetta, rimangono sempre in sottofondo e si fanno sentire solo durante il breve ritornello; questa raffinatezza è possibile grazie ad un gioco di volumi davvero bene fatto.

Seguono in ordine di scaletta Long Time Comin, Black Cowboys e Maria’s Bed ma è con l’arrivo di Silver Palomino che avviene un cambiamento messo in evidenza lasciando il cantautore solo e senza musicisti intorno, solo con la sua chitarra e fra i suoi pensieri…
Un altro cambiamento, è presente  in Jesus Was an Only Son dove questa volta Bruce lascia la sua fedele amica di viaggio (la chitarra) e si sposta al pianoforte. La musica è molto dolce in questo brano e gli accordi riescono a creare un’atmosfera interiore che solo con un ascolto attento si può notare e vivere. Dura troppo poco, peccato, questa traccia, è un vero piacere ascoltarla.

Dopo questo momento, arriva il tempo di riprendersi un po’, di “combattere” e infatti Leah rappresenta proprio questo, più movimentata dei brani precedenti, fa da intro e annuncia la quasi chiusura dell’album che arriverà di lì a poco con le canzoni The Hitter, All I’m Thinkin’ About e Matamoros Banks.

Il disco è ascoltabilissimo e fa riposare l’orecchio, il suono è avvolgente e caldo ed è questo che piace.
E’ un lavoro di gran livello e di gran cuore: caratteristiche che accomunano tutti i dischi di Bruce Springsteen.

Tracklist:

1. Devils & Dust - 4:58
2. All the Way Home - 3:38
3. Reno - 4:08
4. Long Time Comin - 4:17
5. Black Cowboys - 4:08
6. Maria’s Bed - 5:35
7. Silver Palomino - 3:22
8. Jesus Was an Only Son - 2:55
9. Leah - 3:32
10. The Hitter - 5:53
11. All I’m Thinkin’ About - 4:22
12. Matamoros Banks - 4:20

Musicisti dell’album:

Bruce Springsteen - Voce, armonica, chitarra, tastiere (tracce 1-12); percussioni (tracce 2,5,7,9,10); batteria (tracce 8,11); tamburello (traccia 3); basso (traccia 8 )
Brendan O’Brien - basso (tracce 1,2,4,5,6,11); sitar (traccia 2); sarangi elettrificato (traccia 2); tambora (tracce 2,6); hurdy-gurdy (traccia 6)
Danny Federici - tastiere (traccia 4)
Soozie Tyrell - violino (tracce 4,6); background vocals (tracce 4,6,8,11)
Patti Scialfa - background vocals (tracce 4,6,8,11)

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Viaggio senza vento dei Timoria (2/2)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il lug 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Il disco del mese – Viaggio senza vento dei Timoria (1/2)

Continuando il viaggio verso oriente si passa per la Lombardia, un altro paese, altre esperienze che per quanto brevi siano lasciano il segno perchè il nostro protagonista non si trattiene tanto, giusto il tempo di respirare un’aria diversa ripensando al suo luogo d’origine che sicuramente in questo tempo è cambiato così come cambiano i negozi, i personaggi e tutto. – Il violino di Nicola Pagani, ex-P.F.M., è spettacolare… e scusate se è poco!

Un breve intermezzo dato da Campo di fiori jazz band, giusto un paio di secondi, per passare alla seconda parte del viaggio. Viaggio che comincia con un canto di libertà (Freedom), libertà ritrovata finalmente lontano dai momenti bui e dalle poche certezze iniziali.

Joe è in cammino. Nel suo viaggio non è solo, viene seguito, indirettamente, dal Mercante di sogni che aspetta l’incontro con il nostro protagonista e lo vede attraverso la sua sfera magica. Sarà il Mercante a condurlo in una città, La città del sole, dove Joe si prepara a una nuova realtà, prende coscienza (quasi) delle sua capacità e diventa simile a un guerriero pronto ad affrontare tutto senza troppa paura.

Questo cambiamento però comporta una serie di cose, uno stravolgimento di mentalità e pensieri, la città del sole si tinge di oscuro: La città della guerra. Pronto al cambiamento Joe va avanti con più tenacia, anche la pioggia che arriva lo aiuta: lava queste strade / entra dentro me. – Piove una canzone movimentata, puramente rock con un solo molto bello di tastiera.

Arriva la stanchezza e Joe comincia a sognare guidato anche dal Mercante, si sente stanco, in parte deluso, una vittima di quello che gli sta accadendo. Ne Il sogno riappare la voce guida che gli ricorda queste parole: “nel sole risplende il tuo nome, anche se non vuoi”. E la forza ritorna, si sente meglio anche se diviso tra bene e male, in un contrasto di emozioni forti e dure, leggere e morbide. Come un serpente in amore: dove sentimenti e stati d’animo contrastanti vivono insieme, tutti insieme. Continua Joe, è Frankenstein ora…a simboleggiare i diversi cambiamenti che avvengono dentro di se. – La “creatura” è un brano tutto strumentale, il più progressivo dell’album, da ascoltare e riascoltare più volte grazie ai diversi cambiamenti di tempo e di arrangiamento presenti all’interno.

Ma non è finita, Joe si sveglia, è ne La città di Eva dove una nuova luce entra nei suoi pensieri: amore e gente per strada che cammina in modo diverso, gente che danza serena e tra loro una bellissima donna.

Un altro brano che fa da intermezzo: Freiheit e il nostro protagonista è pronto, è un guerriero, ritorna alla realtà, si sveglia e si sente più forte di prima. “Il guerriero è vivo ed è tornato”! Possiede una nuova forza che gli scorre dentro, una nuova vitalità.
Il guerriero è pronto a ricominciare a vivere.

L’album Viaggio senza vento racconta tutto questo, spero che la storia in linee generali si sia capita e che abbia incuriosito chi ancora non ha avuto la possibilità di ascoltarlo. Difficile scindere le tracce una dall’altra, sono collegate e questo fa sì che il disco si ascolti dall’inizio alla fine con piacere. E’ una scoperta continua, ci si immedesima nel protagonista, è questo il punto di forza ed è proprio questo che – credo – i Timoria abbiano voluto che accadesse. Grandi!

Componenti del gruppo:

Francesco Renga – voce
Omar Pedrini – voce e chitarra
Diego Galeri – batteria
Enrico Ghedi – tastiere
Illorca – cori e basso elettrico

Tracklist:

1. Senza vento
2. Joe
3. Sangue impazzito
4. Lasciami in down
5. Il guardiano di cani
6. La cura giusta
7. La fuga
8. Verso oriente
9. Lombardia
10. Campo dei fiori jazz band
11. Freedom
12. Il mercante dei sogni
13. La città del sole
14. La città della guerra
15. Piove
16. Il sogno
17. Come serpenti in amore
18. Frankenstein
19. La città di Eva
20. Freiheit
21. Il guerriero

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Live in Berlin 1991 Vol. II dei Lounge Lizards

(0 commenti) | Commenta | Inserito il giu 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Eccoci giunti al nostro appuntamento mensile con Il disco del mese, dopo un mese di pausa riprendiamo questa serie di recensioni con un album e con un gruppo molto molto particolare. Loro sono i Lounge Lizards e l’album di cui vorrei parlare è il secondo volume di un concerto dal vivo registrato nel lontano 1991 a Berlino – Live in Berlin 1991 Vol. II.

I Lounge Lizars non sono molto conosciuti anche se la loro carriera ha inizio nel lontano 1978, hanno all’attivo meno di dieci album tra cui molti molti live perchè è in questa dimensione che riescono ad esprimersi al meglio. Sono un gruppo catalogato nel jazz ma con influenze rock, punk e anche no-wave. Insomma, una completezza di generi e di suono che pochi possono dire di avere. Fondatore di questo “esperimento” è il leader John Lurie la cui creatività non conosce limiti, capace sempre di rinnovarsi e di sperimentare nuove sonorità, fraseggi e tutto quello che rende la musica piacevole da ascoltare e vivere.

Spero di aver incuriosito con questa breve introduzione prima di passare a parlare della registrazione vera e propria.

L’album preso in esame è composto da sei tracce e dura circa 45 di minuti.

Il brano di apertura Remember e già da qui si capisce benissimo cosa i Lounge Lizards siano capaci di fare perchè dopo un breve inciso di timpani, arrivano i fiati – sassofoni in testa – che con il loro solfeggiare non fanno altro che da intro al brano successivo. Un inizio soffuso dove si riescono ad immaginare luci basse e scure e ombre dei musicisti che suonano sul palco.
Dopo questa introduzione è la volta di Evan’s Drive To Mombasa che arriva all’improssivo, impercettibile il passaggio tra le due canzoni e questo è merito anche del live che rende tutto unico e continuo.
Il ritmo cambia, i fraseggi sono diversi, interviene la batteria e le percussioni sullo sfondo a dare man forte ai fiati. E’ un caos ma un caos non disordinato come si potrebbe pensare, tutto ha senso, ogni passaggio è studiato alla perfezione e il riff principale, quello di sax, compare inaspettato e fa da segnale per un cambiamento sonoro, per una nuova immagine da visualizzare. Nel secondo passaggio del brano il batterista si scatena, sembra un solo continuo, confuso e libero che si ferma, abbassa di tono e permette così al brano di andare a vanti e di ripristinare quella sua atmosfera soffusa che fa da padrona.
Otto minuti dura il secondo brano del disco ma son otto minuti che passano in fretta, non ci si rende conto del tempo: i Lounge Lizards portano tutti in un’altra dimensione sonora.

E man mano che si avanti con l’ascolto la durata cresce. E’ la volta di King Precious con i suoi undici minuti. Cominciano i timpani a dare atmosfera e successivamente arriva un solo sassofono con note strazianti, tristi che racconta una storia sicuramente non allegra. A incrementare l’atmosfera scura della canzone, per lo meno all’inizio, è il basso al quale segue una chitarra che tenta di rivitalizzare e portare movimento e ritmo. I fiati attaccano con il riff e il primo momento di solo, accompagnato da tutto il gruppo, arriva. In realtà potrei dire che il brano in se è un lungo solo di sassofono che cresce, decresce per poi scomparire e far ritornare il basso con qualche nota qua e là.
Metà canzone è arrivata, sembra incredibile!
E si continua con un solo sempre malinconico affidato a uno strumento ad arco, a un violino credo, ma anche violoncello. Percussioni qua e là riempiono il resto dell’atmosfera con suoni metallici di piatti, cimbali e oggetti ramati. Prima che il brano giunga alla fine, è la volta della sezione ritmica: basso e batteria. Ogni strumento fa la sua parte e si sente ben definito, a creare un suono unico. E il sassofono? Certo, c’è anche lui e non è da meno. Il testimone viene passato e il solo di sax comincia su un ritmo movimentato che cresce e cresce sempre di più…peccato, il brano è arrivato alla fine, si comincia a sentire un abbassamento nel suono che conduce alla chiusura di marimba.

E’ il momento di un blues: Mr. Stinky’s Blues. Inizialmente lento, fa cullare proprio come un vero blues che ti prende per mano e ti accompagna. Dove? Non si sa, per strade di New Orleans, all’origine del sound.
Il brano è il più lungo eseguito nel live, diciannove minuti che permetteno di presentare e di far esprimere ad uno a uno i componenti della band. E si parte con le percussioni con suoni di campanelli per poi, attraverso un fill ripetuto a ogni passaggio, al solo di batteria, di basso. Silenzio. La voce ricomincia a parlare ed è il turno del solo di violoncello seguito da un solo ben più movimentato, quello di marimba e timpani, molto latineggiante, forse il più simpatico tra i tutti i soli ascoltati fino a questo momento perchè è da qui che la canzone parte e si sviluppa. Tutti gli strumenti seguono la marimba e l’atmosfera da essere creata.

E’ il turno della chitarra, anche lei solfeggia, quasi da sola, e ogni nota ti colpisce al cuore, vien quasi voglia di gridare un “yeah!” proprio perchè il solo eseguito nasce dall’anima. Fantastico.

E arrivano i fiati, forse la parte più importante di tutta la band perchè creano movimento. La tromba dà il via al funky, all’acid jazz e a un altro momento di movimento. E mentre la tromba si esibisce in primo piano, gli altri strumento riempiono il suono. Il groove che si ascolta è fenomenale.

Poco più definito a livello di suono, ma solo per l’accompagnamento che è stato scelto, è il solo di sax tenore di Michael Blake.

E ora tocca a lui, al genio, al fondatore: John Lurie. Tutti aspettano il suo solo e arriva! Un’esplosione di sonorità, tutti i componenti della band seguono il capo e danno il meglio di loro stessi, lo seguono nelle sue improvvisazioni folli, nei suoni distorti che riesce a far uscire dal sax, in tutto.

I diciannove minuti passano troppo in fretta, arriva il momento di riprendere il tema iniziale, quello di introduzione del secondo brano, un po’ più ricco musicalmente (sempre a livello di suono, intendo) e più arrangiato. Non c’è distinzione tra Welcome Herr Lazaro e What Else Is In There, sono attaccate nel live perchè è giusto che l’ascolto non si interrompi ma continui fino alla fine del disco tra applausi scroscianti e di approvazione per il bel, bellissimo concerto che si è avuto la fortuna di ascoltare.

I Lounge Lizards si esaltano nella dimensione live, è quella che calza meglio per loro e che permette di dare spazio alla creatività che solo loro sanno esprimere.
Entrambi i dischi realizzati, anche se in questo caso ho parlato del secondo volume, vanno tolti dallo stereo solo alla fine. Rappresentano una scoperta continua e un piacere per l’orecchio, si godono a fondo ad alto volume quando il suono riempie la stanza e tutti gli strumenti si ascoltano in maniera definita. Un gran bel disco.

Componenti del gruppo:

John Lurie – Sax alto e soprano
Michael Blake – Sax tenore e soprano
Steven Bernstein – tromba e corno
Jane Scarpantoni – Violoncello
Bryan Carrott – Vibrafono, marimba e timpani
Michele Navazio – Chitarra
Billy Martin – Percussioni
Oren Bloedow – Basso
G. Calvin Weston – Batteria

Tracklist:

1. Remember – 1.58
2. Evan’s Drive To Mombasa – 8.18
3. King Precious – 11.48
4. Mr. Stinky’s Blues – 19. 17
5. Welcome Herr Lazaro – 0.59
6. What Else Is In There – 5.27

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Back In Black degli AC/DC

(0 commenti) | Commenta | Inserito il apr 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Con qualche mese d’anticipo e approfittando del nostro appuntamento fisso con la rubrica de Il disco del mese, comincio a festeggiare il trentesimo compleanno di un album che rientra a pieno titolo tra le pietre miliari della musica: Back In Black degli AC/DC.

Pubblicato il 31 Luglio del 1980 e composto da dieci tracce, l’album simbolo degli AC/DC arriva ai giorni nostri con tutta la carica e la forza che lo caratterizzano. Non risente affatto dell’età anzi, sembra essere ringiovanito e non invecchiato. Quarantuno minuti di musica di grandissimo livello con un gruppo molto rodato che si intende con un solo sguardo. Tutti componenti della band infatti si trovano bene a suonare tra loro e dedicano Back In Black al scomparso e mai dimenticato Bon Scott.

E’ il primo album infatti che vede una nuova formazione e l’entrata di Brian Johnson alla voce. Un omaggio sicuramente ben riuscito e studiato nei minimi particolari.

Ma veniamo all’analisi delle canzoni e a tutto quello che esse generano in chi ha la fortuna di poterle ascoltare…

La canzone d’apertura è Hell’s bells e comincia in modo quasi sacro, l’inizio infatti è affidato a dei rintocchi di campana ai quali segue successivamente la chitarra con il suo riff sempre più pronunciato e sottolineato dal suono dei piatti e della grancassa. Un intro che rimane a lungo nella memoria e che rende spettacolare la canzone con i suoi stacchi e con i suoi suoni sporchi, duri, “on the road”. La voce è graffiante e caratterizzata da acuti e bassi, un brivido. E tutto questo fino al primo ritornello, immaginate come continua! Uno spettacolo. Hard rock puro. Grande brano d’apertura per un disco memorabile; il solo di chitarra non è da meno, arriva dopo due strofe e due ritornelli, Angus da’ il meglio di se. Suona solo come lui sa fare.

Ma la musica deve continuare e abbandonate le campane, tocca a Shoot to Thrill. Ritmo, ritmo e potenza. La voce è accompagnata dalla chitarra, i due fanno stacchi all’unisono e i riff che si ripetono sono sempre più forti, talmente forti che entrano dentro e scuotono, fan muovere. E’ inevitabile che la testa cominci a fare su e giù seguendo il ritmo, è questo il punto di forza della canzone: energia.
What Do You Do For Money fa proseguire il viaggio lungo la strada intrapresa, la via vincente: hard rock australiano. La chitarra va e viene, è questa la scelta fatta: un’alternanza, una presenza che comunque è continua. Il ritornello è in coro, tutto il gruppo canta e accompagna la voce solista. E poi si riprende fino alla fine.

Che cassa, ragazzi! Suona di brutto la batteria in Givin The Dog A Bone! E la chitarra, per non essere da meno, si esalta. La voce di Johnson sembra ancora più grezza del solito e poco definita ma in realtà è pulitissima e la canzone è perfettamente nelle sue corde: prevale durante i cori, sembra sforzarsi ma solo perchè tutto è tirato al massimo e nei limiti della velocità che caratterizza il genere.
Let Me Put My Love Into You potrebbe sembrare la prima ballad perchè comincia lenta e distorta, ma è solo l’impressione, non appena il brano si apre, tutto appare chiaro e gli AC/DC ritornano nel loro stile, a quello che riesce loro meglio: suonare. Bello il cambio ritmico presente prima del ritornello, è una specie di segnale che indica l’inizio di qualcosa.

E siamo arrivati alla vera perla del disco, alla canzone più famosa, a quella che conoscono anche i sassi perchè il suo ritmo è inconfondibile, la si indovinata alla prima nota. Stupenda, non mi vengono in mente altri aggettivi, insuperabile sia nelle parti cantate che nel ritornello che negli stacchi, in tutto. Gli AC/DC hanno fatto un super lavoro. Potrei commentarla all’infinito e trovare tanto tanti altri aggettivi e modi per descriverla che non mi basterebbero le parole e le pagine di un foglio: Back in Black è un simbolo. Il solo di chitarra rientra a pieno titolo nella lista dei soli del secolo, quelli che hanno segnato la musica. Angus ci mette l’anima. Fantastico.

You Shook Me All Night Long: un inizio blues, una chitarra distorta che continua anche quando la canzone comincia a prendere aria e a volare. Ritmica perfetta tra basso e batteria e la voce risulta essere insuperabile. La parte più bella a mio giudizio è il ritornello che rimane anche quando finisce e che lo si vorrebbe cantare all’infinito: “You Shook Me All Night Long”. Assolo di chitarra blues a richiamare l’inizio per poi procedere e arrivare al rock.
Have A Drink On Me. Un accordo, un accordo e uno stacco di batteria; comincia così questa canzone fino a crescere sempre più con la chitarra e con i suoni in generale. Anche questo brano è un hard rock duro e caratterizzato da un suono più pulito rispetto alle precedenti tracce. Dura troppo poco per poterlo apprezzare in pieno ma è anche vero che se durasse di più potrebbe rovinarsi. Va bene così. Angus esegue un bel solo di chitarra senza mai strafare o uscire dai binari del rock che solo lui sa percorrere così.

Shake A Leg. Batteria e chitarra sembrano il binomio preferito dagli ACDC. Dopo questi due strumenti comincia la voce che nel brano rimane anche da sola per la prima volta durante i diversi stracchi musicali. La musica aumenta in velocità, diventa più tirata e il piede batte a tempo e la testa anche. Stupenda canzone per fare un po’ di moto e per caricarsi di energia, energia che gli AC/DC in tutti gli album precedenti e successivi sono riusciti a conservare.
Peccato il disco è finito.
Rock And Roll Ain’t Noise Pollution è l’ultima canzone. Inizia dolce, il suono ricorda le vaste praterie e la calma nelle giornate assolate in campagna. Poi comincia. Piatti, piatti a non finire sul secondo e quarto movimento, prima che la voce prenda le redini di questa carovana. Una degna chiusura per un album unico.

Back in Black potrebbe sembrare monotono ma non è così. Le canzoni sono tutte diverse tra loro e la scaletta scelta riesce ad amalgamarle alla perfezione e a far percorrere una lunga strada, un’autostrada direi, magari la stessa di Highway to Hell – canzone uscita solo un anno prima con l’omonimo album.

Musicisti:

Brian Johnson – voce
Angus Young – chitarra solista
Malcolm Young – chitarra ritmica
Cliff Williams – basso
Phil Rudd – batteria

Tracklist:

1. Hells Bells – 5:13
2. Shoot to Thrill – 5:18
3. What do you Do For Money Honey? – 3:36
4. Giving the Dog a Bone – 3:32
5. .Let me Put my Love Into You – 4:15
6. Back In Black – 4:16
7. You Shook Me All Night Long – 3:30
8. Have a Drink on Me – 3:59
9. Shake a Leg – 4:06
10. Rock and Roll Ain’t Noise Pollution – 4:15

Tutti i brani sono di Malcolm Young, Angus Young e Brian Johnson.

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – G N’ R Lies dei Guns N’ Roses

(0 commenti) | Commenta | Inserito il mar 31, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

E’ trascorso già un mese dall’ultimo disco ed è arrivata l’ora della nostra consueta e immancabile rubrica Il disco del mese.
Di cosa parlerò questa volta? Semplice, mi sono accorto che tra tutti i gruppi, cantanti e recensioni scritte, loro non ci sono e siccome rappresentano sicuramente una pietra miliare del rock mi sembra arrivata l’ora di citarli: Guns N’ Roses.

I Guns N’ Roses hanno realizzato diversi dischi a partire dal 1987 fino ai primi Anni ’90 per poi sparire come gruppo a causa di diversi problemi. Ma in questo periodo hanno registrato e ripescato dal loro repertorio canzoni che hanno dato vita al loro secondo album, GN’R Lies.
Già perché questo disco, anche se della durata di soli trentatré minuti, è un doppio disco dove le prime quattro canzoni sono live ed estrapolate dall’EP Live ?!*@ Like a Suicide e le ultime quattro sono interpretate in acustico.

Pubblicato nel 1988 l’album presenta diversi brani e ha una storia di contestazioni alle spalle da parte critica che censurò soprattutto l’ultima canzone. Questo parlare in negativo fece escludere i Guns dal mega-concerto Band Aid.

Il brano di apertura ha un’energia paurosa e proietta chi l’ascolta nella dimensione live della band, in pieno concerto. Reckless Life infatti ha un ritmo incalzante e veloce, non lascia il tempo di respirare, l’unica cosa che si può fare è muoversi, saltare e cantare all’unisono con la voce inconfondibile di Axl Rose. Nella traccia non mancano i soli della chitarra di Slash caratterizzati da note distorte e rafforzate del basso di Duff: perfetto stile hard rock.
Segue Nice Boys, una cover, dove è la batteria ad aprire le danze. Anche questo brano è veloce, il metronomo oscilla a una velocità pazzesca e l’intera canzone viaggia a 100 Km/h più. E’ un viaggio nel vero mondo del rock n’ roll.
Il movimento finisce? Assolutamente no, con Move to the City ci si calma ma non così tanto. Il riff di chitarra entra subito in testa e i vari stacchi della canzone sono fenomenali: a differenza delle altre canzoni, almeno così sembra, la voce trova più spazio, si capisce di più e il “rumore” – che io chiamo musica – è più raccolto e prende volume solo nelle parti strumentali e nei passaggi da strofa a ritornello e viceversa.

Ed ecco qui il secondo omaggio del gruppo ad altri mostri sacri del rock: gli Aerosmith. La cover inserita per l’occasione è Mama Kin. Diversa senza ombra di dubbio dall’originale ma non meno bella. La voce di Axl non è quella di Steven Tyler e si sente ma i due son legati dal filo del Rock. Mama Kin è fantastica e i Guns riescono a far bella figura con questa loro interpretazione. In alcuni concerti live, durate l’esecuzione, Steven Tyler e Joe Perry salgono sul palco per dar supporto al gruppo – segno che la cover e il tributo sono ben riusciti e piaciuti agli artisti originali.

E il disco arriva a metà e si divide, si divide in due: comincia la parte acustica.
Il primo brano è Patience, bellissimo! Forse la canzone più bella dell’album a parer mio, c’è tutto in Patience: soli acustici, fischi, momenti di silenzio, cori e una lunga coda che fa venire i brividi. Da riascoltare all’infinito, la canzone è una scoperta continua, un sottofondo dolce e delicato.
Uses to Love Her ha un intro di chitarra leggerissimo seguito da un attacco di batteria più potente ma la vena acustica viene conservata e riconfermata in pieno. Anche qui i cori e le doppie voci non mancano: la voce graffiante di Axl naturalmente prevale sulle altre ma lo fa senza esporsi troppo, senza esagerare. Beh, dopo tutto è lui il cantante e mi sembra giusto che sia così.
You’re Crazy è l’unico brano riarrangiato per l’occasione perchè già presente nel primo lavoro prodotto dai Guns – Appetite for Destruction. La rielaborazione è uscita bene, da preferire al suono originale in alcuni passaggi.

E purtroppo l’album è finito. A chiudere il disco è quella che, come anticipato in precedenza, rappresenta la canzone più contestata del gruppo: One In A Million dove si fa riferimento in maniera dispregiativa a negri, omosessuali e a altre diversità. E’ così forte la critica ricevuta che i Guns furono accusati di xenofobia nonostante avessero dichiarato più volte di non avere nulla contro la diversità e le sue manifestazioni. One In A Million è la canzone che dura di più con i suoi sei muniti ma li vale tutti e la si ascolta tutta d’un fiato.

In generale GN’R Lies è un album ben riuscito che risultata, a distanza di anni, non solo sempre una scoperta ma molto vario perchè permette di farsi un’idea su come erano e cosa facevano i Guns nel loro periodo d’oro. I passaggi dalla versione live a quella in studio e acustica avvengono senza grossi salti. L’album è una lunga linea retta, un’autostrada nel deserto che si percorre a tutta velocità senza mai fermarsi.

Gruppo:

Axl Rose – voce
Slash – chitarra solista, chitarra folk
Izzy Stradlin – chitarra ritmica, chitarra folk, cori
Duff McKagan – basso, chitarra folk, cori
Steven Adler – batteria, percussioni

Tracklist:

1. Reckless Life (Rose/Weber) – 3:20**
2. Nice Boys (Anderson, Cocks, Leach, Royall, Wells) – 3:03 (Rose Tattoo Cover)
3. Move to the City (Stradlin, Del James, Weber) – 3:42***
4. Mama Kin (Tyler) – 3:57 (Aerosmith Cover)*
5. Patience (Guns N’ Roses) – 5:56
6. Used to Love Her (Guns N’ Roses) – 3:13
7. You’re Crazy (Guns N’ Roses) – 4:10
8. One In A Million (Guns N’ Roses) – 6:10

* La tracklist contiene anche una cover dal vivo di “Mama Kin”, uno dei primi singoli degli Aerosmith.
** La traccia “Reckless Life” è in realtà una cover rivisitata degli Hollywood Rose, e venne scritto da Chris Weber e Axl Rose.
***Anche il brano “Move to the City”, venne composto da Weber, assieme a Stradlin.

Scritto da Mac La Mente

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