Poesia – Estate di Cesare Pavese

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 1, 2015 in Blog, In Libreria, Poesie della domenica

estateE il mese di Settembre è iniziato ma l’estate non è ancora finita; Estate di amori, di ritorni e di addii…Estate di bel tempo, mare, cielo sereno, pioggia – a volte -, vacanze e lavoro… e di tutto quello che può venire in mente quando si pensa alla bella stagione…

E alla bella stagione e all’amore che pensiamo con la poesia Estate di Cesare Pavese, versi che racchiudono la passione dell’autore per Fernanda Pivano e che fanno parte, insieme ad altre due opere – Mattino e Notturno –, di un trittico contenuto nella raccolta di poesie Lavorare stanca pubblicato un bel po’ di tempo fa.

Estate si trova in mezzo, è il pomeriggio di una giornata, il tramonto prima dell’arrivo della sera e rappresenta i sentimenti più forti provati da Pavese nei confronti del suo “prodigio d’aria” (Fernanda Pivano).

Sono versi armoniosi che scaldano il cuore e non poteva che esser così, è estate, è amore!

 

Estate di Cesare Pavese

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. E’ una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

da Lavorare stanca di Cesare Pavese – edito da Einaudi – anno 1968

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Poesia: Oda al dia Feliz (Ode al giorno felice) di Pablo Neruda

(0 commenti) | Commenta | Inserito il mar 1, 2015 in Blog, In Libreria, Poesie della domenica

pablo-NerudaBasta poco, basta veramente poco: una scintilla, un sorriso, una sensazione, il bacio del sole o la carezza del vento sulla pelle, un’andata e un ritorno…per essere felice!

Non ci son segreti o istruzioni da seguire, tutto nasce spontaneamente in superficie o dal profondo o viceversa ed è meraviglioso!

Sono felice e pensando a Oda al dia Feliz (Ode al giorno felice) di Pablo Neruda ancora di più perchè esprime in pieno la felicità, per le piccole o grandi cose, non importa, basta essere felice!

Qui di seguito la versione in lingua originale e la traduzione per gustarsi due volte quest’Ode al giorno felice

 

Oda al dia Feliz di Pablo Neruda

Esta vez dejadme
ser feliz,
nada ha pasado a nadie,
no estoy en parte alguna,
sucede solamente
que soy feliz
por los cuatro costados
del corazón, andando,
durmiendo o escribiendo.
Qué voy a hacerle, soy
feliz.
Soy más innumerable
que el pasto
en las praderas,
siento la piel como un árbol rugoso
y el agua abajo,
los pájaros arriba,
el mar como un anillo
en mi cintura,
hecha de pan y piedra la tierra
el aire canta como una guitarra.
Tú a mi lado en la arena
eres arena,
tú cantas y eres canto,
el mundo
es hoy mi alma,
canto y arena,
el mundo
es hoy tu boca,
dejadme
en tu boca y en la arena
ser feliz,
ser feliz porque si, porque respiro
y porque tú respiras,
ser feliz porque toco
tu rodilla
y es como si tocara
la piel azul del cielo
y su frescura.
Hoy dejadme
a mí solo
ser feliz,
con todos o sin todos,
ser feliz
con el pasto
y la arena,
ser feliz
con el aire y la tierra,
ser feliz,
contigo, con tu boca,
ser feliz.

 

Traduzione: Ode al giorno felice di Pablo Neruda

Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

 

Dati dei libro:
Titolo: Poesie di una vita. Testo spagnolo a fronte
Autore: Pablo Neruda
Traduzione di Roberta Bovaia
Editore: Guanda

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Poesie di Ninnj Di Stefano Busà

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 7, 2014 in 3 - La penna e la tela, Blog, Poesie della domenica

Abbiamo il piacere di ospitare e di pubblicare tra le nostre pagine una selezione di poesie di Ninnj Di Stefano Busà trattate dalla raccolta Canti di voliera.

Prima delle opere ci sembra giusto conoscere meglio l’autrice attraverso una breve biografia.

 

Biografia di Ninnj Di Stefano Busà

Nata a Partanna, laureata in Lettere, è stata insignita anche da una Laurea ad honorem in Scienze delle Comunicazione dall’Università Pontificia Salesiana. È una delle figure più rappresentative della poesia. Scrive da quando aveva 13 anni. Ha iniziato sotto l’incoraggiamento di Salvatore Quasimodo. All’assidua attività di poeta, ha spesso accompagnato una riflessione in forma di saggi. I più importanti critici si sono interessati di lei. Tra i ventitre libri pubblicati che le hanno valso alcuni dei premi letterari più prestigiosi, ricordiamo almeno gli ultimi titoli: Tra l’onda e la risacca (2007), L’Assoluto perfetto (2010), Quella luce che tocca il mondo (2011), La traiettoria del vento (2012), Il sogno e la sua infinitezza (2012), La distanza è sempre la stessa (2013), Eros e la nudità (2013), Ellittiche stelle (2013). In saggistica: Il valore di un rito onirico (New York, 1990); L’Estetica crociana e i problemi dell’arte (1986). Oltre che di poesia, si occupa assiduamente di critica letteraria, saggistica, giornalismo, narrativa.

Ricopre il ruolo di Presidente di un programma culturale internazionale con il Governo e il Consolato dellEcuador, di cui è stata insignita per meriti letterari dell’onorificenza di Gran Dignitario. Le è stata conferita nel 2013 dalla Facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell’Università Pontificia Salesiana la laurea ad honorem. Per Kairos Ed. nel 2013 ha curato il Documento storico per le Scuole: L’Evoluzione delle forme poetiche (vent’anni della migliore Poesia italiana); ha pubblicato il suo primo romanzo: Soltanto una vita (idem) nel febbraio, 2014. È collaboratrice del settimanale: L’ora di Ottawa (Canadà), I fiori del male, Cultura Letteraria e Arte e collabora assiduamente a molti siti internet tra i più prestigiosi.

 

Poesie:

1.
Una favola incostante,
letto d’erba che si sfibra,
la nostra storia, un’arte delle cose sperse,
un ardimento di memoria
che placa le ferite più lievi.
Eppure vi è pienezza nelle cose perdute,
la si respira dalla radiosa soglia
dell’inverno.
Nella moltitudine di oggetti tutti distanziati
ritroviamo il gesto finale,
le assenze di un dire, di un fare sempre
in lontananza come da asfalti
che dilavano le strade, le senti nella pietà dei vivi,
negli interludi a strappi,
come mani che abbracciano le ombre,
mentre sfiorisce il senso del mondo,
nella fissità del caos.

2.
Scansione del tutto e del nulla,
parabole chiuse, disabitate
ognuno con la sua fase discendente,
il suo avaro clichè di risorse.
Una vendemmia di uccelli
sulle vigne prosciugate da calura,
dove la foglia esce trafitta,
la ferita si apre fino al sangue:
solitudini abissali,
una sola, lontanissima illusione.

3.
Dove il pensiero insegue le sue varianti di luce,
la vita si rigenera da sè, dalle sue notti orchestrate
al mare, alle sue lame di luna
riflesse a metà, tra fossati e pietraie.
Si estenua alle mille leggerezze, a levità di fondo
l’a m o r e, e forse neppure lo sfiora,
perché quel senso d’inondazione sempre
si traduce in bellezza d’amare.
Qualcuno esce illeso persino dal naufragio.

4.
Si trascrive la vita nei dettagli
(unguento che non cura le ferite),
dolore rappreso sopra rive chiare.
Muschiato corpo e pane di avventura
la serrata visione delle ali.
Tutta la luce precipita a ritroso:
sui nomi, sulle cose, sulle notti d’amore
che tremano nel buio.
Tu annoti il tuo cammino con le stelle,
ti schiudi come rosa alla rugiada.

Splende sulla città l’indicibile richiamo,
che più non plasma la gioia che vi traluce.

5.
C’è un tempo infine che incupisce
l’indeterminato velario,
sempre aderente a ciò che più frastorna,
ti respinge e ti accoglie.

E conserva il suo colore azzurro,
la sua trama di dolore mentre ti atterra..
Ognuno serra la durata di corolla
che sciama dove il vento più la eterna,
mentre ne insidia i suoi colori,
velocemente ne emette – rami e foglie -,

E si fa notte, dove le forze neutralizzano
il profumo del mondo, o dove la forza
inimmaginabile ci chiama.

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Poesia: Marino – due giugno duemilaquattordici – ultima poesia mia di Cristiano Torricella

(0 commenti) | Commenta | Inserito il ago 17, 2014 in Blog, Cristiano Torricella, Poesie della domenica

Confesso: al piacere di questa ulteriore pubblicazione tra le nostre pagine dell’ultima poesia di Cristiano Torricella, c’è altrettanta tristezza in quando con quest’opera l’autore ha chiuso un capitolo importante: quello di italo poeta metropolitano.

Ad majora, Cristiano, sempre! ;)

 

Marino – due giugno duemilaquattordici – ultima poesia mia

 

Marino, due giugno duemilaquattordici: da oggi, mai più poesie!
Eterno silenzio di sasso, per sempre, o poeta.
Lo promisi ier, perdendo a carte, a Mario, all’hostaria!
Basta scriver poesie, sor Cris!
Gli altri Me stessi faccian tutti, ora, è d’uopo, un passo avanti!
Ma lasciatemene scriver, Vi prego, di poesia, ancora una!
“L’ultima? E sia!” – disser, contrariati e scuri in volto, Essi.
Così, calate, infin, le segrete carte, che tenevo in mano,
smisi di poetar libero, m’arresi al Fato,
e, tornato come “fil di fumo di camin”, uomo di mondo,
da fredda, romana, tramontanina, fui, poeta, lesto, via, spazzato!
A che pro perseverar, a scriver li versi mia, ancor dunque, a vuoto,
se così fu scritto e promesso, per di più, a gioco fermo e truccato?
Ad altre mie libere immagini, dello perduto Io,
allor, oggi, poeta, qui, brindo e m’appello;
or che passar mano, carte ed ogni mio povero avere,
debbo, levando, verso il nuvoloso Ciel di Roma,
per l’ultima volta poeta, fiasco e bicchiere…
Addunque, ciò che stabilimmo fosse, lesto, data nostra parola, addunque, or sia!
Ultima mia poesia, promesso, poi più niente!
Ed eccola qui, l’ultima mia poesia, o miei posteri…
l’ultimo guizzo di genio, la poesia nella poesia:

“Addio a te, o Augusta Roma, megalopoli ingrata!
Morituro poeta metropolitano te salutat, oggi, per sempre!
Tuo cultural fine, sappilo, fu nostra, antica, gloriosa Roma!
Roma dei Cesari e de li gladiator pugnanti, no fregnacce!
Roma del Coliseo e del tempio d’Ercole Vincitor (chiamato erroneamente tempio di Vesta)!
Son ombre nostre Giovenale, Traiano, Tiberio imperator e il buon Nerone!
Ma tu dimenticasti, e non valorizzasti, mai, adeguatamente, il tuo storico passato (e questo è grave!)
Morte, allor, al poeta e Vate romanesco e romano, che scrive inutil, culturali, inascoltati versi!
Affinché dalle sue calde e riarse ceneri, di baciate o di libere rime,
altre immagini dell’Io possan, all’alba del “novo giorno”, che già spunta,
libere, brillare e sorgere, in libertà d’esprimersi e di dire:
1) il filosofo neroniano che, dai primigeni dì, di bimbetto colleoppino, m’accompagnava, ad arte;
2) lo scienziato pazzo, pien d’insondate zone erronee, d’entropiche credenze e di tecnologie pagane;
3) il chitarrista rock, monticiano, nostro, ch’il primigenio assolo elettrico, audace, all’aere,
dalla Torre dei Capocci, presso via Giovanni Lanza, a Roma, lanciava, a fin ’900, lancinante!
Un benvenuto 2050 a Voi, allor, o mie catartiche immagini autocentriche dell’Io, sostitutive!”

Così Io, glocal poeta, euro-italo-romano-romanesco,
narrai qui, per filo e per segno, com’Io mantenni la promessa.
Marino, due giugno duemilaquattordici: da oggi, mai più poesie!
Eterno silenzio di sasso, per sempre.
Lo promisi ier, perdendo a carte, all’hostaria!
Marino – A.D. MMXIV

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Poesia – Tutti insieme dovremo lottare un poco di più per render questo mondo più migliore di Cristiano Torricella

(0 commenti) | Commenta | Inserito il lug 20, 2014 in Blog, Cristiano Torricella, Poesie della domenica

No, nessun errore nel titolo di questa poesia, Cristiano Torricella ha volutamente scritto “più migliore” per infrangere in un certo senso le regole e dare più enfasi al messaggio che vuole trasmettere. La sua (e anche mia) speranza è che l’errore desti dal “sonno della ragione” chi ancor oggi non s’è reso conto di quello che sta accadendo e in che direzione (quelli che io definisco sapientoni) ci stanno portando.

Danni immani e immensi a cui bisogna porre un freno, dire Basta!, e farlo tutti insieme uniti come Popolo.

 

Tutti insieme dovremo lottare un poco di più per render questo mondo più migliore
di Cristiano Torricella

E’ un italo popolo intero che, risvegliando, oggi, il suo cervello
da un profondo, antico, atavico, e lungo, sonno * popolare,
si alza nuovamente in piedi, oggi, ad alta voce, protestando,
avvolto di sporco fum, di promesse elettorali infrante, e fango,
e chiede, invan, all’infame mondo odierno,
pane e lavoro e giustizia e cultura vera e vita!

Non si può più aspettare, ancor, più oltre, le promesse!
Che noi stessi, già oggi, invecchiam e moriam, malati e stanchi!
Ed anche tu, o giovane Holden, anche tu, non tergiversar là, col telefonin, più oltre!
Che serve, come il pane, oggi, un cambiamento!
Oggi e non oltre oggi!
Che già – così Io scrissi, ier – oggi è già tardi!

Non dite, poi, che Io, vecchio poeta dissidente, non lo pre-dissi in tempo, al popol mio!
Tutti insieme dovremo lottare, un po’ per volta, un poco di più, pacificamente, tutti insieme,
per render questo sporco mondo più migliore!
No? – tu dici?
Vale ancor, il “divide et impera”, di partito e di fazione, oggi?
Oggi, ancor più d’una volta, stoltamente, vale e stravale, eccome!

Spezzando nostre, gravose, popolar, itale catene burocratiche,
di sotto all’apocalittico cielo atomico, futuro, pien di manipolate nuvole o.g.m,
che a balcon, qui, di sopra, a noi, oscur e feroce orco di Gran Debito, già fiata e morde,
a riverberar suoi accesi lampi atomici, sì belli, su di noi, qui, di sotto, itali parolai imbelli,
vane parol di fumo, che, più oltre, oggi, non le possiam esportar, di fuor, nel bel glocale mondo,
nostri politici, economici e partitici, lacci e lacciuol e ritardi, catene a vita intera, così belle!

Cambiando, poco a poco, per l’avvenir di lor, nipoti e figli e nonni,
corrotte, e sporche regole, del gioco, oppure lasciando tutto come pria,
se preferite Voi, ignari ed ignoranti cittadin del volgo,
d’esser fregati sempre, a poco a poco!

Vivremo ed invecchierem, allor, vi chiedo,
se non farem nulla di nulla, per cambiare,
nello straordinario paradosso culturale italico?
E ci ammaleremo, e morirem, di tante povertà brutte, d’ogni genere,
dopo aver vissuto invano, disperati,
in un bruto mondo, di Unni e di Vandali, alla carica,
estrema gabbia di rabbia e di declino assai evitabile,
che va a crear disastri atomici, disoccupazion di massa, Grande Paura?

Se anche a te, perciò, o pigro cittadin d’oggi, strarincoglionito di televisione,
tale mondo futur, che vien, non piace affatto e fa Paura,
cambia oggi te stesso, rinsavisci e riaccendi, per pochi minuti, il tuo cervello:
torna a pensar, autocentrico, di nuovo, agli ideali ed ai desideri tuoi, quelli più veri;
e inizia a ragionar su tua vita, già, e come trascorsa, obbediente e servile, fino adesso;
e prepara tua cultural, personal, dignitosa, guerra pacifica, e, mental, riscossa,
se vuoi, che poi, un doman, tra noi, nel nostro stival, sì disgraziato, regnino, infin,
addopo alla gravosa lotta, Pane, Onestà, Lavoro e Dignità Sociale e Pace!

* sonno = è il sonno della ragione e dell’intelletto, che tanto male ha fatto, per decenni, all’I-taglia

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