Pentagramma – In ricordo di Richard Wright: Summer '68

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 15, 2009 in Artisti, Blog, La musica del tempo

Oggi è l’anniversario della morte di Richard Wright, il musicista, compositore e splendido tastierista dei Pink Floyd, creatore di quei meravigliosi tappeti sonori che hanno reso unico e irripetibile il sound del gruppo.

Ricordo ancora con grande tristezza il momento in cui l’anno scorso seppi della sua improvvisa scomparsa. Un senso di vuoto e di mancanza, come se una parte di me stessa fosse venuta meno. Un dolore che non immaginavo di poter provare per un artista e per una persona mai conosciuta direttamente.
Ma probabilmente chi ha il dono della creazione artistica da’ qualcosa di così essenziale di se’ da diventare parte della vita di chi ama la sua arte…

E proprio con la sua arte voglio ricordare Richard Wright un anno dopo: con uno dei brani più belli dei Pink Floyd, scritto, composto e cantato interamente da lui, Summer ’68.

Il brano fa parte dell”album del 1970 Atom Heart Mother, album costituito dalla straordinaria suite omonima, dalla mini-suite Alan’s Psychedelic Breakfast, e da tre brani solisti composti e cantati rispettivamente da Roger Waters (If), David Gilmour (Fat Old Sun) e, appunto, Richard Wright con la sua Summer ’68.

Summer ’68 è una dolente ballata nella quale il musicista riflette e canta la delusione e il vuoto della vita della rock star. Vita libera, certo, senza vincoli, con schiere di groupie pronte a tutto, alcol a fiumi, droga: sesso, droga e rock’n roll, appunto…
Ma quella vita, a ben guardare, è una vita vuota, una vita che dietro l’apparente libertà toglie in realtà proprio la libertà di essere se stessi, di creare amicizie e affetti e, anzi, svuota di autenticità gli incontri e i rapporti con le persone e rischia di mettere a repentaglio i sentimenti e gli affetti autentici.

Queste riflessioni emergono nel racconto dell’incontro da una notte con una groupie, un incontro senza parole, senza scambi, senza sentimenti, un incontro che lascia solo freddo e consapevolezza del vuoto che sta dietro a quella notte di sesso, notte a cui ne seguiranno altro, altrettanto vuote, con altre groupie (Charlotte Pringle’s due/Charlotte Pringle è in arrivo, dove Charlotte Pringle è un nome fittizio per indicare la prossima groupie), così come per la ragazza seguiranno altre notti, altrettanto vuote, con altri musicisti e cantanti.

Chissà, forse sarebbe possibile approfondire quell’incontro, trasformarlo in un incontro tra persone e non solo tra corpi cui nulla interessa uno dell’altro. Basterebbe solo parlare e raccontare come ci si sente, essere se stessi.. Ma proprio questo non è possibile e proprio questo rende il musicista consapevole del vuoto in cui vive. Consapevolezza che emerge nell’urlo dolente con cui chiede insistentemente alla ragazza come si sente. Urlo che, forse, in realtà rivolge a se stesso: come ti senti dopo questo non-incontro?
Consapevolezza e urlo che, a livello musicale, sono resi col passaggio dalle parti melodiche a parti molto più ritmiche.

Da notare la bella intro di tastiere, la splendida parte ritmica associata al ritornello e, appunto, all’urlo “how do you feel/come ti senti“; e, soprattutto, la stupenda sezione strumentale nella seconda parte, sezione che va a richiamare e creare uno stretto legame con la suite Atom Heart Mother..
Un brano bellissimo dove si ritrova tutta la splendida anima musicale e umana di Richard Wright.

Ciao Rick, R.I.P.

Summer ’68
 
Would you like to say something before you leave
Perhaps you’d care to state exactly how you feel
We say goodbye before we’ve said hello
I hardly even like you, I shouldn’t care at all
We met just six hours ago, the music was too loud
From your bed I came today and lost a bloody year
And I would like to know how do you feel
How do you feel
 
Not a single word was said,
The night still hid our fears
 
Occasionally you showed a smile but what was the need
I felt the cold far too soon in a room of ninety-five
My friends are lying in the sun, I wish that I was there
Tomorrow brings another town, another girl like you
Have you time before you leave to greet another man
Just you let me know how do you feel
How do you feel
 
Goodbye to you…
Charlotte Pringle’s due
I’ve had enough for one day
Estate ’68
 
Vorresti dire qualcosa prima di andartene?
Forse vorresti spiegare come ti senti esattamente
Ci siamo detti addio prima di esserci detti ciao
Non mi piaci neppure tanto, non dovrei curarmene affatto
Ci siamo incontrati giusto sei ore fa, la musica era troppo alta
Oggi sono uscito dal tuo letto e ho perso un maledetto anno
E vorrei sapere come ti senti
 
Come ti senti
 
Non ci siamo detti neppure una parola
La notte ha nascosto ancora le nostre paure
Ogni tanto hai fatto un sorriso, ma che bisogna c’era?
Ho sentito il freddo troppo presto in una stanza surriscaldata
I mie amici se ne stanno al sole, vorrei essere la’
Il domani porterà un’altra città, un’altra ragazza come te
Hai tempo prima di andartene ad accogliere un altro uomo?
Fammi solo sapere come ti senti
 
Come ti senti
 
Arrivederci a te…
Charlotte Pringle è in arrivo
Ne ho avuto abbastanza per un giorno

Testo e musica di Richard Wright

Summer ’68 – Pink Floyd

Scritto e tradotto da Vianne

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Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (3/3)

(7 commenti) | Commenta | Inserito il gen 31, 2009 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (1/3)
Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (2/3)

Animals, uscito in Gran Bretagna in un clima musicale dominato dal punk e dalla contestazione e rifiuto del rock, è di certo l’album più duro, deciso e dissacrante dei Pink Floyd, tanto che potrebbe essere visto come risposta del gruppo alle accuse e alla sfida lanciate dal nuovo movimento.
Ma così non è. O meglio, se a livello generale i Pink Floyd avranno senz’altro respirato e rielaborato le nuove sonorità che si stavano diffondendo, a livello compositivo il disco nasce ben prima dell’affondo punk al rock.
Infatti i suoi due brani principali, Dogs e Sheep, furono composti e regolarmente eseguiti durante il tour della band del 1974, secondo la tecnica abituale del gruppo di creare i nuovi pezzi e testarli nei concerti prima di rielaborarli in studio e inserirli negli album.
I due brani, rispettivamente intitolati nel ’74 You Gotta Be Crazy e Raving and Drooling, avrebbero dovuto essere inseriti in Wish You Were Here, ma furono poi esclusi perché non consoni al concept di quel disco.
Quando nel 1976 i Pink Floyd decisero di tornare in studio, You Gotta Be Crazy e Raving and Drooling furono ripresi e, cambiato il titolo, divennero il nucleo costitutivo del nuovo concept.
E credo che l’uso di materiale creato ben prima che si parlasse di punk sia stata la risposta più efficace che i “vecchi dinosauri” potessero dare a chi li accusava di non sentire lo spirito dei tempi.

Del resto basta ascoltare il disco e considerarne i singoli brani per rendersi conto di come ancora oggi il lavoro non solo non sia invecchiato, ma sia più attuale e godibile che mai sia a livello musicale che testuale.

Track list

1. Pigs on the Wing pt. 1 (1:24) – Waters, cantata da Roger Waters
2. Dogs (17:06) – Gilmour, cantata da David Gilmour e, nella parte finale, da Roger Waters
3. Pigs (Three Different Ones) (11:28) – Waters, cantata da Roger Waters
4. Sheep (10:21) – Waters, cantata da Roger Waters
5. Pigs on the Wing pt. 2 (1:27) – Waters, cantata da Roger Waters

Tutti i testi sono di Roger Waters.
I crediti di Sheep sono interamente attribuiti a Waters ma, stando alle dichiarazioni di David Gilmour, quest’ultimo avrebbe contribuito alla sua composizione.

Pigs on the Wing, pt. 1 – L’album si apre con le note di chitarra acustica e le parole d’affetto che Roger Waters dedica alla sua compagna cui dichiara che, senza una persona con cui condividere affetto e sostegno, si sarebbe condannati a vagare senza meta, a passare la vita tra noia e dolore, tra ricerca di qualcuno cui dare la colpa del nostro malessere e ricerca di una difesa dai pericoli che ci possono piombare addosso.
Il titolo della canzone fa riferimento a un modo di dire usato dai piloti britannici durante la Seconda guerra mondiale per indicare “i porci volati”, gli aerei nemici che giungono inattesi o non visti e colpiscono di sorpresa.

Dogs – Mentre sfumano le note della chitarra acustica parte in lontananza l’intro della chitarra su cui poi si appoggia il cantato di David Gilmour che introduce il primo tipo di essere umano: i cani.
Allegoria degli arrampicatori sociali, degli uomini d’affari, degli arrivisti a tutti i costi, di tutti quegli individui, tracotanti e prepotenti, che per raggiungere i propri scopi non guardano in faccia nessuno e sono pronti a colpire alle spalle, a tradire la fiducia e a commettere ogni nefandezza, sono individui crudeli ma allo stesso tempo tragici.
Condannati a stare perennemente in guardia contro tutto e tutti per evitare di essere a loro volta calpestati, sono destinati a morire soli, divorati dal cancro o trasformati in pietra, la pietra delle loro colpe.
Ma la vera tragedia dei cani emerge nel momento in cui si rendono conto di essere stati usati e manipolati da qualcuno che li ha addestrati per renderli come sono. Qualcuno che è il vero detentore del potere.

A livello musicale Dogs è un pezzo potentissimo, caratterizzato dal ritmo martellante della chitarra, da alcuni effetti speciali stupefacenti e da due tra i più begli assoli di chitarra di David Gilmour.
Segnalo soprattutto il primo, bellissimo assolo, durante il quale, l’introduzione del lugubre latrato dei cani realizzato col vocoder riesce letteralmente a ricreare l’immagine di una inquietante palude percorsa da cani selvatici in caccia.
L’altro effetto speciale è quello creato per “mostrare” la trasformazione del cane in pietra per il peso dei suoi crimini: la parola “stone”, “pietra”, viene ripetuta moltissime volte e distorta fino a far sentire la trasformazione da corpo a pietra che sprofonda e viene risucchiata dal fango della palude, mentre in lontananza risuonano lugubri gli ululati dei cani. E’ un’immagine sonora che fa accapponare la pelle.

Pigs (Three Diferent Ones) – Dogs termina col dubbio che i cani siano esseri manipolati da qualcuno che è il vero detentore del potere. E mentre sfumano le ultime, tragiche note del brano, arriva la risposta: dei grugniti di maiale su cui parte poi l’intro di tastiere.
Pigs è una canzone di un sarcasmo feroce e caustico, Roger Waters riversa tutto il suo disprezzo verso gli individui che, apparentemente inoffensivi e perfino ridicoli, sono in realtà i più pericolosi perché riescono ad ottenere il massimo potere in tutti i campi fingendosi diversi da quello che sono, nascondendosi dietro a un’untuosa ipocrisia e al falso perbenismo.
La canzone è divisa in tre strofe ognuna delle quali presenta un tipo appartenente a questa categoria:
- i maiali che vogliono controllare il potere economico e quindi vogliono dirigere il lavoro altrui;
- i maiali che vogliono controllare il potere politico e la società (e qui sembrerebbe esserci un chiaro riferimento a una donna politica che da lì a poco sarebbe divenuta potentissima in Gran Bretagna, Margaret Thatcher)
- i maiali che si ergono a tutori della morale. E qui Roger Waters si toglie probabilmente un sassolino dalla scarpa, chiamando per nome e cognome un maiale di questa categoria, Mary Whitehouse, la donna politica che dagli anni ’60 cercava di imporre la più rigida censura alla radio e alla televisione e che anni prima si era scagliata contro i Pink Floyd accusandoli di usare droghe.
Se i cani sono animali tragici e suscitano dolore, i maiali sono patetici e ridicoli e riescono solo a suscitare disprezzo: “ha ha charade you are” “ha ha sei una farsa” è la definizione comune a tutti e tre i tipi.

Sheep: un’atmosfera bucolica e idilliaca con cinguettii di uccellini e belati di pecore su cui parte poi l’intro martellante di basso apre la nuova allegoria.
La pecora è l’animale innocuo ma ignavo, l’essere docile e obbediente, debole e servile, che non vuole vedere che ci sono dei pericoli e che si lascia sottomettere dai cani e trascinare senza protestare al macello.
Finchè un giorno le pecore diventano finalmente consapevoli dei pericoli che corrono e imparano a difendersi dagli aggressori: riescono così a uccidere i cani e a liberarsi dal loro giogo.
Ma la fine della schiavitù è solo apparente: uccisi i cani, un nuovo padrone ha già preso il sopravvento (forse i maiali o forse alcune delle stesse pecore) e ricomincia a dare ordini al gregge.
La tragica ironia della situazione è resa musicalmente dalla note allegre che chiudono il brano mentre , in perfetta circolarità con l’inizio, ricomincia il canto degli uccellini e il belato delle pecore.

In questo brano Roger Waters ha inserito un passaggio dei più ferocemente ironici oltre che blasfemi, e che ha provocato al gruppo le accuse di satanismo da parte di quelle associazioni (di certo appartenenti al terzo tipo di Maiali) perennemente impegnate a denunciare il carattere diabolico e satanico del rock.
Nella parte centrale del brano una voce distorta dal vocoder pronuncia una parte recitata, una parodia del ventitreesimo Salmo:
The Lord is my shepherd [...]/With bright knives He releaseth my soul[...]/He converteth me to lamb cutlets
Il Signore è il mio pastore [...]/Con coltelli scintillanti libera la mia anima[...]/Mi trasforma in costolette d’agnello

Pigs on the Wing, pt. 2 – Sui bucolici cinguetti degli uccellini riparte la chitarra acustica della seconda parte della canzone d’amore di Waters, che ribadisce l’importanza del reciproco sostegno reso possibile dall’amore e dichiara che grazie all’amore lui, che si riconosce nel tipo dei Cani, riesce finalmente a non sentirsi più solo, a non sentire il peso della “pietra” delle azioni commesse e a trovare un riparo dai pericoli del mondo. Perchè anche un cane ha bisogno di una casa.

Scritto da Vianne

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Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (2/3)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il gen 30, 2009 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (1/3)
Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (3/3)

Animals è un album creato per raccontare una storia ed esprimere una visione del mondo attraverso la musica e i testi. E, proprio per la particolare storia che racconta, sceglie di essere particolarmente duro e concreto, di avere testi feroci, una costruzione ritmica martellante e trascinante ed effetti speciali inquietanti e claustrofobici.
La conseguenza della scelta tematica e stilistica del lavoro comporta la rinuncia non solo, come accennato nell’articolo precedente, a ogni possibile momento musicale sognante e immateriale; ma anche a ogni concessione alle esigenze del marketing discografico: il disco non contiene neppure un brano adatto, per la sua lunghezza, ad essere trasmesso dalle radio.
E’ costituito infatti da cinque pezzi, due brevissimi brani, iniziale e finale, a fare da cornice – Pigs on the Wing pt. 1 e pt. 2 – e tre lunghe composizioni centrali, ognuna delle quali può essere vista quasi come una suite – Dogs, Pigs (Three Different Ones), Sheep.

Questa volontà di concreta durezza si esprime nel modo più esplicito anche nella scelta della famosa copertina dell’album: l’immagine di una centrale elettrica di Londra, Battersea Power Station, caratterizzata dalla presenza di quattro torri-ciminiere alle sue estremità e adattissima, secondo Roger Waters, ad esprimere l’idea di energia e di potenza. A completare l’immagine il tocco surreale che caratterizza tutte le copertine dei Pink Floyd: un grosso maiale volante sospeso tra le ciminiere della centrale.
Il maiale volante divenne poi un elemento scenografico fisso in tutti i successivi concerti dei Floyd. E tanto il maiale volante quanto Battersea Power Station divennero col tempo due simboli centrali della mitologia floydiana, tanto che ancora oggi la centrale londinese è una località imprescindibile da visitare per ogni fan dei Pink Floyd.

Ma qual è la storia che racconta Animals?
Si tratta di una sorta di favola crudele, un’allegoria della vita umana rappresentata per mezzo di tre animali – cani, maiali e pecore – espressione di altrettanti comportamenti e modi di essere degli uomini.
I cani incarnano gli arrampicatori sociali, gli individui a caccia del potere, i predatori avidi e ingordi pronti a tutto pur di ottenere ciò che vogliono.
I maiali incarnano quegli individui apparentemente meno pericolosi ma in realtà estremamente infidi in quanto doppiogiochisti, ipocriti e moralisti, caratterizzati da perbenismo untuoso e di facciata. E, alla fin dei conti patetici nei loro tentativi di sembrare diversi da ciò che sono.
Le pecore incarnano gli ignavi, i vili e ottusi, il gregge senza cervello destinato ad essere sempre vittima dei prevaricatori, siano essi cani, maiali o alcune delle stesse pecore.

Ma anche in questo mondo crudele c’è una via di scampo, la via accennata nei due brevissimi brani di cornice: la via è l’amore, la possibilità di trovare una persona con cui sostenersi reciprocamente e con cui costruire un riparo dove mettersi al rifugio dai “pigs on the wing”, i “maiali volanti”, i pericoli provenienti dall’esterno. A livello sonoro questi unici momenti di quiete e di speranza sono resi dal fatto di essere unplugged, suonati solo dalla chitarra acustica.
La presenza delle due cornici è fondamentale ai fini della dialettica dell’album, in quanto ne consentono l’arricchimento e la trasformazione in una favola ricca di sfumature ed evitano che l’album si trasformi, come affermava lo stesso Waters, in un unico urlo di rabbia.
Sottolineo il paradosso – tipicamente floydiano – per cui Pigs on the Wing, l’unica canzone d’amore mai scritta da Roger Waters e mai cantata dai Pink Floyd, sia contenuta nell’album più cattivo e più deciso della band.

Due sono i principali temi dell’album e quindi obiettivi dell’allegoria:
1. la denuncia dell’alienazione e dell’isolamento dell’uomo, che si trova a vivere isolato in un mondo freddo e brutale – quel “cruel world”, il “mondo crudele” che sarà al centro dell’album The Wall -, in balia dei pericoli provenienti dall’esterno e, ancora di più, dall’interno, da se stessi, dalle proprie paure e dai propri istinti.
Questo motivo è un tema ricorrente nei testi scritti da Roger Waters fin dai primi album e divenuto progressivamente centrale e dominante a partire da The Dark Side of the Moon, fino a culminare in The Wall.
2. La critica feroce all’individualismo, alla brama di potere e ricchezza, a un sistema sociale e individuale che rende l’uomo una belva feroce e implacabile pronta a colpire i propri simili in tutti i modi e con tutti i mezzi per raggiungere i propri scopi: homo homini lupus o, meglio ancora, cane mangia cane.

La storia raccontata da Animals è liberamente ispirata al racconto di George Orwell La fattoria degli animali, una favola crudele che racconta la rivolta degli animali di una fattoria al giogo imposto dall’uomo e la successiva autogestione della fattoria da parte degli stessi dopo la cacciata dell’odiato sfruttatore. Ma ben presto anche tra gli animali compaiono i burocrati e i prevaricatori, i maiali e i cani che a poco a poco soggiogheranno e sfrutteranno le pecore e gli altri animali ancora più di quanto facesse l’uomo.

Tra libro e disco ci sono molti elementi in comune, anche se l’album dei Pink Floyd ha una conclusione aperta alla speranza, alla possibilità di trovare un rifugio contro le insidie che arrivano dall’esterno. “Lieto fine” che manca nel testo orwelliano (e non potrebbe essere diversamente, dato il preciso riferimento politico – la rivoluzione russa e l’ascesa della dittatura staliniana – dell’allegoria di Orwell).

Ma il “lieto fine” di Animals in realtà è solo temporaneo. L’amore potrà essere sufficiente per costruire un rifugio contro i pericoli che arrivano dall’esterno. Ma non lo è – non nel caso di Roger Waters e dell’equilibrio sempre più precario che teneva insieme i Pink Floyd – per costruire un riparo contro i nemici che arrivano dall’interno.
Le paure, le nevrosi, gli incubi, le paranoie che fino a Dark Side of the Moon erano apparse solo come ombre inquietanti e come la “quiet desperation”, la “tranquilla disperazione” evocata nella canzone Time, col tempo si erano trasformate nelle spettrali presenze-assenze cantante in Wish You Were Here per poi incarnarsi, sia pure in forma animale, in Animals. Pronte ad esplodere in tutta la loro violenza distruttiva nell’urlo disperato e allucinato di The Wall. E nella rottura dei Pink Floyd.

(continua)

Scritto da Vianne

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Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (1/3)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il gen 29, 2009 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (2/3)
Il disco del mese – Animals dei Pink Floyd (3/3)

Questo mese la scelta del disco da presentare è andata a un album a mio giudizio imprescindibile per chiunque ami il rock e la vera musica tout court: Animals dei Pink Floyd. Un lavoro che, pur avendo appena compiuto 32 anni, è di un’attualità, un’originalità, una compattezza e una forza musicale, ritmica e tematica tali, quali pochissimi altri lavori usciti da allora ad oggi possono vantare.

Il disco, decimo album studio della band di Cambridge, uscì nel gennaio 1977. Ma per comprenderne appieno il significato e la portata è necessario fare un passo indietro e ricordare due eventi di quegli anni.

- Quattro anni prima, nel 1973, i Pink Floyd avevano pubblicato il loro capolavoro The Dark Side of the Moon, che aveva dato loro fama planetaria e li aveva trasformati da gruppo conosciuto sì, ma relativamente di nicchia, in uno dei simboli per eccellenza del grande rock.
Ma la fama strepitosa si era quasi subito trasformata in un’arma a doppio taglio che, oltre a soldi e successo, aveva portato ai quattro musicisti non ancora trentenni e abituati a lavorare sulla ricerca e sulla sperimentazione musicale e tecnica in grande libertà di tempi e scelte organizzative, enormi pressioni della loro casa discografica perché producessero subito nuovi album. E queste pressioni avevano a loro volta fatto emergere problemi di rapporti interni e di leadership del gruppo, in particolare tra il bassista Roger Waters e il chitarrista David Gilmour.
Problemi che, se da una parte furono determinanti per le scelte tematiche e stilistiche dei nuovi lavori e – ciononostante o più probabilmente proprio per l’equilibrio, per quanto faticoso e precario che il gruppo riusciva a raggiungere – portarono alla realizzazione degli altri tre grandi capolavori dei Pink Floyd (Wish You Were Here, 1975; Animals, 1977; The Wall, 1979), dall’altro incrinarono talmente i rapporti tra i quattro artisti da portare, nel giro di un decennio, a una delle più clamorose, rumorose e avvelenate rotture che il mondo del rock, pure così abituato alle rotture di band, ricordi.

- Il 1976, anno precedente la pubblicazione di Animals, fu un anno molto particolare in Gran Bretagna, caratterizzato da una profonda crisi economica e sociale che, da una parte, portò alla ribalta movimenti politici di estrema destra e fece esplodere pesanti scontri razziali. Dall’altra, fece emergere gruppi di rivolta giovanile nichilista, gruppi che si scagliavano nel modo più iconoclasta contro il sistema sociale e politico dominante. E, ancora di più, contro il paludato e ristagnante, a loro giudizio, mondo musicale britannico, dominato dai “boring old farts”, i “vecchi scoreggioni noiosi” del rock.
Da questi gruppi nacque il punk, che voleva una musica diretta, dura, spontanea, proveniente dalla strada e priva di orpelli, compiacimenti e magniloquenze sonore, basata su pochi accordi e distorsioni suonati ad altissimo volume. Il bersaglio polemico del punk fu il rock, soprattutto il progressive. E il dinosauro dei dinosauri non poteva che essere il gruppo simbolo del rock perfezionista e delle atmosfere musicali complesse. Tanto che il cantante del più famoso gruppo punk, Johnny Rotten dei Sex Pistols, usava indossare una maglietta con la scritta “Odio i Pink Floyd”.

Fu in questo clima che i Pink Floyd decisero di tornare in studio per realizzare un nuovo lavoro, tra sempre più forti contrasti interni; sottoposti alle pressioni della casa discografica che dopo l’ulteriore successo di Wish You Were Here premeva per un nuovo album; sottoposti alle pressioni, alle attese e alle contestazioni della critica musicale che, dopo Dark Side of the Moon, li aspettava al varco per un passo falso e nel contempo li contestava aspramente per il rifiuto dei componenti della band di concedere interviste e di concedersi allo star system; contestati e rifiutati dal mondo giovanile di cui solo dieci anni prima, con il loro primo stupefacente album The Piper at the Gates of Dawn (1967) erano stati i portavoce e i rappresentanti d’avanguardia.

Le registrazioni durarono dieci mesi e il lavoro, un concept denso e compatto di aspra denuncia sociale, vide il netto predominio delle scelte tematiche, stilistiche e compositive di Roger Waters. Scelte che comportarono, a livello musicale, un rock duro e aggressivo che portò all’esclusione, per la prima volta nella storia del sound della band, dei tappeti sonori e delle atmosfere oniriche ed eteree create dalle tastiere di Richard Wright che in questo album, per la prima volta, non ebbe alcun ruolo compositivo. Anche se i suoi accordi jazz e il suo contributo furono assolutamente essenziali in fase di arrangiamento ed esecuzione e per la creazione di quegli effetti sonori fondamentali per l’atmosfera e il tono generale dell’album.

(continua)

Scritto da Vianne

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E' morto Richard Wright

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“I’m not frightened of dying, anytime will do, I don’t mind… Why should I be frightened of dying? There’s no reason for it, you gotta go sometime”
(The Great Gig in the Sky)

“Non ho paura di morire, in qualunque momento accada, non me ne curo… Perchè dovrei aver paura di morire? Non ce n’è motivo, prima o poi te ne devi andare”

Richard Wright (28 luglio 1943 – 15 settembre 2008)

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Oggi è morto Richard Wright, cofondatore e tastierista dei Pink Floyd, musicista straordinario e uomo di grande umiltà, “l’anima buona dei Pink Floyd”, come è stato definito dal Corriere della Sera.

Da fan e innamorata della musica dei Pink Floyd mi è molto difficile, per non dire impossibile, esprimere la grande tristezza che provo in queste ore, il senso di vuoto per la perdita di una persona che, con la sua arte, ha dato moltissimo alla mia vita. Per parlare di lui, ora, le parole non bastano.

Resta la musica, la splendida musica sognante e potente, incantata ed eterea che Richard Wright sapeva creare, i meravigliosi tappeti sonori che sapeva tessere con le sue tastiere e che hanno contribuito a rendere così unico e inconfondibile il Pink Floyd Sound.

Richard Wright durante il Live at Pompei

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Ed è con la musica che voglio ricordarlo, con uno dei brani più belli dei Pink Floyd, un brano interamente composto da Richard Wright: lo straordinario The Great Gig in the Sky – contenuto in The Dark Side of the Moon – probabilmente il brano più bello e intenso che sia mai stato creato sul tema della morte e della paura della morte.

The Great Gig in the Sky

Oggi abbiamo perso un immenso musicista, un uomo che ha fatto la storia della musica contemporanea.

Addio Rick, grazie di tutto :(

Scritto da Vianne

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