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In Libreria – Il mago dei numeri di Hans Magnus Enzensberger

9 giugno 2009 Nessun commento

Il mago dei numeri è un eccellente romanzo dello scrittore, poeta e saggista tedesco Hans Magnus Enzensberger.

Scritto per una bambina di dieci, il libro si rivolge in realtà a tutti ed è una lettura godibilissima a qualunque età: una favola magica per i ragazzi, un delizioso romanzo per gli adulti, un modo originale e piacevole di accostarsi al (temuto) mondo dei numeri e di “imparar dilettandosi” per tutti.

Articolato in dodici capitoli – tanti quanti sono gli incontri tra i due protagonisti – è infatti “Un libro da leggere prima di addormentarsi, dedicato a chi ha paura della matematica“, come recita il sottotitolo, in cui l’Autore ci fornisce la chiave di lettura del testo e ci dice a che cosa andremo incontro se ci addentreremo nelle sue pagine: ci troveremo immersi in una fantastica avventura vissuta in sogno e scopriremo che il tanto paventato mondo della matematica è invece un universo pieno di magia e di fascino e – per quanto possa sembrare impossibile a chi non ama o teme questa materia – straordinariamente interessante, accattivante, stimolante e, perché no, divertente.

Protagonista della storia è Roberto, un ragazzino di dieci anni stufo di sognare, perché in sogno si trova sempre in pericolo e i suoi desideri non si realizzano mai.
Ma una notte in sogno gli compare un buffo ometto, il mago dei numeri, che ha deciso di fargli visita per fargli vivere sogni diversi e per fare quattro chiacchiere con lui in merito all’altro suo grande fastidio: la matematica.

Già, perché Roberto detesta la matematica che considera “un modo da deficienti di passare il tempo“, nulla più che un insieme di noiosi e inutili esercizi inventati dagli insegnati per far impazzire i ragazzi.
Come gli esercizi che il suo insegnate di matematica, il perfido e golosissimo professor Mandibola, ha l’abitudine di rifilare in classe per tenere occupati gli studenti intanto che lui si rimpinza di ciambelle: “se due pasticcieri in sei ore fanno 444 ciambelle, quanto tempo impiegano cinque pasticcieri per farne 88?

Ma la matematica – rivela subito il mago al giovane protagonista – non ha nulla a che vedere con le lezioni e i compiti del professor Mandibola, è tutta un’altra cosa.
E comincia immediatamente a mostrare all’incredulo, scettico e recalcitrante Roberto che cosa sia veramente questa materia.

Partendo dai concetti basilari – il numero 1 da cui si possono costruire tutti gli altri numeri, e il numero 0 – il mago accompagna così il suo giovane allievo in un viaggio avventuroso e fantastico alla scoperta degli elementi fondamentali della matematica, dai più semplici ai più complessi, e dei principi che li governano e ne determinano i rapporti: i numeri naturali, gli irrazionali, le frazioni, le costruzioni geometriche, pi greco, le successioni di Fibonacci, il triangolo di Tartaglia…

Per farlo crea scenari fantastici – boschi di numeri 1, piscine di numeri, paesaggi innevati che si trasformano in cinema – su cui far vivere magie di ogni tipo: serpentoni di numeri 9, lepri che parlano, calcolatrici grandi e morbide come comodi divani, matitoni giganti che scrivono in cielo e sull’acqua, numeri trasformati in ragazzi.
Usa situazioni e oggetti concreti: chewing-gum, noci di cocco, la spazzatura nel cortile della scuola.
E, soprattutto, utilizza per ogni concetto spiegato immagini e disegni che rendano immediatamente visibile e comprensibile il concetto stesso. E un linguaggio tanto preciso, quanto evocativo e fiabesco, trasformando i nomi di molti principi matematici in nomi (e concetti) impossibili da dimenticare: i numeri naturali diventano “numeri normalissimi“, i numeri primi “numeri principi“; le radici quadrate “rape“, Fibonacci diventa il signor Bonaccioni e la sua successione “numeri Bonaccioni“, ecc.

In questo caleidoscopio di immagini e di magie Roberto vede con i suoi occhi e tocca letteralmente con mano che il mondo della matematica non è un arido, astratto, noioso e inutile insieme di formule e formulette da mandare a memoria. Ma, al contrario, è un universo fantastico, ricchissimo di sorprese e di scoperte non solo interessanti, affascinanti e divertenti, ma legate a tutto ciò che ci circonda (la riproduzione delle lepri e dei rami degli alberi, segue per esempio la logica della serie numerica di Fibonacci) e utile per risolvere i problemi della vita di tutti i giorni (conoscere per esempio le possibili combinazioni di strade per andare a trovare amici che abitano in zone diverse).

E alla fine del suo viaggio onirico, dopo aver avuto modo di vedere di persona alcuni tra i più noti matematici della storia (Archimede, Bertrand Russell, Eulero e Gauss, Cantor) ed essere stato insignito del titolo di “apprendista dei numeri”, il ragazzo scoprirà compiaciuto che le scoperte fatte insieme al mago gli hanno insegnato un modo di ragionare che gli permette di risolvere in modo rapido e piacevole (il piacere del ragionamento e della scoperta!) quei compiti di matematica che, una volta, viveva come torture imposte da un antipatico insegnante.

Il libro è un’ottima lettura, interessante, piacevole e ricca di stimoli. Scritto da un non matematico, ha il grande pregio della chiarezza del non addetto ai lavori unita però alla precisione scientifica e al fascino della fiaba nata dalla penna di uno scrittore di grande talento, capace di “insegnar dilettando†e di catturare l’attenzione dalla prima all’ultima riga, stimolando il desiderio di saperne di più e di approfondire quello che si è letto.

Arricchito dalle splendide illustrazioni di R. Susanne Berner, fondamentali per la magia della fiaba e per la comprensione immediata dei concetti espressi, ha tra i suoi pregi principali, a mio parere, la capacità di mostrare che cosa voglia dire insegnare. Quale che sia la materia, insegnare vuol dire insegnare a imparare a ragionare, a porsi domande e cercare risposte mai scontate; insegnare il piacere di usare il cervello e di non accontentarsi di risposte preconfezionate; insegnare che imparare è una continua scoperta e una continua avventura e che l’impegno e la costanza richiesti per farlo danno in cambio soddisfazioni e piacere profondi e che permettono di vivere meglio.

Dati del libro:

Autore: Hans Magnus Enzenseberger
Titolo: Il mago dei numeri
Editore: Einaudi 1997, 2005, pp. 263
Traduttore: Enrico Ganni
Illustrazioni: R. Susanne Berner

Sul forum si puo’ leggere l’incipit del libro a questo link.

Scritto da Vianne

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Libri – Coca Cosa? Conoscerla per evitarla di AA.VV.

24 aprile 2009 Nessun commento

In edicola si trova di tutto, è proprio il caso di dirlo, e anche se la maggior parte delle volte ci si ritrova davanti a riviste di gossip, fumetti, dvd e cd, capita di trovare e conoscere libri davvero interessanti. Questo è quello che mi è successo un po’ di tempo fa quando in un cartone quasi abbandonato ho trovato questo libricino edito dalla casa editrice Stampa Alternativa intitolato Coca Cosa? Conoscerla per evitarla.

Scopo di questo articolo non è far polemica sulle azioni della nota casa di bibite Coca Cola, ma cercare di far aprire gli occhi e conoscere aspetti il più delle volte dati per scontati o trascurati, fatti messi subito a tacere per non ostacolare il potere.

Il libro comincia così:

Ancora e sempre controinformazione

Coca Cola, al pari di Mc Donald’s, Nike e di svariate altre note multinazionali, non solo sono i marchi più venduti al mondo, ma perfino le parole più globalmente note. Una ricchezza e una notorietà che – come denunciano le campagne di boicottaggio mondiali – sono pagate a caro prezzo, spesso a danno dei lavoratori, dell’ambiente e degli stessi consumatori. Lo sfruttamento delle persone più povere del pianeta, nonchè i colossali danni all’ambiente che sempre più ci si stanno ritorcendo contro, dovrebbero suscitare interesse e indignazione comuni. Eppure questi fatti sono abilmente celati da colossali e martellanti campagne pubblicitarie, capaci di trasformare macchine del profitto in azienda friendly, accattivanti, perfino caritatevoli. Ognuna delle tre multinazionali sopraccitata ha non a caso la sua buona fondazione che aiuta gli orfanelli e scolari nel mondo: quale migliore pubblicità, quale migliore modesto investimento per fare fronte, nell’opinione pubblica che muove i denari, alla critiche mosse da associazioni sindacali e di consumatori, esponenti politici e religiosi, fino all’ultimo e anonimo collettivo?!?

Certo noi non abbiamo mezzi economici per esprimere in un modo mediaticamente capillare – al pari insomma delle loro pubblicità – il senso d’ingiustizia che emerge da vicende come quelle della Coca Cola. La controinformazione ha del resto più bisogno di idee che di capitale, di volontà di giustizia che di spot televisivi. Non ha jingles, né pupazzetti-mascotte, né concorsi a premi, né del resto scheletri nell’armadio. Viaggia per passaparola, in milioni di volantini, in reti locali come in quella globale di Internet. Alla forza delle immagini preferisce quella dei dati, dei fatti, del parere degli esperti, delle denunce di chi vive i soprusi in prima persona.

[...]

da Cosa Cosa? – conoscerla per evitarla. Pubblicato da Stampa Alternativa. Pagine 3 e 4

Sembrerebbe un inizio di denuncia ma non lo è, scopo del il libro è fare controinformazione e raccontare le azioni commesse dalla Coca Cola. La multinazionale viene paragonata ad una organizzazione mafiosa con fini di lucro e si insinua il dubbio che sia la mandante di diversi sequestri pur di proteggere i suoi profitti, di farsi largo sul mercato e continuare a vendere, vendere, vendere…

Nelle ventotto pagine di questo libro vengono illustrate la storia della multinazionale e le azioni legali che ha subito negli anni. In particolare si parla e ci si sofferma sulla situazione in Colombia, sullo sfruttamento operato dalla Coca Cola sulla mano d’opera e sulle intimidazioni ai danni di alcuni funzionari che lavoravano per lei. Si parla di sequestri e di favoreggiamento, di azioni compiute da parte di gruppi armati che fanno irruzione nelle fabbriche e intimano agli operai di sottostare a delle regole ferree rinunciando a tutti i loro diritti.

Nonostante la brevità del testo i contenuti non mancano e fanno riflettere. Questi contenuti sono tutti documentati sul web in siti come REBOC (REte italiana BOicottaggio Coca-Cola), Terrelibere e Amnesty International che da anni denunciano le multinazionali perchè spesso e volentieri non assicurano i giusti diritti a chi lavora per loro.

Il libro si leggere velocemente e alla fine nascono spontanee alcune domande, nel mio caso quelle che ricordo sono le seguenti:

- Come è possibile che le azioni di cui è accusata la Coca Cola siano vere?
- Come è possibile che la Coca Cola sia libera di far quello che vuole?
- Possibile che sia sempre riuscita a uscire indenne dalla maggior parte dei processi a suo carico?

Le risposte sono personali, si è liberi di pensare che i fatti raccontati siano veri o falsi, ma qualche dubbio rimane e fa cominciare a pensare; credo che questo sia un buon punto di partenza per non farsi abbindolare.

Dati del libro:

Titolo: Coca Cosa? Conoscerla per evitarla
Autori: AA.VV.
Casa Editrice: Stampa Alternativa
Anno: 2005
Pagine: 28
Scheda del libro sul sito dell’editore: Scheda

Scritto da Mac La Mente

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Pentagramma – Innocent When You Dream di Tom Waits (1/3)

19 febbraio 2009 Nessun commento

Pentagramma – Innocent When You Dream di Tom Waits (2/3)
Pentagramma – Innocent When You Dream di Tom Waits (3/3)

Innocent When You Dream è uno dei brani più belli e probabilmente più conosciuti di quello straordinario maestro della musica del Novecento che è Tom Waits.

Ballata malinconica e struggente, ma pure venata a tratti dall’inconfondibile ironia dell’autore, la canzone fu composta nel 1986 quale tema della commedia musicale Frank’s Wild Years, pièce scritta da Tom Waits e dalla moglie Kathleen Brennan e messa in scena nello stesso anno dalla Steppenwolf Theatre Company di Chicago con Tom Waits nelle vesti del protagonista Frank, un musicista sognatore e vagabondo alla ricerca di un improbabile, se non impossibile, posto al sole.
Nel 1987 fu poi pubblicata nello splendido album Franks Wild Years che riunisce i brani dell’opera teatrale insieme ad altri inediti.

Questa canzone è quindi parte di un insieme. Godibilissima e stupenda da sola, acquista però ancora più spessore e si arricchisce di infinite sfumature e risonanze, che consentono di apprezzarla e goderla nella sua pienezza, se vista all’interno dell’opera cui appartiene. Anzi, della duplice opera: da un lato il lavoro teatrale e il disco che la contiene; dall’altro la trilogia di cui il disco fa parte.

Infatti l’album è da ascoltare come terza parte della trilogia scritta da Waits negli anni ‘80 e costituita da Swordfishtrombones del 1983 (uno dei cui brani più intensi si intitola non a caso Frank’s Wild Years), Rain Dogs del 1985 e, appunto, Franks Wild Years del 1987.

La trilogia a livello tematico è dedicata a rappresentare e cantare il mondo degli emarginati, dei sognatori, dei reietti, di quei rain dogs, i vagabondi e i senzatetto, che rappresentano l’altra faccia della società.

A livello musicale è dedicata alla sperimentazione e alla ricerca di sonorità capaci di raccontare ed esprimere dall’interno quel mondo, un mondo che l’artista ben conosceva per averne fatto parte per anni.
Per trovarle Waits si rivolge a tutte le forme di musica tradizionale e popolare americana, afroamericana ed europea: attinge dal folklore e dal teatro musicale, in particolare di Kurt Weil, dal cabaret e dal blues, dal rock e dai crooner (i cantanti alla Frank Sinatra), dal jazz e dalla musica da strada. Attinge e stravolge, deforma, distorce e contamina tra loro le sue fonti, per poi distillarne suoni e ritmi asimmetrici e dissonanti che la sua genialità artistica e il suo incredibile istinto musicale elaborano e fondono in un tessuto sonoro nuovo, originalissimo e perfetto. Una creazione musicale con la quale Tom Waits, grazie anche all’uso di strumenti di ogni provenienza – dal pianoforte alle marimbe e alle maracas, dalle chitarre elettriche al banjo e all’organetto – e di quello strumento stupefacente e unico che è la sua voce, riesce a raccontare come mai nessuno aveva fatto prima quel mondo parallelo degli invisibili e dei vinti che popolano il wild side, il lato disabitato e selvaggio, del sogno americano.

Tutto questo si ritrova nella pièce, nel disco e, naturalmente, in Innocent When You Dream. La canzone, come ho già detto, rappresenta il tema della commedia musicale, e viene quindi ripetuta più volte nei momenti topici dello spettacolo. Anche nell’album viene presentata in due versioni, una estesa nella sezione iniziale, Innocent When You Dream (Barroom), e una ridotta a chiusura del lavoro, Innocent When You Dream (78), a creare una struttura quasi circolare che racchiude in se’ l’intera storia di Frank.

Ma qual è questa storia, e quindi anche la storia del brano?
Frank è un suonatore di organetto che decide di abbandonare il suo paesino per andare a cercare fortuna nelle grandi città. Ma in città non c’è posto per lui e per la sua musica e, povero in canna e senza alcuna prospettiva, l’uomo si addormenta su una panchina e sogna. Sogna di tornare al suo paese, di ritrovare gli amici e la donna che ha amato, sogna di raccontare i suoi (inesistenti) successi. E finisce invece per raccontare la sua vera storia: la storia di un sognatore che, frustrato nel suo desiderio di realizzare il grande sogno, vive la vita randagia del reietto che non sa, non può e non vuole integrarsi nell’american way of life.

In particolare, Innocent When You Dream racconta il momento in cui Frank sogna di tornare al suo paese e ricorda la donna che ha amato e gli amici, tutti abbandonati per inseguire il suo sogno. Forse si sente in colpa, forse vorrebbe poter tornare indietro e cambiare le scelte che ha fatto. O forse no, forse rifarebbe tutto, chissà…
Ma in ogni caso, quale che sia il suo sentimento e quali che siano o siano state le sue scelte, i suoi sogni non hanno alcuna colpa. Perché quando si sogna si è sempre innocenti.

(continua)

Scritto da Vianne

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Pentagramma – Imagine di John Lennon (1/2)

2 gennaio 2009 1 commento

Pentagramma – Imagine di John Lennon (2/2)

Per iniziare il nuovo anno con un augurio e una nota di speranza ho scelto il testo di una delle più belle canzoni di tutti i tempi, la canzone simbolo per eccellenza del sogno di pace e di un mondo migliore: Imagine di John Lennon.
Perché in questo 2009, cominciato sotto il segno della recessione economica mondiale e dell’ennesimo rombo dei bombardamenti in Medio Oriente, avremo forse più bisogno che mai di poter almeno sognare che un mondo altro, un bel mondo sia possibile.

Imagine, scritta nel 1971, un anno dopo lo scioglimento dei Beatles, fu pubblicata nello splendido album omonimo Imagine, il secondo lavoro solista di John Lennon, uscito nello stesso anno e contenente tra gli altri, oltre alla title track, pezzi come Jealous Guy, Oh My Love, It’s So Hard, Gimme Some Truth e I Don’t Want To Be a Soldier.
Il brano riscosse immediato ed enorme successo e apparve subito anche come singolo negli Stati Uniti mentre, per una bizzarra forma di censura, in Gran Bretagna uscì, quale singolo, solo quattro anni dopo, nel 1975.

Da allora Imagine ha avuto un successo crescente e ininterrotto nel tempo, tanto da diventare la canzone che più di ogni altra rappresenta John Lennon e la canzone emblema, insieme a Give Peace a Chance – sempre di John Lennon – dei movimenti pacifisti in tutto il mondo.
Oltre naturalmente ad essere, trentasette anni dopo la sua pubblicazione, uno dei brani più conosciuti e amati da pubblico e critica, al punto che, nei tanti e vari sondaggi compiuti da radio e riviste specializzate tra la fine del XX secolo e i primi anni del XXI, è stata votata quasi sempre come la canzone più importante del Novecento. Nella classifica dei 500 brani più importanti di tutti i tempi pubblicata dalla rivista Rolling Stones nel 2004 è al terzo posto dopo Like a Rolling Stone di Bob Dylan e (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones.

Ma qual è il segreto del suo fascino?
Personalmente, credo sia la sua straordinaria capacità di raccontare, con un testo della più grande semplicità e immediatezza, e, cosa ancora più importante, senza banalizzare ne’ volgarizzare, uno dei miti umani più profondi e universali: il sogno di un mondo migliore, il sogno di quel paradiso perduto dove l’uomo possa vivere in pace con se stesso, col proprio prossimo e con l’ambiente e possa vivere e godere il presente senza rimpianti per il passato e senza rinunce per il futuro.
Un mondo dove non ci sia spazio per le ipocrite manipolazioni dei potenti e per le macchinazioni di chi, per brama di ricchezza e di potere, manda gli altri a uccidere e a morire.

John Lennon, che è stato ad un tempo creatore e figlio (e nel 1980 vittima) per eccellenza del sogno degli anni Sessanta, ha saputo richiamare e attualizzare questo mito, il mito dell’età dell’oro, in una splendida ballata che da’ voce alle eterne utopie dell’uomo attraverso il linguaggio del grande sogno degli anni Sessanta. Quel sogno di un cambiamento possibile in grado di sconfiggere violenza, autoritarismo, diseguaglianze, sfruttamento e ipocrisie che caratterizzano la società umana con la grande forza nonviolenta della pace, della cultura e dell’arte, dell’uguaglianza, dell’amore, e del rispetto.

Ma il successo del brano non nasce solo da un generica riattualizzazione del sogno dell’età dell’oro.
Nasce anche dalla concretezza di Lennon che con lievità e limpido candore tali da non disturbare neppure il più fervido credente – tanto che nel 1996 la canzone fu cantata davanti a Giovanni Paolo II come inno di pace -, ma nel contempo con la più grande chiarezza, indica gli elementi che, in quanto fonte di contrasto e divisione, ostacolano la realizzazione dell’utopia: l’ipocrisia e le menzogne delle religioni che, in nome di un futuro e inesistente aldilà, impediscono di vivere qui e ora e di apprezzare l’unica vita nell’unico mondo che abbiamo (Imagine there’s no heaven – “Immagina che non ci sia un paradiso“); le divisioni nazionali e gli imperialismi che, insieme alle divisioni religiose, mandano gli uomini a uccidere e morire (Imagine there’s no countries/ [...]Nothing to kill or die for/And no religion too – “Immagina che non ci siano nazioni/[...]Niente per cui uccidere o morire/E neppure religioni“); l’avidità di potere e ricchezza che impedisce la fratellanza tra uomini e la pacifica condivisone del mondo (Imagine no possessions/[...]No need for greed or hunger – “Immagina che non ci sia alcun possesso/[...]Alcun bisogno di avidità o brama“).

E nel ritornello Lennon ci spinge alla speranza dicendoci che questo mondo diverso non è un’utopia. E’ un sogno, certo, ma se tutti lo sogneremo, un domani potrà diventare realtà.

Questo messaggio, potente e fantastico ad un tempo, è reso nel modo più efficace ed intenso grazie alla splendida semplicità e immediatezza del testo e della musica. Musica che, come il testo, è basata su una grande essenzialità di melodia e accordi e su delicati arpeggi e soli di pianoforte.
L’unione di musica e testo, perfettamente fusi e in perfetta corrispondenza reciproca, rende l’insieme efficace e bellissimo e ne fa una meravigliosa poesia che, di fatto, è una straordinaria preghiera umanistica rivolta alle corde più profonde dell’umanità di ognuno di noi.

(continua)

Scritto e tradotto da Vianne

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Pentagramma – The Queen and the Soldier di Suzanne Vega (1/2)

12 settembre 2008 Nessun commento

The Queen and the Soldier di Suzanne Vega (2/2) – Testo e traduzione

The Queen and the Soldier è una delle più belle canzoni della cantautrice statunitense Suzanne Vega. Uscita nel 1985 e contenuta in Suzanne Vega, lo stupefacente album di esordio dell’autrice, ha colpito da subito, per la sua grande intensità, l’attenzione di tutti gli appassionati di musica d’autore e di buona musica tout court, e ha contribuito a far conoscere e amare in tutto il mondo la brava e raffinata poetessa-musicista. Tutt’oggi è uno dei brani più richiesti e applauditi nei concerti e in tutte le esibizioni live di Suzanne Vega.

Ma che cos’è The Queen and the Soldier?
Innanzi tutto è una stupenda ballata costruita come un’antica canzone popolare. Una ballata ricca di fascino e di immagini sull’incontro, in un mondo senza tempo quale è quello delle fiabe e del folklore, tra un soldato che non vuole più combattere guerre di cui non capisce il senso e la sua giovanissima regina.
L’incontro tra i due personaggi avviene nel castello della regina, dove il soldato si reca per comunicare alla sovrana la sua diserzione e chiederle il perché della continue guerre.

Ma tra i due succede qualcosa, scocca forse una scintilla d’amore che spinge la regina, chiusa nella torre d’avorio del potere, isolata nel suo mondo solitario e infinitamente lontano dalla realtà, a svelare al soldato il suo segreto dolore per la vita che vive e che forse è obbligata a vivere proprio a causa del suo ruolo.
La Vega per parlare di questo dolore crea un’espressione suggestiva e bellissima: fa dire alla regina di avere ingoiato un filo segreto ardente che la taglia dentro e la fa sanguinare (“I’ve swallowed a secret burning thread/It cuts me inside, and often I’ve bled“).

Subito dopo, però, spaventata dal mondo reale che il soldato vuole farle vedere e, ancor più, dai sentimenti che sente emergere in se’ e che l’hanno spinta a svelare il suo segreto, e temendo per questo di perdere il suo potere (“But the crown, it had fallen, and she thought she would break/And she stood there, ashamed of the way her heart ached“), inganna il soldato e lo fa uccidere. E poi torna alla sua vita strana e soffocante (“the queen went on strangeling in the solitude she preferred“), descritta dalla Vega con l’efficace neologismo “strangeling“, coniato sull’aggettivo strange “strano” e sul verbo strangle “strangolare, soffocare”.

Tanti sono i significati e le suggestioni evocati dal bellissimo testo e sarebbe impossibile, oltre che ingiusto nei confronti della poesia e della sua autrice, pretendere di spiegarli tutti. Ne segnalo solo tre che rappresentano, a mio giudizio, i tre motivi centrali, i motori, della storia.

Il primo e più importante è il chiaro messaggio contro la guerra, che è qualcosa di assurdo e insensato, ordinato per passatempo da chi neppure sa cosa sia e la usa solo per sentirsi potente e per riempire il proprio immenso vuoto interiore.

Il secondo è rappresentato dalla lealtà e dal senso del dovere che spingono il soldato a parlare con la sua regina, ben sapendo che per questo potrebbe morire.
Lealtà e senso del dovere che sembrano invece mancare completamente alla regina. Anche se, probabilmente, sono proprio lealtà e senso del dovere – lealtà e senso del dovere astratti, verso il potere e verso il proprio ruolo e non verso le persone reali – a motivarne le azioni e a rappresentare il segreto dolore della giovane donna, “l’amaro calice” che ha dovuto ingoiare e che la obbliga a vivere una vita inautentica e irreale.

Ci sono infine le paure della regina: la paura dei sentimenti, la paura di vivere nella realtà e di perdere il potere sul proprio mondo, la paura di essere se stessa. Paure che la imprigionano e le fanno respingere l’offerta di libertà che le parole del soldato per un attimo hanno fatto balenare davanti ai suoi occhi.
Astratti doveri e paure che tutti noi in qualche modo conosciamo o abbiamo conosciuto in un momento della nostra vita. E forse proprio per questo la ballata ci cattura e ci affascinan tanto: perchè ci racconta qualcosa di noi.

Io ho segnalato tre punti, ma leggendo con attenzione il testo e, ancor più, lasciandosi catturare dalla malia della splendida musica e dal fascino dell’interpretazione di Suzanne Vega, tante e tante altre suggestioni nascono e risuonano in ognuno di noi.

Nel prossimo articolo inserisco il testo con la mia traduzione a fronte e un video dell’incantevole ballata.

Scritto da Vianne

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