Poesia – Ipocrisia segreta del Potere nel 2050 di Cristiano Torricella

(0 commenti) | Commenta | Inserito il apr 27, 2014 in Blog, Cristiano Torricella, Poesie della domenica

Avrei dovuto pubblicarla prima, son “sfaticato”, ma l’importante è che ci sia no? Prima della fine del mese ecco qui una nuova opera di Cristiano TorricellaIpocrisia segreta del Potere nel 2050 – in cui compare, per sua scelta, una piccola dedica a tutti noi di Libera-mente.net! Grazie!

Ipocrisia segreta del Potere nel 2050 è una poesia sperimentale in cui l’autore inventa una nuova lingua, un neodialetto italo-romanesco, molto simile alla lingua italiana moderna.

 

Ipocrisia segreta del Potere nel 2050

 

“Queste cose, la gente der popolino, non ha da saperle!
Perchè poi si montano la testa e ci chiedono, in coro, tutti quanti,
più diritti, più giustizia, più servizi e più lavoro!”
così m’ammaestrava, inutilmente, subdolo, ad arte,
ner cor de la bella Roma mia, er servil, e vil,
lecchin servo de Palazzo, Machiavello, der Potere!

Che non deve saper, la gente di piazza, mia e nostra,
ch’Io, poè, non debbo dirLe, adesso, a tutti quanti,
proprio qui dentro, a libera-mente dot net, a ‘sta poesia?

Fiato a le apocalittiche trombe, allor, lesti, senza più alcun vana ipocrisia!
Famo, una vorta bona, innanzi ar vessato popolin nostro, Santa Chiarezza!

Non ci stan più li soldi pubblici nostra, tu, o politicante bieco, affermi?
Com’è, però, che li scranni, e tasche tua, son sempre pieni zeppi, per bene,
pè fa baldoria, manifesti e simboli, feste danzanti, pappa e ciccia, elettorali cene?

Pè noi, der popolino nostro, invece, nun è rimasta ammanco, no!, per sbaijo,
pè pagà pensioni, stipendi, ospedali e scole, neanche una moneta sola!
Eterna Vergogna, di tal vile menzogna, a noi, in diretta!

Così, proprio per questo, voglio annà a studiarla meglio, di persona, ‘sta faccenda,
che, come San Tommaso, s’Io non vedo meglio, poi, nun ce credo!

Così, necesse est, fattomi, grazie a la Musa mia, Io, poè, pè ‘n attimo, fantasma,
attraversati li muracci vostra e li pesanti chiavistelli grevi, atque assai, de catenacci,
non visto, salivo l’erti, e corrosi, vetusti gradini der Palazzo,
che trentennal ruina son, di noi, onesti e laboriosi “bravi ragazzi”!

“Ch’avemo da contà, noi der popolin, noantri?” – m’addici tu, o cittadin mio,
oggi, ner duemilaecinquanta, più affranto, e deluso, che pria;
e poi aggiungi: “oggi contan sol loro, li politici, soltanto!”

-

“Appunto!” – t’arrisponno Io, poè, testè e lesto, di rimando -
“annamoije a contà, in tasca, soldi loro!
Quelli anniscosti, da decenni ar cittadino, der tesoro!”

“Er tesoro? E che ce sta ‘n tesoro, in pubblica cassa, mò, sì vuota?”
m’arisponni tu, o cittadin, assai stupito, da la fossa (in cui t’hanno gettato)…
“certo er tesoro che ce sta! E daije, o Righetto mio, datte una mossa!
Annamo, lesti, a vede, noi pè primi, prima che, issi, se fregano la cassa!”

Salivo, e qui, addunque, lo ridico, ai pochi miei lettor,
Io, visionario intellettual, li erti scalini, sì erti, der Potere,
a noi sempre negati, dal Sacro, Anticostituzional, Politico Prontuario,
proprio per andare lì, a vedere meglio,
chi si fregava i soldi e, poi, negava!

Solitario, Io, poè, perchè Righetto mio,
vero popolan de Roma, co’ banali scuse, prima s’attarda,
e poi, a vede, pè strizza de le guardie, proprio nun viene!

Infin, per farla corta e breve, entro Io sol,
addentro ar cor de quer vecchio Palazzaccio nostro, e che ti vedo?
Tonnellate di sacchi e sacchi di denaro straripante ovunque,
accatastati, ed ordinati, nei forzieri!

Alla Santa Faccia, del debito pubblico e della crisi nera!
Se questi lauti depositi non vedi, o cittadin, tu nun ce credi!
Inutili, e mai usati, nostri itali, ed europei, forzieri,
in cui il Potere nasconde ogni suo,
straricco ed opulento, baldo avere!
Alla faccia dei cittadin nostri, paganti tasse e tasse, a peso d’oro!

Entrato, così, curioso, assai più addentro,
a lo Grande Stanzon, de li lucidi botton, di ‘sto Potere,
di altri mucchi e mucchi, di sonante vil danaro, ammonticchiati,
tosto e subito m’avvedo: a carriole, a camion, a monti e valli, a tonnellate…

Denari mai dichiarati al pubblico e mai usati, per trent’anni almeno!
E, ad ogni sacco, una targhetta sopra, a bella vista e a bella posta, appiccicata:
“curtura”, “sanità e ospedali”, “handicappati”, “scuola”, “ambiente”,
“lavoro per li giovani e per li disoccupati”,
tutte cose mai fatte, e, per trent’anni, politikamente rimandate…

“Perchè, di grazia…” – chiedo, addunque, all’addetto, lì – “questo Gran Spreco?
Perchè, queste misere pensioni, avendo tanti soldi, non alzarle?
Perchè nun pagà li debiti pregressi, agli imprenditori laboriosi e onesti,
anziché, cò na corda ar collo, suicidarli?
Perchè, infine, non aiutarle, le famiglie?”

Così mi risponde, sornion, con fil di voce bassa,
il vecchio diavolaccio, addetto contabile, al tesoro:
“se voglion lasciar qui, tutti ‘sti soldi pubblici, a vuoto ed a sprecarsi,
nostri politicanti biechi, saranno pur, tu che ne dici, affari loro?

Se soldi tu gli dai, o figliol mio bello, al popolin nostro, come tu male-dici,
ed oltretutto, lo fai stare, per di più, il popolin, persino meglio,
appena puote, quello si libera, al vol, di te, o politico,
e non ti dà più retta, né importanza e voto!

Perciò, per governar, sempre e tu solo, per oltre trent’anni,
‘st’ anarchico, ital paese, sì ribelle,
je devi fa der male, ar popolo, nun credi?
Je devi da fa crede che è in miseria!
(e, poi, infin, proprio ad essa, a lui, portallo!)

‘O devi da spreme, fino all’urtimo centesimuccio, ar popolo tio!
Chi te vota, a te, pè fame e sete, stanne certo,
o figliol mio, che proprio nun te molla!

La politica, d’ier e d’oggi, è cosa umana, troppo umana,
addunque, così sporca ed imperfetta!
Questo, almen, ogni volta che tu voti, ben ricorda!
La politica d’oggi, vera e propria, è fare male al popolo,
per interesse proprio, di partito o di cartello!”

Ciò mi disse, proprio così, quello,
e fu così, che proprio sul più bello,
mi ritrovai di fuor dal vecchio Palazzaccio,
a San Giovanni in Laterano,
da tutti i miei pensieri liberato!

Allor, questa grave e nera crisi, è tutta una finta?
Hanno miliardi pronti e li lascian fermi lì, a marcire, per politica?
La gente nostra muore, e invecchia, e questi se ne fregano?
E chiudono ospedal, e pronto soccorsi,
in nome di un risparmio inutile, ch’è folle?

La gente mia, del popolino, è, oggi, nel 2050, poi, così stanca,
rassegnata al malaffar comune e così vinta,
da tal, sì ignobile, ipocrisia burocratico-partitika,
che ammanco crederebbe a ciò che dico,
perciò, su ciò che qui scrivo, garantisco!

Popolo frescon nostro, che, come tu ben dici,
beve, oggi, eterodiretto, ogni tua frottola cantata,
raccontata ad arte, da tivù e telegiornali, così bene,
da tal giornal faziosi, e, persin, da video di partito,
che qui depongo, Io stesso, infin,
mia sincera penna di scrittor, per mia sfiducia!

Procediam così, or dunque, ancor oggi,
come a fin ’900, a ventunesimo secolo addentrato,
marciando tutti insiem, stesse facce e cognomi, a bandiere alzate,
cantando nuove canzonacce, ideali, di partito,
verso l’italo, orrido, abisso e tale disastro annunciato,
di perdurante stupidità, povertà e miseria,
così irresponsabilmente, lemme lemme,
che a noi, oggi immemori cives, assai dimentichi,
di poter cogitar futur cultura e futuro ambiente e cambiare e spendere,
lesto e mesto, a noi vinte e stravinte menti, mai più, da oggi, libere,
tosto, nel 2050, a noi, in I-taglia nostra, qui, ci attende:
“2050 – disastro nucleare a Milano!”

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