Profilo di Nikita Michalkov (3/3)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il ago 13, 2008 in Blog, Cinema

Alla ricerca delle radici (1990 – 1998)

Gli anni ’90, iniziati con la caduta del Muro di Berlino e la successiva implosione dell’Unione Sovietica, vedono Michalkov attivamente impegnato sul fronte politico su posizioni fortemente nazionaliste. Posizioni che in qualche modo, sublimate dalla sua poetica elegiaca e filtrate da una lirica estetica del paesaggio, si riverberano anche sulla sua produzione cinematografica di quegli anni. Nei film di questo decennio il regista si volge al passato e alla natura del suo paese, di cui racconta alcuni momenti topici e che mostra nella grandiosità dei suoi paesaggi. Continuando il suo ideale viaggio sentimentale iniziato negli anni ’70 e ora dedicato alla ricerca delle radici della “grande madre Russia”.

Dopo il grande successo di Oci ciornie la Fiat assegnò a Michalkov la realizzazione di un film pubblicitario per il lancio della Tempra. Quello che avrebbe potuto essere uno stucchevole spot, nella mani di Michalkov divenne invece la storia quasi fiabesca di un viaggio nella sconfinata natura russa, il mediometraggio on the road L’autostop – Elegia russa (Avtostop, 1990) .
Ambientato nello stesso anno di uscita, racconta di un uomo che, dopo aver attraversato l’Europa su un Fiat Tempra, arriva in Russia. Qui da’ un passaggio a un’autostoppista, una donna incinta che deve andare in ospedale a partorire. Durante il viaggio i due sono seguiti in moto dal marito della donna e lo spot si trasforma nella storia del rapporto tra le 3 persone, la loro corsa contro il tempo per arrivare in ospedale e l’immensa profondità delle grandi foreste innevate russe che stanno attraversando. La corsa non riesce e, nella notte piena di neve, i due uomini dovranno improvvisarsi ginecologi per aiutare la donna a partorire. Dimostrando così che la macchina della Fiat è adatta, oltre che ai lunghi viaggi, anche a far nascere bambini.

Anche il film successivo è una sorta di viaggio esotico e fiabesco in un mondo dove la vera protagonista è la natura e dove uomini e donne, anche quando parlano lingue diverse e provengono da civiltà e tradizioni diverse, sanno capirsi e sanno come aiutarsi l’un l’altro. Girato interamente in Mongolia e coprodotto da Francia e Unione Sovietica, Urga – Territorio d’amore (Urga, 1991) è prima di tutto una splendida dichiarazione d’amore alla steppa e alle tradizioni millenarie dei suoi abitanti. E poi una dolente constatazione che natura e tradizioni stanno scomparendo, inghiottite da strade e ciminiere e da una modernizzazione che non significa solo miglioramento.
Ambientato negli anni ’70 nella Mongolia cinese, racconta la storia di un pastore che vive con la moglie, i tre figli e la nonna in una tenda nella steppa, in armonia con la natura e seguendo le abitudini, le tradizioni e i ritmi millenari della sua gente. L’unico segnale di modernità è l’eco della rigida politica demografica cinese che rende difficili i rapporti del pastore con la moglie per paura di nuove e vietate gravidanze. Un giorno il pastore aiuta e ospita un camionista in panne, un russo che lavora per un’impresa che sta costruendo una strada nella steppa. Nonostante le profonde differenze, i due uomini si capiscono e il russo, per dimostrare riconoscenza al suo nuovo amico, gli propone di aiutarlo a risolvere i suoi problemi con la moglie accompagnandolo in città a comprare dei miracolosi ritrovati contro le gravidanze inattese, dei profilattici. Che però il pastore, arrivato in città, si vergognerà di comprare e acquisterà invece un televisore.

Il film vinse il Leone d’oro a Venezia e il Premio dell’Accademia Cinematografica Europea per la miglior regia, oltre ad ottenere la nominatione per l’Oscar come miglior film straniero.

Urga fu l’ultimo film sovietico di Michalkov. Nel 1991 cessò di esistere l’Unione Sovietica e questo evento, oltre a cambiare radicalmente il volto geopolitico dell’Europa e del mondo, segnò un imprescindibile punto di svolta per la cultura del paese. Se, con l’unica significativa eccezione di La parentela, il regista aveva cercato nella letteratura e nella profondità della natura una risposta psicologica, romantica e nostagica alla profondissima crisi morale e d’identità, prima ancora che politica, che da almeno un decennio scuoteva l’URSS, dopo il cataclisma del ’91 cercherà le risposte nell’unico luogo dove sa di poterla trovare: in un viaggio a ritroso nella storia del suo paese.

Il primo film post-sovietico di Michalkov fu un particolare e interessante esperimento, un film-documentario bello e originale dove il regista, a partire da un particolare punto di vista familiare e privato, osserva e racconta l’ultimo decennio dell’URSS.
Anna 6 – 18 (Anna ot 6 do 18, 1993 ) è una lunga intervista, realizzata nel corso di 12 anni, dal 1980 al 1991, alla figlia Anna. Ogni anno, da quando Anna aveva 6 anni fino a quando ne avrà 17, il regista le rivolge le stesse domando sui suoi desideri e paure, su cosa ama e cosa detesta. E, attraverso le sue risposte, ci mostra non solo le trasformazioni della bambina che cresce e diventa giovane donna, ma anche le trasformazioni che stanno scuotendo il paese e che, inevitabilmente, si riflettono sulle coscienze delle persone. Il film, che ha solo 3 personaggi – Michalkov, la moglie Nadežda e la figlia Anna – è intervallato da scene di vita familiare, da scene di film del regista e da significativi spezzoni di documentari e telegiornali degli anni ’80 a mostrare che cosa accadeva in URSS, mentre la voce narrante di Michalkov commenta, racconta quegli anni e ricorda la storia della sua famiglia e del suo paese.

L’anno seguente uscì Sole ingannatore (Utomlennye solncem, 1994) il film più politico e più drammatico di Michalkov, un viaggio negli anni più bui della storia sovietica: gli anni delle grandi purghe staliniane che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, decimarono, sulla base di accuse totalmente inventate e inconsistenti, l’intera generazione di militari, politici e intellettuali – oltre a decine e decine di migliaia di comuni cittadini – che avevano fatto la Rivoluzione d’Ottobre.
Il film, una coproduzione franco-russa, è dedicato “a tutti coloro che sono stati bruciati dal sole dalla rivoluzione” e il regista, quasi a voler sottolineare l’importanza che il tema e il film rivestono per lui, per la prima volta sceglie di interpretare non un ruolo secondario ma quello del protagonista.
Ambientato nell’estate del 1936 nella casa di campagna di un colonnello dell’Armata Rossa, uomo autorevole e amato, uno di coloro che hanno fatto la Rivoluzione e crede fermamente nella possibilità di costruire un paese nuovo e migliore, il film, nella prima parte, racconta la tranquilla vita di villeggiatura della famiglia del colonello e dei suoi amici. Un delizioso e idilliaco quadretto di vita domestica immersa nello splendido paesaggio di boschi di betulle e praterie, durante una languida estate apparentemente fuori dal tempo e dalla storia. Ma il tono del film comincia lentamente a cambiare con l’arrivo improvviso di un caro amico del colonello. Amico che, in realtà tale non è. L’uomo infatti fa parte della polizia politica segreta staliniana e non è arrivato per una visita di piacere ma per arrestare il colonello accusato da Stalin di “alto tradimento”. E lentamente la storia e la violenza degli anni più tragici della dittatura subentrano al clima di idillio, fino a travolgerlo completamente nel drammatico finale.

Il film vinse tre premi:
- l’Oscar come miglior film straniero nel 1995
- ill Gran Premio della Giuria al festival di Cannes
- il Premio della Giuria Ecumenica al festival di Cannes

Dopo la drammatica incursione nel periodo più nero della storia russa, Michalkov prosegue il suo viaggio storico e geografico alla ricerca di radici e di risposte. Risposte che sembra trovare in una nostalgica e spettacolare rievocazione di quella che lui ritiene essere una sorta di “età dell’oro della Russia”, la Russia dei tempi dello zar Alessandro III.
Zar non a caso interpretato in un cameo dallo stesso regista nel suo film scenograficamente più ambizioso e costoso, Il barbiere di Siberia (Sibirskij cirjul’nik, 1998) un colossal di 3 ore, coprodotto da Russia, Francia, Italia e Repubblica Ceca, e interpretato tra gli altri da due star hollywoodiane, Richard Harris in un ruolo secondario e Julia Ormond nei panni della protagonista.
Ambientato a Mosca e in Siberia nel 1885, racconta la storia d’amore tra un cadetto dell’esercito zarista e un’avventuriera americana. La ragazza, arrivata a Mosca sotto le mentite spoglie di figlia di un inventore americano, ha in realtà il compito di sedurre un generale affinchè firmi il contratto di acquisto della bizzarra invenzione del suo supposto padre, una specie di gigantesca sega a vapore per tagliare alberi, detta appunto “il barbiere di Siberia”.
Sullo sfondo di una Mosca – insieme all”anima russa”, vera e assoluta protagonista del film – scintillante di neve, balli, feste, case di lusso, grandi bevute, duelli e grandi scazzottate, si consuma l’amore impossibile delle coppia. Impossibile perchè il generale si innamora dell’americana e la corteggia apertamente, suscitando la gelosia del cadetto che, ubriaco, lo aggredisce e per questo viene arrestato e condannato ai lavori forzati in Siberia. Vent’anni dopo…

Il film, nonostante l’enorme budget a disposizione e la sua sontuosa ricchezza, è stato molto contestato dalla critica e molti lo considerano l’opera meno riuscita di Michalkov, che forse non ha colpito nel segno perchè ha messo troppo. Troppa ricchezza, troppa favola, troppi paesaggi, troppe scene di massa, insomma, troppa magniloquenza e grandiosità hollywoodiana perchè un film europeo potesse riuscire veramente.

Dopo questo colossal non usciranno altre opere del regista per ben nove anni, fino al 2007, quando Michalkov torna sugll schermi col suo 12 (vedi nostra recensione), acclamatissimo da critica e pubblico e che, presentato al Festival di Venezia, gli vale il Leone speciale alla carriera.

Ma in tutti questi anni il regista non è stato fermo. Ha lavorato come attore, ha prodotto film di giovani registi e, soprattutto, ha lavorato e sta lavorando da tempo a quello che, stando alle sue dichiarazioni, sembrerebbe essere il suo film più impegnativo e ambizioso, Sole ingannatore 2, attualmente in fase di post produzione e che dovrebbe uscire alla fine di quest’anno o nel 2009.
A quanto si sa, si tratterà di un film di guerra, ambientato in Russia tra il 1941 e il 1943 e, dalle interviste rilasciate da Michalkov, vorrebbe essere una sorta di risposta russa a Salvate il soldato Ryan di Spielberg.

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Elegia delle occasioni perdute (1978-1987)

In Partitura incompiuta Michalkov affronta la tematica, molto cechoviana e molto cara alla cultura russa, dell’amore perduto per incapacità e paura d’amare e delle occasioni svanite per inettitudine a vivere ed agire. Tematica che, mostrata nelle sue diverse sfaccettature e declinata con stili e toni diversi, accompagnerà il regista in una sorta di ideale “viaggio sentimentale nell’animo umano” in tutta la produzione del decennio successivo.

Nel 1978 Michalkov inizia a lavorare a uno dei suoi film più belli e ambiziosi, Alcuni giorni della vita di Oblomov, e, per non disperdere la troupe durante le pause della lunga lavorazione, ne gira intanto anche un altro, Cinque serate (Pjat’ večerov, 1978). Ambientato alla fine degli anni ’50 e realizzato quasi interamente in bianco e nero, anche questo film è tratto da un testo teatrale, l’omonima pièce di Aleksandr Volodin, ed è incentrato, in una certa continuità con Partitura incompiuta, sull’incontro casuale di due ex amanti.
Un uomo torna a Mosca dopo una lunga assenza e per caso ritrova la donna che 18 anni prima aveva amato e da cui era stato costretto a separsi per partire per il fronte allo scoppio della guerra. Trascorre con lei cinque serate nel suo appartamento, serate durante le quali i due, feriti e delusi dalla vita, si raccontano, si lasciano prendere dal fluire di ricordi, sogni, sensazioni e cercano di riprendere, tra dubbi, incertezza e reciproci piccoli inganni e menzogne, il rapporto interrotto tanto tempo prima.
Il film vinse il premio per la miglior regia al Festival del cinema di Oxford.

L’anno seguente, dopo due anni di lavorazione, esce quello che per molti è il film più bello di Michalkov, lo splendido Alcuni giorni della vita di Oblomov (Neskol’ko dnej iz žizni I. I. Oblomova, 1979). Ancora una volta il regista ha tratto ispirazione da una fonte letteraria, e questa volta si è rivolto a un capolavoro assoluto della grande letteratura del suo paese, il romanzo di Ivan Gončarov Oblomov.
Ambientato a Pietroburgo a metà del 19° secolo, il film ci racconta uno scorcio della vita di Oblomov, un buffo e candido uomo che trascorre le sue giornate in un vecchio e polveroso appartamento, dormendo su un vecchio divano, sognando la sua infanzia e discutendo col suo altrettanto vecchio e polveroso maggiordomo. A nulla valgono i tentativi del suo migliore amico per scuoterlo dall’abulia. Fino a quando non si innamora, ricambiato, di una donna attiva ed energica che sembra riuscire a trasformarlo in un uomo dinamico. Ma il cambiamento è di breve durata perchè quella di Oblomov non è pigrizia ma paura di vivere, timore della realtà e incapacità di adattarsi al mondo che lo circonda. E il matrimonio con una donna così attiva e che gli chiede di agire invece di limitarsi a sognare, lo terrorizza…

Con Oblomov Michalkov vinse per il secondo anno consecutivo il premio per la miglior regia al Festival del cinema di Oxford.
Il film fu inoltre votato come miglior film dell’anno 1981 (l’anno in cui uscì negli Stati Uniti) dal Consiglio Nazionale dei critici cinematografici Usa.

Nel 1981 esce La Parentela (Rodnja, 1981) film con cui Michalkov si allontana temporaneamente dal passato e dalla letteratura per parlare del mondo russo contemporaneo.
Ambientato all’inzio degli anni ’80 in una piccola città, il film è una storia di famiglia e racconta, utilizzando anche la lente dell’ironia e dell’umorismo, la vita di uomini e donne che hanno perso o stanno perdendo certezze e ideali. Un’anziana contadina, che ai suoi tempi aveva avuto la forza di cacciare da casa il marito alcolizzato, va a trovare la figlia in città. E qui scopre una realtà che non si aspettava e che la turba: la figlia, sposata a un uomo vacuo e superficiale, è stata abbandonata dal marito e la nipote, una bambina di dieci anni, cresce prepotente e capricciosa. Come se non bastasse, l’anziana contadina reincontra anche il suo ex-marito.

Anche il film successivo, Senza testimoni (Bez svidetelej, 1983) è ambientato nell’Unione Sovietica contemporanea del regista. Tratto dalla pièce teatrale di Sof’ja Prokof’eva Incontro senza testimoni, si svolge in interni ed è il film di Michalkov ad impianto più teatrale e più dedicato all’introspezione psicologica, tanto che alcuni critici lo hanno definito il suo film più bergmaniano.
Dopo 9 anni dal divorzio un uomo, risposato e padre di una bambina avuta dal nuovo matrimonio, viene a sapere che la sua prima moglie e madre del suo primo figlio, sta per risposarsi. Non sopportando l’idea, si precipita da lei per cercare di convincerla in tutti i modi a rinunciare. Il loro incontro e il tentativo di riavvicinamento fanno emergere i sentimenti contrastanti che ancora uniscono la coppia ma anche il cumulo di menzogne, sospetti, incomprensioni e timori su cui hanno costruito il loro matrimonio.

Oltre a vari premi ottenuti in festival cinematografici sovietici, il film vinse il premio FIPRESCI assegnato dalla Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica.

Negli anni ’80 le aperture politiche e culturali introdotte in Unione Sovietica dalla perestrojka di Gorbačev consentirono a Michalkov qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe stato impensabile: dirigere un film interamente prodotto all’estero. E’ quanto avvenne con Oci ciornie (1987), film italiano che, grazie allo straordinario successo di critica e di pubblico e alla bravura e al fascino dei suoi protagonisti (Marcello Mastroianni, Elena Sofonova, Silvana Mangano e Vsevolod Larionov) consacrò definitivamente il regista nel firmamento del grande cinema internazionale.
Per quest’opera Michalkov attinse a piene mani dai racconti dell’amato Čechov e, cucendo liberamente assieme alcuni dei suoi testi (La signora col cagnolino, Anna al collo, Una moglie, L’anniversario) costruì un’incantevole e deliziosa commedia sull’amore, le occasioni perdute e l’incapacità di vivere dei grandi sognatori.
Ambientato nei primissimi anni del ’900 in Italia, Russia e su una nave per ricchi turisti, racconta la storia di un uomo italiano che, dopo il matrimonio con una ricca ereditiera, si abbandona a una piacevole e irresponsabile bella vita, lasciando la gestione della famiglia e degli averi alla moglie ma anche rinunciando a realizzare i grandi progetti da architetto che aveva in gioventù. In vacanza alla terme conosce una giovane donna russa, sposata, e si innamora perdutamente di lei. Tanto che dopo la sua partenza, decide di andare a cercarla in Russia, per convincerla a vivere con lui. Quando, dopo bizzarre peripezie di ogni genere, riesce a ritrovarla e scopre che anche lei lo ama, torna in Italia per lasciare la moglie e organizzare la nuova vita con la giovane russa. Ma…

Il film ricevette molte nomination a tutti i più importani concorsi internazionali, compresa una nomination all’Oscar come miglior attore protagonista per Marcello Mastroianni.
E vinse numerosi premi:
- Sant Jordi Award come miglior film straniero al Festival di Barcellona
- Fotogramas de plata come miglior film straniero assegnato dalla critica cinematografica spagnola
- Premio come miglior attore protagonista a Marcello Mastroianni al Festival di Cannes
- Nastro d’Argento a Marcello Mastroianni come miglior attore protagonista
- David di Donatello come miglior attore protagonista a Marcello Mastroianni
- David di Donatello come miglior attrice protagonista a Elena Sofonova.

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Recensione a 12 di Nikita Michalkov

Scritto da Vianne

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(0 commenti) | Commenta | Inserito il ago 7, 2008 in Blog, Cinema

Il cinema russo è un cinema molto affascinante e interessante e vanta ottimi registi e attori di altissimo livello. Purtroppo, la censura e la totale chiusura all’estero dell’Unione Sovietica prima, e le logiche puramente commerciali delle major di distribuzione europee e Usa poi, non hanno mai permesso al grande pubblico occidentale di conoscerlo e apprezzarlo come meriterebbe.
Nikita Michalkov, grazie alla sua straordinaria bravura, oltre che alle scelte estetiche, poetiche e filmiche che hanno caratterizzato la sua carriera, è uno tra i pochissimi registi, sovietici prima e russi poi, ad essere conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. E giustamente, visto che, oltre ad essere il più importante regista russo contemporaneo, è autore di alcuni tra i film più belli degli ultimi decenni.

Nato a Mosca nel 1945 da una famiglia di antichissima ascendenza nobiliare e appartenente all’intelligencja russa e sovietica – il bisnonno materno era il pittore Vasilij Surikov, il nonno materno il pittore Petr Končalovskij, la madre la poetessa Natalija Končalovskaja, il padre, Sergej Michalkov, scrittore molto noto di libri per bambini oltre che autore del testo dell’inno nazionale sovietico e russo, il fratello maggiore, noto con lo pseudonimo di Andrej Končalovskij, regista affermato in Unione Sovietica e poi emigrato negli Usa e autore di molti film di cassetta hollywoodiani – si appassiona da subito alla recitazione. Tanto che, ancora bambino, riesce ad iscriversi alla più prestigiosa e importante scuola teatrale sovietica, la scuola del Teatro d’Arte di Mosca. E, adolescente, passa poi a studiare recitazione nell’altrettanto famosa e rinomata scuola del Teatro Vachtangov di Mosca.
Dalla fine degli anni ’50, quindi ancora adolescente, cominciò a lavorare nel cinema, dapprima recitando piccole parti, poi ruoli più importanti. La passione per il cinema lo spinge a scegliere di occuparsi anche di regia e, negli anni ’60, riesce ad accedere ai corsi di regia della prestigiosissima Scuola Statale di Cinema dell’URSS, dove si diploma nel 1970.
Da quel momento Michalkov è riuscito a dedicarsi a entrambe le sue passioni, la recitazione e la regia – quest’ultima accompagnata dall’attività di sceneggiatura – realizzando lavori sempre di alta qualità e premiati da ottimi riconoscimenti di critica e di pubblico.

In questo articolo, che per ovvi motivi non potrà essere nulla più che una rapida scheda e che pubblichiamo in 3 parti, accenniamo solo ai suoi lavori come regista cinematografico, riservandoci di completare più avanti il suo profilo per quanto riguarda la sua attività di sceneggiatore, regista televisivo e attore cinematotografico e televisivo.

Gli esordi alla regia e i primi successi internazionali (1967-1977)

Le prime prove registiche di Michalkov sono 3 cortometraggi girati come studente dell’Istituto di Cinema:
- La bambina e le cose (Devočka i vešči, 1967)
- E io vado a casa (A ja uezžaju domoj, 1968)
- Un giorno tranquillo alla fine della guerra (Spokojnij den’ v konce vojny, 1970), cortometraggio realizzato come lavoro di diploma all’Istituto di Cinema

Nel 1974 appare il suo primo lungometraggio, Amico tra i nemici, nemico tra gli amici (Svoj sredi čužich, čužoj sredi svoich, 1974). Ambientato alla fine della Guerra Civile in URSS, racconta la storia di un furto d’oro su un treno ad opera di un gruppo di banditi e l’audace azione dell’eroico protagonista per recuperare il bottino e smantellare la rete di criminali che aveva organizzato il furto.
E’ un film d’avventura brillante e ricco d’ironia e che per lo stile e le scene d’azione richiama volutamente, pur nella diversa ambientazione e con una trama patriottica, i western americani, tanto che alcuni critici lo hanno paragonato al film di George Roy Hill Buth Cassidy.
In questo film Michalkov, come farà spesso nei lavori da lui diretti, lavora anche come attore, interpetando la parte del capo dei banditi. (Vedi foto)

Nel 1976 esce il suo secondo film, Schiava d’amore (Raba ljubvi, 1976), un melodramma ambientato in Crimea durante la Guerra Civile. Racconta la storia di una troupe cinematografica che, mentre impazza la guerra civile e gli scontri tra Armata Rossa e Armata Bianca devastano il paese, è impegnata a girare un film intitolato “Schiava d’amore” senza quasi accorgersi di cosa accade nel mondo fuori dal set. In particolare la protagonista è del tutto estranea agli eventi che la circondano, eventi che non capisce e di cui non vuole sapere niente. Fino a quando la violenza della guerra non irrompe nella sua vita sentimentale facendole scegliere da che parte stare…
Questo film ebbe grandissimo successo anche all’estero, soprattutto in America, e fece conoscere l’allora trentenne regista a tutto il mondo. Oltre a fargli vincere il suo primo premio internazionale (il primo di una lunghissima serie), il premio per la miglior regia al festival cinematografico di Teheran.

L’anno dopo esce il bellissimo Partitura incompiuta per pianola meccanica (Neokončennaja p’esa dlja mechaničeskogo pianino, 1977), liberamente tratto dal dramma di Čechov Platonov. E’ un film corale ambientato alla fine dell’800 nella tenuta di una ricca vedova che ha invitato alcuni amici, parenti e vicini a una festa a base di danze zigane, fuochi d’artificio e una nuovissima pianola meccanica. Ma alla festa, all’insaputa uno dell’altra e accompagnati dai rispettivi coniugi, si reincontrano un uomo e una donna che in passato si erano molto amati e poi lasciati. E questo incontro provoca grandi turbamenti e un grande cambiamento all’atmosfera della festa, che smette di essere un garbato incontro mondano, luogo di chiacchiere gradevoli, leggere ed educate per trasformarsi a poco a poco nel luogo dove emergono delusioni, frustrazioni, sogni infranti e occasioni perdute dei vari personaggi.
Michalkov, appena 32enne, con questo film confermò la sua fama in patria e e all’estero e vinse due prestigiosi premi internazionali: il primo premio al festival cinematografico di San Sebastian e il David di Donatello dell’Accademia del cinema italiano come miglior film straniero.

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Scritto da Vianne

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Cinema – 12 di Nikita Michalkov

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A partire dal 27 Giugno del 2008 è possibile prendere visione dell’ultimo lavoro cinematografico del registra russo Nikita Michalkov. Il film, intitolato 12, è un remake della precedente opera di Sidney Lumet – La parola ai giurati del 1957.

E’ un film psicologico che mette in evidenza non solo la storia di ognuna delle persone coinvolte ma anche il passato, che non si riesce a dimenticare, di una Russia e del popolo russo, rappresentato dai dodici giurati; i contrasti che ci sono stati con la popolazione Cecena, la guerra e le dirette conseguenze che questa porta, diventano bagaglio culturale e di pensiero della gente comune presente nel film.

I dodici giurati si ritrovano all’interno di una palestra a dover discutere una sentenza che sembra già scritta: le sorti di un giovane ceceno accusato di parricidio. Al momento del voto avviene qualcosa che turba l’esito: uno dei giurati non è favorevole alla colpevolezza e da qui parte una lunga discussione che porterà anche gli altri a cambiare pensiero. La strada non è facile, vengono analizzate prove, ricostruiti i tempi e i luoghi degli avvenimenti sfruttando i mezzi a disposizione presenti nella palestra, riesaminate le testimonianze e abbattute tutte quelle che risultano poco credibili e in contrasto con la realtà.

I giurati sono sempre più coinvolti e cominciano a vivere sulla propria pelle questa decisione, ne sentono sempre più il peso, a tratti opprimente e a volte più leggero…quest’ultima sensazione viene provata soprattutto da uno di loro perché convinto della colpevolezza del ragazzo, non sente ragioni anche se, alla fine, il suo voto cambierà insieme agli altri colleghi.

Nelle quasi tre ore di proiezione, le personalità diverse – prima della loro decisione finale – si ritrovano a rivivere momenti ed avvenimenti della loro vita che risultano strettamente legati alla vicenda. La decisione alla fine verrà presa all’unanimità, ma prima di arrivare a questo punto, 11 giurati votano per la non colpevolezza e solo il presidente della giuria –  il regista, che aveva voltato colpevole fin dall’inizio – non cambia voto, ma pur di sciogliere l’assemblea si adegua alla decisione della maggioranza.

Il presidente espone in modo convincente le sue ragioni ed è proprio colui che inizialmente aveva votato per l’innocenza dell’accuso che comincia a vacillare, sembra sia sorto un “ragionevole dubbio” all’interno della sua tesi di innocenza, dubbio che comunque non cambia il risultato: il ragazzo è innocente.

Scenografia e fotografia sono i punti forti di questo film. Colori scuri, giochi di luci, avvolgono i dodici protagonisti che vengono seguiti ed inquadrati – in primi piani – di continuo man mano che prendono la parola. I loro lineamenti vengono marcati quasi a voler esaltare le differenze/somiglianze non solo delle loro vite, ma anche dei tratti caratteristici di ognuno. I giurati sono russi veri, ceceni veri che ora vivono e interagiscono tra di loro, non ci sono più differenze etniche…tutti uguali…come è giusto che sia!

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Regia: Nikita Mikhalkov
Genere: Drammatico
Nazione e Anno: Russia – 2007
Durata: 153 minuti.
Interpreti: Nikita Mikhalkov, Sergei Makovetsky, Sergei Garmash, Aleksei Petrenko, Yuri Stoyanov, Valentin Gaft.

Una recensione più dettagliata è presente nel topic: Ho visto al cinema.

Scritto da Mac La Mente

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