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Il disco del mese – Fabrizio De André (L’indiano) di Fabrizio De André

28 febbraio 2010 Nessun commento

Il mese di Febbraio è giunto al termine ma prima dell’arrivo di Marzo, eccoci giunti al nostro appuntamento mensile con la grande musica: Il disco del mese.
In questa occasione voglio rendere ancora una volta omaggio all’indimenticabile Fabrizio De André, non solo per l’affetto e l’ammirazione che provo per lui – lo considero uno dei più grandi poeti-cantautori della musica italiana – ma per un motivo a cui tengo ancor di più: il settantesimo anniversario della sua nascita. Anche se scomparso più di dieci anni fa, il 18 febbraio del 2010, De André avrebbe compiuto settant’anni.

L’album che mi accingo a raccontare è del 1981, conosciuto dalla maggior parte delle persone come L’indiano anche se il nome completo è Fabrizio De André – L’indiano. E’ il secondo album che De André realizza con la collaborazione di Massimo Bubola sia per le musiche che per i testi. Il duo per questa occasione compone otto canzoni che analizzano e sovrappongono due civiltà così diverse tra loro eppure così simili: quella degli indiani americani e quella del popolo sardo – in qualche modo legata allo stesso De André.

L’album è importante per ciascuna delle sue tracce, ma su tutte spicca Hotel Supramonte, scritta dal Cantautore ricordando il sequestro subito, da lui e da Dori Ghezzi, parecchi anni prima proprio in Sardegna.

L’indiano comincia con un brano blueseggiante: Quello che non ho, dove il protagonista potrebbe essere non solo il cantautore ma anche il “famoso” indiano o l’abitante dell’isola italiana che elenca tutto quello che vede arrivare nella sua terra e che lui non possiede. Il paragone con il tempo attuale viene spontaneo, il protagonista della canzone non ha ville, Ferrari, beni di lusso ecc. ma vive la sua vita e sta bene.
Quello che non ho è uno dei brani più movimentati del disco e il contrasto con la seconda traccia, Canto del servo pastore, si sente perché ben definito: il ritmo è più lento. In Canto del servo pastore è il servo che parla, un servo a cui non è stato insegnato neanche il proprio nome. Anche qui, proprio come nel primo bano, tutto ciò che circonda il protagonista è accettato con benevolenza.

Proseguendo l’ascolto, è la volta di una delle canzoni più conosciute: Fiume Sand Creek. Si fa un passo avanti nel racconto (e nel disco), il protagonista questa volta è un bambino che con i suoi occhi descrive la strage degli indiani avvenuta nel 1864 ad opera di un colonnello, strage che non può passare inosservata e che tocca così tanto il cuore da dedicare il quarto brano a una preghiera: Ave Maria. La canzone in realtà è un canto tradizionale sardo che per effetti e atmosfera ricorda molto lo stile di un grandissimo gruppo: i Pink Floyd – spero di non aver esagerato, chiedo scusa se così, ma il paragone mi viene spontaneo.

Arrivati alla quinta traccia L’indiano subisce un cambiamento, come se si dividesse in due e cominciasse a raccontare altri mondi pur rimanendo sullo stesso tema. Le canzoni infatti sembrano diverse ma non lo sono, il legame c’è e lo si sente solo con un ascolto approfondito.
Hotel Supramonte è il primo brano che si incontra in questa seconda parte del disco e come anticipato in precedenza, narra del sequestro del cantautore e della moglie (Dori Grezzi), della loro prigionia e dei giorni che trascorrevano nel dubbio e nell’incertezza sul futuro.

“E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome / ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme / ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano / cosa importa se sono caduto se sono lontano / perché domani sarà un giorno lungo e senza parole / perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole / ma dove dov’è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.”

…non sono solo versi, è poesia!

In Franziska avviene una cosa strana, un capovolgimento, il narratore diventa una ragazza che racconta e parla dell’amore per un uomo, per un bandito che purtroppo non potrà mai star con lei. “Franziska è sola e stanca di aspettare“.
Ma l’amore finisce? Assolutamente no, come qualsiasi grande sentimento ritorna e questa volta lo fa in maniera dolce e allegra ma anche amara proprio come la storia che viene descritta in Se ti tagliassero a pezzetti.

Il brano di chiusura Verdi pascoli è un reggae. L’intro è affidato a Lele Melotti, alla batteria. Questa canzone è una sorta di confessione, dedica, da parte di un padre distratto ai suoi figli, la volontà di star loro vicino e di giocare senza perdere troppo tempo.

Fabrizio De André – L’indiano è un album il cui ascolto è consigliatissimo non solo per la presenza di canzoni fantastiche ma perché il De André qui rappresentato, pur conservando la poesia a cui siamo abituati, canta canzoni così diverse che la sorpresa è garantita e molto molto gradita.

Musicisti:
Gabriele Melotti (batteria),
Pier Michelatti (basso),
Tony Soranno (chitarra acustica e elettrica),
Mark Harris (tastiere)
…e tanti altri…

Tracklist:

1. Quello che non ho
2. Canto del servo pastore
3. Fiume Sand Creek
4. Ave Maria
5. Hotel Supramonte
6. Franziska
7. Se ti tagliassero a pezzetti
8. Verdi Pascoli

Di Fabrizio De André parliamo anche sul forum nel topic: Volammo Davvero…con Fabrizio De André!

Scritto da Mac La Mente

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In Libreria – Il simbolo perduto di Dan Brown

5 febbraio 2010 3 commenti

Spero sia la prima di una lunga serie di recensione quella che propongo qui di seguito perchè scritta da una persona a me cara: mio padre.
Affascinato dalla storia e anche dallo stile dello scrittore, mio padre ha voluto regalare al blog di Libera-mente alcune parole sull’ultimo libro scritto da Dan Brown, Il simbolo perduto.

Grazie!

 

Un libro di seicento pagine che scorrono veloci. Personaggi nuovi (a parte il prof. Langdon, già presente nel primo romanzo dell’autore).
Costruita una storia con riferimenti reali amplia le conoscenze del lettore con parole nuove che
sollecitano a ricerche su Internet.
I personaggi si muovono nel tempo e nello spazio, tutti alla ricerca di una soluzione che lascia i lettore in suspense anche perché i capitoli non sono interconnessi ma portano avanti
situazioni diverse.
Non sapevo che esistesse un Istituto della “noetica” fondato da Edgard Mitchell, il sesto uomo che ha messo piede sulla luna e che tornando sulla terra si è posto interrogativi a cui tenta di dare una risposta.
Il romanzo fa riferimento a simboli, enigmi e avvolge il lettore che è affascinato da tutto ciò.
Noi siamo parte della natura e siamo esseri che si evolvono insieme all’universo. Ho letto da qualche parte che Dio non ha finito la Sua creazione, anche una nuova stella che nasce rientra
nelle grandi leggi che governano l’universo in movimento.
Cerchiamo la sicurezza in una Terra, la cui crosta copre un nucleo incandescente eppure viviamo,
crediamo o non crediamo in un Essere superiore.
Il romanzo fa riflettere sull’intreccio fra scienza e coscienza, una conseguenza filosofica che parte
dalla meccanica quantistica di Einstein.
Considerazioni filosofiche che vengono fatte, avendo come base la Massoneria servono al Prof.
Langdon per risolvere un enigma, cercando di salvare un amico. Nel testo vengono citati passi
sia della Bibbia che dei Vangeli oltre a testi di altre religioni.
Chi siamo noi? Abbiamo la coscienza di comprendere a fondo il momento del tempo in cui viviamo… …? Che abisso fra un centurione romano e un uomo del 20° secolo.

Buona lettura a coloro che sono stati “toccati” dal mio commento.

Dati del libro:

Titolo: Il simbolo perduto
Autore: Dan Brown
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 609
Anno di pubblicazione: 2009

Scritto dal papà di Mac La Mente

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Il disco del mese – Creedence Clearwater Revival dei Creedence Clearwater Revival

31 gennaio 2010 Nessun commento

Anni ‘60 e Anni ‘70, non so voi ma il mio cuore anche se non ha la stessa età di tutti i gruppi che c’erano in quel periodo, mi riporta lì, agli anni d’oro della musica rock, della Musica scritta con la M maiuscola, la musica che aveva qualcosa da dire e che si rinnovava di continuo proprio come le idee dell’epoca.
Ancora più indietro allora, se Il disco del mese precedente era del ‘74, questa volta approdo alla fine degli Anni ‘60 con il primo lavoro di un grandissimo gruppo, dei Creedence Clearwater Revival, che con il loro album regalano alla storia canzoni indimenticabili e vere pietre miliari che a distanza di anni conservano ancora il loro sapore originale, intatto anche dopo più di quarant’anni. Fantastico!

L’album scelto per rappresentare questo mese si chiama proprio come il gruppo, Creedence Clearwater Revival (ndr, CCR), ed è del 1968. Costituito da otto brani che variano dai due minuti agli otto, per un totale di circa trenta minuti di buona musica, CCR viaggia attraverso un rock genuino e contaminato da così tanto blues che i due generi si fondono e si confondono così bene che risulta difficile scinderli e capire dove comincia l’uno e dove finisce l’altro.

Ad aprire le danze di questo primo album è una cover memorabile la cui versione originale è di Jay Hawkins: I Put A Spell On You che il gruppo scelse non solo come prima canzone ma come primo singolo. Già dalle prime note si viene trasportati via, in un viaggio attraverso la musica e tra sonorità poco definite ma molto “pulite” per l’epoca in corso. Il solo di chitarra è affascinante e anche i diversi stacchi, i crescendo non sono da meno, il tutto si amalgama alla voce di John Fogerty in maniera perfetta. I Put A Spell On You è da ascoltare e riascoltare più volte senza interruzione fino a quando non la si sente dentro: è un uragano di emozioni e siamo solo all’inizio del disco, figuriamoci il resto!

Ma come tutte le cose belle la prima canzone arriva alla fine ma non bisogna disperarsi perchè a seconda traccia non è da meno. The Working Man è sicuramente diversa dalla precedente, è più blues: soprattutto nella chitarra e nei soli e negli stacchi. Caratteristica del brano è lo scambio, il botta e risposta, che c’è tra voce e chitarra solista. Molto bello.

Ed eccoci giunti alla vera perla del disco, alla canzone che anche i sassi conoscono e cantano perchè non si può non conoscere: Suzie Q. Che dire, è il brano più lungo e i suoi otto minuti se li merita tutti perchè è un condensato di emozioni, suoni e idee che all’interno della canzone volano, viaggiano, prendono aria, si espandono ed esplodono. Suzie Q è una canzone da ascoltare e assaporare ad occhi chiusi, luci basse e candele accese, in essa vive e rivive ogni volta lo spirito dei Creedence Clearwater Revivial.
E proseguendo con l’ascolto ci si trova di fronte alla seconda cover del disco: Ninety-Nine And A Half di Wilson Pickett. La voce del cantante viene esaltata dal testo, è lei la protagonista principale e la musica l’accompagna divinamente, le brevi pause, i riff e i fraseggi sono perfetti, i brevi momenti di solo che eseguono tutti gli strumenti fanno da lancio a quello finale della chitarra, un solo molto rock in perfetto stile Creedence.

Get Down Woman è un blues che più blues non si può. E’ tradizionale sia per quanto riguarda la struttura del brano che i suoni, ma anche per i riff di chitarra e il modo in cui la canzone viene cantata. Lunghi momenti musicali e cambiamenti si esprimono al meglio nei tre minuti e mezzo del brano, sono curati in ogni parte e da tutti gli strumenti.
E continuiamo con il blues ma questa volta l’influenza rock si sente di più. Porterville è una canzone ritmata, il cantato non è solo solista, anche i cori presenti contribuiscono a renderla particolare, simpatica, un’amica che ha qualcosa da dire e che non ha peli sulla lingua…

Un inizio scuro affidato alla batteria, alla chitarra e alla voce per poi proseguire e crescere fino ad un solo distorto. Gloomy è, nei limiti naturalmente, la canzone più dura di questo album. Ma nonostante questo è in linea con lo stile generale e con la genialità dei Creedence. Ben due pause sono presenti nel brano e in entrambi i casi quello che viene dopo è un solo ma nel secondo, verso la fine, si ha un’esplosione e l’accompagnamento di tutti gli altri strumenti. Un ostinato all’unisono e si riprende verso un nuovo orizzonte perchè Gloomy finisce ed è l’ora di Walk On The Water, degna continuazione del brano precedente e ottima chiusura per un disco carico di emozioni.
Il brano è caratterizzato da un ritmo incalzante di batteria e di basso, la sezione ritmica si esalta e con lei anche il cantato di Fogerty. I momenti musicali son tanti e potenti, ad essi seguono brevissimi silenzi che si notano e che servono a rendere il brano una scoperta continua.

I Creedence hanno fatto un ottimo lavoro con la registrazione di questo disco, è magnifico e dovrebbe essere presente in tutte le collezioni musicali che si rispettano. La musica è la protagonista, prende per mano l’ascoltatore e lo fa tornare indietro, avanti e indietro, nel tempo e nello spazio perchè ci sono spunti che negli anni successivi verranno presi in considerazione e riutilizzati e questo non fa altro che confermare che i Creedence non erano secondi a nessuni ma veri e propri maestri.

Musicisti:
Stu Cook: basso
Doug Clifford: batteria
Tom Fogersty: chitarra ritmica
John Fogerty: chitarra solista, voce

Tracklist:
1. I Put A Spell On You
2. The Working Man
3. Suzie Q
4. Ninenty-Nine And a Half
5. Get Down Womn
6. Porterville
7. Gloomy
8. Walk On The Water

Scritto da Mac La Mente

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Graphic Novel – La neve se ne frega di Luciano Ligabue (2/2)

4 gennaio 2010 Nessun commento

Riprendo a raccontare la storia della graphic novel di Luciano Ligabue, La neve se frega, cominciata nell’articolo precedente (link).

I due protagonisti, DiFo e Natura, si trovano ad una festa dove la donna si ubriaca e balla e l’uomo invece, visibilmente alterato da questo comportamento, si allontana dal gruppo. Ma viene avvicinato da un’altra donna, quest’ultima si scopre essere il terzo adultero programmato e obbligatorio, deciso dal piano Vidor, cui DiFo deve obbedire.

La storia continua e Natura si ritrova a dover affrontare un’altra volta l’ “anomalia” ma a differenza della prima non vuole cedere a compromessi e cerca in tutti i modi, con l’aiuto dello stesso DiFo, di scoprire quello che le sta succedendo.
Inutile dire che non ce la fanno a scappare e a sottrarsi ai controlli, vengono di conseguenza puniti. DiFo ritorna in carcere e quando viene convocato davanti al Consiglio non si dimostra pentito di quello che ha fatto: rilascia una serie di spiegazioni che vengono accettate dall’organo di controllo. Il consiglio però chiede di rispettare il patto che la coppia aveva sottoscritto anni prima, solo con questo modo DiFo può far ritorno a casa. Durante il tragitto, nevica, e DiFo riceve un messaggio da un numero sconosciuto che presto lo richiamerà.

La chiamata avviene sotto la neve perché è l’unico fenomeno naturale che manda in tilt i controlli. Al telefono c’è una persona che spiega a DiFo cosa realmente è successo a Natura, racconta cose e fatti che molti non ricordano ma che facevano parte della vita alcuni secoli fa. Ad esempio: si nasceva piccoli e si moriva anziani senza sapere quanti anni sarebbero rimasti ancora da vivere e non solo, DiFo apprende che gli esseri umani si riproducevano proprio come gli animali, come ultimo particolare l’uomo al telefono spiega l’ “anomalia“: altro non era che il figlio della coppia.

DiFo fa ritorno a casa e porta Natura sotto la neve, i due si sentono finalmente liberi. Racconta tutto alla sua partner e tentano in tutti i modi di diventare genitori ma il Consiglio non glielo permette.

Nelle tavole seguenti, i due protagonisti sono ormai ritornati ad essere bambini (lui ha un anno e lei tre) e guardano fuori la neve che scende.
DiFo è talmente piccolo che non riesce più a parlare, cominciano a ridere mentre la neve cade giù.

In generale la storia è rappresentata molto bene sia dal punto di vista grafico – particolare da tenere molto presente nelle graphic novel -, sia per quanto riguarda i dialoghi e i pensieri con cui interagiscono i personaggi. Ho notato un’unica differenza, ma davvero lieve, tra i primi due numeri de La neve se ne frega e l’ultimo, il terzo. Infatti ho avuto l’impressione che si saltasse qualcosa perchè ci sono più cambi d’immagine e di ambienti rispetto ai numeri precendenti. Ciò non toglie che il lavoro complessivo è degno di nota e di buon, se non ottimo, livello. E’ una storia in cui i personaggi trasmettono bene le loro reazioni e i loro stati d’animo proprio come le persone reali quando si trovano in un contesto che non gli appartiene.

Dati della graphic novel La neve se ne frega

Titolo: La neve se ne frega
Autori: Luciano Ligabue, Matteo Casali, Giuseppe Camuncoli
Formato tavole: 18×26 cm
Pagine: 48
Pubblicato da: Panini Comics

Scritto da Mac La Mente

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Graphic Novel – La neve se ne frega di Luciano Ligabue (1/2)

3 gennaio 2010 Nessun commento

Qualche mese fa ho parlato di una tra le graphic novel più belle che abbia mai letto e visto: L’approdo di Shuan Tan. Ritorno ora sull’argomento e su questo particolare genere di fumetto con una storia tutta italiana scritta da Luciano Ligabue e ispirata al suo libro La neve se ne frega. Questo romanzo è stato trasformato in graphic novel da Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli.

La neve se ne frega presenta delle tavole che già ad una prima occhiata danno l’idea di essere molto curate sia nei colori che nei tratti di matita, le sfumature sono delicate e anche i contorni delle vignette per i dialoghi sono ben definiti.

In questo articolo racconterò una parte della storia e nel prossimo, oltre a impressioni personali, finirò di parlare delle gesta dei due protagonisti: DiFo e Natura.

La storia – chi ha letto il libro la conoscerà di sicuro – è molto particolare ed è ambientata in un futuro dove la società ha studiato un modo per vivere e per controllare ogni singola vita, dalla nascita fino alla morte. Ne La neve se frega i protagonisti nascono vecchi – lui ha 79 anni e lei 81 – e man mano che il tempo passa ringiovaniscono secondo un processo controllato dalla tecnologia del periodo.

DiFo e Natura sono nati per stare insieme, formano una coppia perfetta che però è soggetta alle regole imposte dal modello-piano Vidor: tutta la loro vita è osservata e giudicata attraverso telecamere presenti ovunque. Il piano Vidor impone a ciascun componente della coppia di avere un numero prestabilito di adulteri. Questa regola non piace per niente a DiFo il quale, dopo una discussione con il suo capo, finisce in galera perché non sopporta l’idea che Natura debba tradirlo in maniera programmata. Come punizione viene messo in isolamento.
Ritornato a casa, ritrova la sua dolce compagna trasformata: Natura ha la pancia gonfia. La coppia allora si rivolge a un dottore che scopre il vero motivo dell’ “anomalia†ma non da’ spiegazioni ai due, DiFo insiste ma non c’è niente da fare.

Qualche tempo più tardi, si presentano in casa dei due protagonisti degli uomini che hanno il compito di risolvere il problema di Natura, la cui pancia è cresciuta sempre più: la donna è sottoposta ad un intervento. Alla fine, la sua pancia ritorna normale.

DiFo e Natura successivamente vengono convocati davanti alla commissione che ha il compito di valutare l’accaduto e di evitare eventuali ripetizioni perché l’avvenimento è considerato troppo anomalo, non può essere spiegato anzi, tutto viene messo a tacere.

La coppia cerca di tornare alla vita di tutti i giorni ma la pace è sconvolta da un messaggio che DiFo riceve e che Natura osserva. Litigano per la prima volta nella loro vita.

La storia va avanti e vede i nostri due protagonisti ad una festa dove Natura si ubriaca e DiFo, alontanatosi dal gruppo, viene avvicinato da un’altra donna che lo provoca in modo abbastanza evidente.

La festa continua…

[...continua...]

Scritto da Mac La Mente

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