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Racconto – L'allucinazione di Staley Fleming di Ambrose Bierce

30 ottobre 2009 4 commenti

Uno dei modi per ricordare il Giorno dei Morti – celebrazione che, come ho cercato di mostrare in alcuni articoli scritti l’anno scorso sul blog qui, non è una festività statunitense artificialmente importata attraverso film e telefilm hollywoodiani ma una ritualità che affonda le radici nelle più antiche tradizioni europee e mediterranee – è leggere qualche bel racconto fantastico a sfondo macabro, qualcuno di quei racconti di cui abbondano le letterature di tutti i paesi (quella italiana, a dire il vero, un po’ meno: rispetto al resto del mondo i nostri scrittori, dopo il Medioevo e almeno fino alla fine dell’Ottocento, non hanno frequentato molto il genere).

Come blog vogliamo perciò proporre la lettura di un breve ma affascinante racconto fantastico di uno dei più noti autori statunitensi di racconti macabri, Ambrose Bierce (1842 – 1914).
Si tratta di Staley Fleming’s Hallucination, un breve testo scritto nel 1909 e pubblicato nella raccolta di racconti fantastici a sfondo horror Can Such Things Be? (Possono accadere queste cose?), pubblicata nel 1909.

Anche se la storia non si svolge la notte di Halloween il testo è perfetto per una lettura notturna, meglio se si è soli in casa, la notte tra il 31 ottobre e il Primo novembre. La notte in cui, secondo tutte le più antiche tradizioni, i morti tornano sulla Terra a trovare i vivi…

La traduzione del racconto è mia, chi volesse leggerlo in originale ne può trovare il testo a questo link.

L’allucinazione di Staley Fleming
di Ambrose Bierce

Dei due uomini che stavano parlando uno era medico.
- Dottore, l’ho mandata a chiamare – disse l’altro, – ma non penso possa essermi d’aiuto. Forse può consigliarmi uno specialista in psicopatia. Credo di essere un po’ svitato.
- Lei sembra a postoâ€, disse il medico
- Aspetti a giudicare… ho delle allucinazioni. Ogni notte mi sveglio e vedo nella mia stanza un grosso Terranova nero con una zampa anteriore bianca intento a fissarmi.
- Lei dice di svegliarsi; ne è sicuro? Le ‘allucinazioni’ a volte sono soltanto sogni.
- Oh, certo che mi sveglio! A volte me ne sto sdraiato a lungo, immobile, a guardare il cane con la stessa attenzione con cui lui guarda me… Lascio sempre la luce accesa. Quando non ne posso più mi sollevo a sedere… e non c’è più niente!
- Mmmm… com’è l’espressione dell’animale?
- A me sembra sinistra. Certo, so che, tranne che nell’arte, il muso di un animale a riposo ha sempre la stessa espressione. Ma questo non è un animale reale. I Terranova hanno un aspetto piuttosto mite, si sa; perché questo è diverso?
-Beh, la mia diagnosi non avrebbe importanza, non ho in cura il cane.

Il medico rise della sua stessa battuta, ma con la coda dell’occhio osservò attentamente il suo paziente. Subito dopo aggiunse:
- Fleming, la descrizione del suo animale corrisponde a quella del cane del defunto Atwell Barton.
Fleming fece per alzarsi dalla sedia, si sedette di nuovo e fece una sforzo palese per mostrarsi indifferente.
- Mi ricordo di Barton. – disse – Mi pare che sia stato… che si sia detto che… non c’era qualcosa di sospetto nella sua morte?
Fissando ora direttamente negli occhi il suo paziente, il medico disse:
- Tre anni fa il corpo del suo antico nemico Atwell Barton fu trovato nel bosco vicino alle vostre due case. Era stato accoltellato a morte. Non è stato arrestato nessuno, non c’erano indizi. Alcuni di noi hanno delle ‘ipotesi’. Io ne ho una. E lei?
- Io? Giusto cielo, perché? Cosa potrei saperne io? Ricorderà che sono partito per l’Europa quasi subito dopo… parecchio tempo dopo. Nelle poche settimane trascorse dal mio ritorno non può aspettarsi che mi sia formato un”ipotesi’. Di fatto non ci ho proprio pensato. Cosa mi diceva del suo cane?
- E’ stato il primo a trovare il corpo. Si è lasciato morire di fame sulla sua tomba.

Non conosciamo l’inesorabile legge che sta a base delle coincidenze. Staley Fleming non la conosceva, altrimenti forse non sarebbe scattato in piedi quando, attraverso la finestra aperta, il vento della notte portò nella stanza il lungo gemito lamentoso di un cane lontano. L’uomo attraversò più volte la stanza a grandi passi sotto lo sguardo attento del medico; poi, affrontandolo bruscamente, gli gridò quasi:
- Che cosa ha a che fare tutto questo con i miei problemi, Dottor Halderman? Si dimentica perché l’ho fatta chiamare.
Alzandosi in piedi, il medico appoggiò la mano sul braccio del suo paziente e disse con gentilezza:
- Mi scusi. Non sono in grado di diagnosticare il suo disturbo sui due piedi… domani, forse. Vada a letto, senza chiudere la porta a chiave. Io passerò la notte qui, tra i suoi libri. Può chiamarmi senza alzarsi?
- Sì, c’è un campanello elettrico.
- Bene. Se qualcosa la disturbasse prema il campanello senza alzarsi. Buona notte.

Seduto comodamente in una poltrona l’uomo di medicina fissò i tizzoni ardenti, immerso a lungo in profondi pensieri, ma all’apparenza con scarsi risultati, dato che si alzava spesso e, aprendo la porta che portava alle scale, ascoltava attentamente; poi tornava alla sua poltrona. Poco dopo, tuttavia, si addormentò e quando si svegliò era mezzanotte passata. Attizzò il fuoco che si stava spegnando, prese un libro dal tavolo accanto a lui e ne guardò il titolo. Erano le “Meditazioni†di Denneker. Lo aprì a caso e si mise a leggere:
“Poiché è stato stabilito da Dio che tutta la carne abbia spirito e in conseguenza di ciò acquisisca poteri spirituali, così, anche lo spirito ha poteri della carne, perfino quando è uscito dalla carne e vive come cosa separata, come mostrano le tante violenze commesse da spettri e lemuri. E c’è chi dice che l’uomo non sia il solo in ciò, ma che le bestie abbiano lo stesso stimolo malvagio, e…

La lettura fu interrotta da uno scossone che attraversò la casa, come se fosse caduto un oggetto pesante. Il lettore gettò via il libro, si precipitò fuori dalla stanza e salì le scale che portavano alla camera da letto di Fleming. Cercò di aprire la porta ma, contrariamente alle sue istruzioni, era chiusa a chiave. La prese a spallate con una tale forza da aprirla. Sul pavimento vicino al letto in disordine, in camicia da notte, giaceva Fleming in fin di vita.
Il medico sollevò la testa del morente dal pavimento e vide una ferita alla gola.
- Avrei dovuto immaginarlo – disse, ritenendo si trattasse di un suicidio.

Dopo la morte dell’uomo l’autopsia rivelò il segno inconfondibile della zanna di un animale profondamente affondata nella vena giugulare.
Ma non c’era nessun animale.

Scritto e tradotto da Vianne

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In merito alla celebrazione del giorno dei morti un discorso particolare merita il mondo celtico, sia per le conseguenze della sua cristianizzazione sul calendario delle feste religiose; sia per la persistenza della sua festa più importante – quella che oggi chiamiamo Halloween – anche dopo la conversione; e sia per la diffusione, oggi più massiccia che mai, dell’evoluzione di quella sua antica festa.

Il mondo celtico
La notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre cadeva la più importante festa celtica, la festa di Samhain. Era la notte del Capodanno celtico e veniva festeggiata con vivaci celebrazioni popolari mentre i druidi compivano riti propiziatori e divinatori e offrivano doni alle divinità e ai defunti.
Nelle case venivano spenti i focolari per essere poi riaccesi col fuoco proveniente dai fuochi sacri accesi dai druidi.

In quella notte in tutto il territorio si accendevano inoltre grandi falò che, oltre ad avere funzione propiziatoria per il nuovo anno, servivano a tenere lontana la malvagia influenza delle streghe e i brutti scherzi dei folletti malintenzionati. Perché si credeva che in quella notte che segnava il passaggio dal vecchio al nuovo anno i confini tra l’aldilà e l’al di qua si assottigliassero e gli spiriti potessero passare sulla terra.

Quella era la notte in cui i morti tornavano nelle loro case per scaldarsi e rifocillarsi e per comunicare con i vivi.
Da questa credenza nasceva l’abitudine di aggiungere un posto a tavola durante la cena e di lasciare cibo sul desco e frutta e latte sulla soglia di casa per i propri cari trapassati, oltre a quella di accendere grandi torce sulle strade per illuminare il loro cammino.

La festa di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti
Le celebrazioni e i festeggiamenti per la festa di Samhain erano talmente radicate tra la popolazione che all’epoca della cristianizzazione dell’Irlanda nel V secolo, la Chiesa decise di non abolire la festa ma di assorbirla nel proprio ambito, appropriandosene e dandole significato cristiano.
E per questo motivo, per sostituire un rito cristiano a quello pagano, papa Gregorio II nell’835 spostò la festa di Ognissanti, che fino allora cadeva nel periodo della Pentecoste, da maggio al 1° novembre.

Un secolo dopo, resasi conto che in tutta Europa persistevano le celebrazioni pagane in onore dei defunti, la Chiesa decise di inglobare anche quelle nel proprio ambito: nel 998 Odilo, abate di Cluny, istituì il 2 novembre come giorno dedicato alla Commemorazione cristiana dei Defunti.

Halloween e i suoi riti
Nonostante la cristianizzazione, in ambito irlandese e scozzese e successivamente, a seguito della massiccia emigrazione irlandese a metà del XIX secolo, americano, i festeggiamenti secolari e carnevaleschi la notte di Ognissanti non cessarono, anzi si intensificarono,
Tanto che i rituali che oggi associamo abitualmente ad Halloween e perfino il nome della festa si svilupparono in età medioevale e moderna.

Per esempio, le processioni di bambini mascherati che la notte di Halloween girano per le case dicendo “Trick or treat” (“Dolcetto o scherzettoâ€), deriverebbero dalla tradizione dell’immaginario medioevale di incontri tra vivi e morti e delle processioni di morti e di scheletri diffuse in tutte le leggende europee e ben attestate nelle letterature e nell’iconografia di quei secoli.

La zucca – Jack-O-Lantern
Il motivo della zucca-lanterna affonda le sue radici nella più antica tradizione, ma la sua evoluzione è avvenuta in età post-cristiana.
Nell’antico mondo celtico, la notte di Samhain gli uomini percorrevano le strade recando grandi torce per impedire a streghe e folletti di avvicinarsi alle case e alle fattorie.
Successivamente in Irlanda, in luogo delle torce, si usarono come lanterne per tenere lontani gli spiriti grosse rape intagliate a forma di volti mostruosi e scavate per ospitare un lume.
Gli irlandesi emigrati negli XIX secolo negli Usa non trovando le rape le sostituirono con le zucche, che divennero da allora le lanterne rituali della festa.

Secondo un’altra tradizione, la rapa-lanterna deriverebbe dalla leggenda irlandese di Jack-O-Lantern, un malfattore che la notte di Ognissanti sfidò Satana a salire su un albero su cui, a insaputa di Satana, aveva inciso una croce. Il diavolo si trovò così intrappolato sull’albero e poté scendere solo promettendo a Jack di non farlo entrare all’Inferno dopo la morte.
Dopo morto Jack non poté entrare in Paradiso per i suoi peccati ma neppure all’Inferno per via del suo patto col diavolo. Così fu costretto a vagare per sempre nell’oscurità e, per farsi luce, prese un tizzone donatogli dal diavolo e lo mise dentro una rapa scavata per farlo durare di più.

Come ho accennato sopra, lo stesso nome Halloween, evoluzione dell’antica festa celtica di Samhain, è nato solo in età moderna.
Halloween è la forma contratta moderna dell’espressione inglese “All Hollow Even†che significa “Vigilia di Ognissanti†(All Hollows “Ognissantiâ€)
Secondo i dizionari, tale espressione sarebbe attestata solo a partire dal XVIII secolo, 1300 anni dopo la cristianizzazione dell’Irlanda.

 

Conclusioni
La commemorazione dei defunti è un elemento centrale di tutte le tradizioni rituali europee e mediterranee.
Halloween, come ho detto all’inizio e come ho cercato di mostrare con un serie di esempi, non è una festa inventata da Hollywood e dai produttori di maschere.
Al contrario, è una festa che affonda le sue radici nel ricchissimo patrimonio culturale, religioso e mitologico delle tradizioni agricole e pastorizie europee e che, coi suoi rituali, simboleggia l’eterno ciclo di morte e rinascita che è alla base stessa della vita.

Certo, quella che conosciamo oggi e che si è affermata in Italia negli ultimi anni è anche una festa d’importazione da oltreoceano, giunta più per interessi commerciali e attraverso strategie di marketing che per diffusione spontanea.
Ma ciò non significa che sia una festa da rifiutare o da respingere. Halloween, così come è oggi, può divenire un’occasione di arricchimento e di consapevolezza, oltre che di recupero di riti e tradizioni che rispondono a esigenze psicologiche profonde dell’uomo davanti al mistero della vita e della morte.

Perché ciò accada sarebbe preferibile non vivere Halloween come forma di colonizzazione. Ne’ celebrarla come una festa molto trendy nata negli States e arrivato finalmente anche da noi.
Si tratta invece di festeggiarla sapendo che è la festa per il Giorno dei Morti e intuendo che i suoi riti sono gli stessi compiuti per secoli dai nostri antenati. E magari intuendo, se non sapendo, che quando un bambino suona alla nostra porta la sera del 31 ottobre dicendo “dolcetto o scherzettoâ€, non sta solo imitando il suo coetaneo di Los Angeles visto in un telefilm. Ma sta rivivendo quello stesso antico rito propiziatorio fatto per secoli dai bambini sardi, dai ragazzi abruzzesi, dai contadini pugliesi e dai mendicanti emiliani in occasione della stessa festa.

 

Letture
La bibliografia sulle tradizioni culturali, antropologiche e folcloristiche è sterminata, esistono migliaia di studi e di siti che si occupano dell’argomento e non è questa la sede per indicarne e commentarne anche solo alcuni titoli.
Mi limito pertanto a segnalare due libri, un saggio e un romanzo, dedicati specificamente al tema della celebrazione del Giorno dei Morti nella consuetudini europee e italiane e nella loro odierna evoluzione.

Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi
Halloween.
Nei giorni che i morti ritornano. Tutte le sorprese di una festa più antica e italiana di quanto pensiate
Einaudi 2006, pp. 358

Saggio di carattere divulgativo ma molto accurato e preciso e scritto in modo molto chiaro, Il testo parte dalla constatazione dell’odierna diffusione delle celebrazioni di Halloween in Italia, diffusione dovuta principalmente all’influenza di cinema, tv e libri provenienti dagli Usa. Ma dimostra subito dopo come queste celebrazioni abbiano in realtà radici profonde e antichissime in tutta la tradizione popolare italiana ed europea e come, pertanto la festa dei Morti sia un patrimonio comune che va ben al di là del mondo celtico e delle sue derivazioni.

Ray Bradbury
L’albero di Halloween
Mondadori 2005, pp. 124
(or. The Halloween Tree, 1972, traduzione di Annalisa Mancioli)

E’ un romanzo per bambini – ma godibile anche dagli adulti – scritto da Bradbury con l’intento pedagogico di illustrare le radici culturali e popolari di Halloween. In un viaggio fantastico nel tempo e nello spazio alla ricerca di un amico scomparso la notte di Halloween, i bambini protagonisti della storia vengono a conoscere le credenze sulla morte e le usanze e tradizioni delle antiche civiltà europee e mediterranee, pagane e cristiane relativa alla celebrazione del Giorno dei Morti.

Scritto da Vianne

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Le tradizioni probabilmente più antiche e tuttora ancora vive in molte zone italiane sono quelle legate al cibo. Si può affermare che non esista regione che non abbia nella sua cucina tradizionale un piatto di rito e dalla forte valenza simbolica dedicato al Giorno dei Morti.

Le fave
Nell’antichità le fave erano il cibo rituale dedicato ai defunti e venivano servite come piatto principale nei banchetti funebri. I Romani le consideravano sacre ai morti e ritenevano che ne contenessero le anime.
Molto probabilmente questa credenza era legata ai caratteri botanici della pianta: le sue lunghe radici che affondano in profondità nel terreno; il suo lungo stelo cavo, che secondo le credenze popolari serviva a mettere in comunicazione i morti coi vivi; e soprattutto i suoi fiori bianchi con sfumature violacee e con una caratteristica macchia nera, la cui forma evocherebbe la lettera greca theta, lettera iniziale della parola greca thànatos, morte.

Il Cristianesimo e la tradizione popolare mutuarono dal mondo Romano questo uso delle fave.
Nel X secolo le fave divennero cibo di precetto nei monasteri durante le veglie di preghiera per la Commemorazione dei Defunti.
Per la stessa ricorrenza vennero usate come cibo da distribuire ai poveri o da cuocere insieme ai ceci e lasciare a disposizione dei passanti agli angoli delle strade
In Toscana, in Veneto e in Calabria si usava recarsi al cimitero e mangiare fave sulle tombe dei propri cari.
In Liguria piatto tipico del 2 novembre era lo “stoccafisso e bacilliâ€, stoccafisso con le fave.
In Veneto lo erano le “faolineâ€, semplici fave, e in Sicilia le “fave a coniglio“, fave lesse con aglio e origano.

Nel corso dei secoli, probabilmente a causa dei rischi che le fave provocano a chi è affetto da favismo (difetto genetico ereditario che provoca gravi anemie in caso di assunzione di fave e altri legumi), quel cibo venne sostituito da dolci a base di mandorle o pinoli a forma e col nome rituale di “fave dei mortiâ€. Dolci che troviamo tutt’oggi in molte cucine regionali italiane, dalla Lombardia al Lazio all’Emilia Romagna al Veneto, alle Marche, all’Umbria, alla Sardegna ecc.

I ceci
L’altro cibo canonico associato fin dai tempi più antichi ai defunti è il cece. Nel mondo greco durante le Antesterie, feste della durata di 3 giorni a fine inverno in onore di Dioniso e durante le quali si riteneva che i defunti tornassero sulla terra, l’ultima giornata era dedicata alla “festa della Pentolaâ€. In questa giornata si cuocevano grandi pentole di civaie (ceci, fave, fagioli e altri semi) dedicate a Dioniso e Ermes. Le pentole venivano poi esposte sugli altari e offerte alle anime dei defunti affinché si rifocillassero prima di intraprendere il viaggio di ritorno nell’aldilà.

E, come per la fave, anche l’uso di consumare ceci nel tempo dedicato ai Morti passò nella tradizione culinaria Romana e poi cristiana.
Come ricordato qualche riga fa, nel Giorno dei Morti ceci e fave lesse venivano distribuiti ai poveri o lasciati agli angoli delle strade perché tutti potessero attingervi
Piatti a base di ceci comparivano (e probabilmente ancora compaiono) quel giorno sulle tavole di molte regioni italiane.
In Liguria la zuppa di ceci, insieme alla stoccafisso con le fave, rappresentava il menù tipico del Giorno dei Morti.
In Lombardia, a Milano, il piatto rituale per i Defunti era la minestra di ceci con la tempia, come ricorda anche il poeta milanese Delio Tessa in alcuni versi del suo splendido poemetto “Caporetto 1917 – L’è el dì di Mòrt, alégher!†del 1919.
Il poeta contrappone la cappa plumbea che la notizia della disfatta porta in città alla briosa vivacità con cui i milanesi stanno celebrando il Giorno dei Morti, e scrive:

[...]L’è el dì di Mòrt, alégher!
Sòtta ai topiett se balla,
se rid e se boccalla;
passen i tramm ch’hin negher
de quij che torna a cà
per magnà, boccallà:
scisger e tempia…
[...]
  [...]E il dì dei Morti, allegri!
Sotto le pergole si balla,
si ride e si tracanna;
passano i tram neri
di quelli che tornano a casa
per mangiare e sbevazzare:
ceci e tempia…
[...]

La traduzione del testo di Tessa è presa dal sito dedicato agli scrittori milanesi Milanesìabella.

Il grano
L’altro importante cibo tradizionale presente sulle tavole il Giorno dei Defunti è il grano.
Non deve stupire l’uso del grano per i Morti. In tutte le culture e le religioni il grano è il simbolo stesso della vita e della fertilità.
Ma per raccogliere il chicco di grano bisogna recidere la spiga – ucciderla – e il chicco solo dopo essere morto a sua volta sottoterra rinascerà in una nuova spiga. Il grano viene allora associato nello stesso tempo anche alla morte e alla resurrezione e diviene il simbolo del continuo e incessante ciclo di morte e rinascita della natura.
In una delle tradizioni religiose più antiche, il culto misterico di Eleusi, le celebrazioni in onore di Demetra. dea dell’agricoltura e dei raccolti, prevedevano che gli iniziati partecipassero recando fiaccole e spighe di grano, simboli di luce e vita, e che, durante il rituale, la sacerdotessa tagliasse una spiga di grano – la uccidesse – e annunciasse subito dopo la nascita del divino bambino Dioniso. Morte e rinascita, vita che nasce dalla morte.

Mangiare il grano nel Giorno dei Morti viene così ad assumere, oltre che valore rituale, valore propiziatorio per garantire continuazione alla vita e prosperità.
Nella tradizione culinaria italiana il grano è presente sopratutto nelle regioni meridionali e della Magna Grecia. Cotto e mischiato a vino cotto, chicchi di melograno, cannella, noci e, zucchero faceva (e fa ancora) parte delle celebrazioni rituali in Puglia, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.

I dolci
I dolci sono probabilmente il cibo rituale più usato in tutte le tradizioni regionali per commemorare il Giorno dei Morti. Ogni regione ha i suoi dolci tipici che, già dal nome, richiamano la celebrazione, anche se le varie tipologie sono tra loro molto simili.
Oltre al grano cotto appena ricordato, i dolci più usati sono biscotti di consistenza più o meno dura, in genere a base di mandorle, pinoli, albumi e talvolta cioccolato.
In quasi tutte le regioni italiane questi biscotti vengono chiamati “fave dei morti†o “fave dolciâ€, già citate sopra.
In Lombardia si chiamano “ossa da mordereâ€e in Veneto, Toscana e Sicilia “ossa di mortoâ€.

Un altro tipo di dolce tuttora molto usato è il “pane dei mortiâ€, preparato in modi diversi nelle diverse regioni: a base di biscotti sbriciolati, cioccolato e uvetta in Lombardia (sul forum la ricetta); con pepe in Toscana; a forma di mani incrociate in Sicilia.

In Campania, a Napoli, si usa preparare il “torrone dei mortiâ€, un torrone morbido a base di cioccolato.
In Sicilia, regione che ha la tradizione più ricca e golosa di dolci associati ai Morti, oltre al grano cotto e alla ossa di morto già citati, si preparano anche i “pupi di zuccaroâ€, pupi di zucchero, statuette di zucchero a forma di pupi siciliani o di personaggi del folclore e delle fiabe; e la la frutta di Martorana, dolci di mandorle e pasta reale a forma di frutta.

(segue)

Scritto da Vianne

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Un elemento che accomuna tutte le tradizioni precristiane e che ha lasciato tracce profonde nel folclore, in particolare contadino, è la credenza che nel giorno a loro dedicato i morti possano tornare sulla terra per comunicare con i vivi, per ricevere luce e conforto, preghiere, doni e cibo o portare a loro volta doni.

Le vestigia di queste antiche credenze e delle corrispondenti pratiche rituali affiorano ancora oggi in alcune celebrazioni e usanze e ancor più nella tradizione culinaria. Per restare solo in Italia, non c’è regione che non ne porti il segno.

Le zucche
In Veneto, in Friuli a Pordenone, in Puglia a Orsara e in Abruzzo si usava svuotare, intagliare e decorare le zucche e inserirvi all’interno dei lumini per trasformarle in lanterne da collocare sulle finestre e sulle strade per fare luce ai defunti.
In Lombardia invece, a Bormio, le zucche venivano svuotate e riempite di vino per rifocillare i defunti tornati sulla terra.

In alcune zone queste tradizioni sono ancora vive. In particolare a Orsara di Puglia la Festa dei Morti viene ancora oggi interamente celebrata secondo l’affascinante e suggestiva millenaria tradizione.
Chi desiderasse saperne di più può trovare una descrizione dettagliata delle celebrazioni a questa pagina web.

La tavola imbandita
In Campania e in Lombardia, a Bormio, Vigevano e in Lomellina, si usava lasciare in cucina un secchio o un vaso d’acqua per dissetare i defunti.
In Piemonte si aggiungeva un posto a tavola per i morti che sarebbero arrivati in visita.
In Puglia e in Toscana si apparecchiava apposta la tavola.
In Sardegna non si sparecchiava la tavola dopo cena per consentire ai defunti di rifocillarsi durante la notte.
In Basilicata e Calabria, presso le comunità albanesi, si usava andare al cimitero di sera e lì allestire un banchetto sulla tomba dei propri cari e invitare tutti i passanti a parteciparvi.

Una delle più belle e dolenti poesie di Giovanni Pascoli, La tovaglia, fa riferimento proprio a questa diffusa usanza di lasciare la tavola apparecchiata la notte dei Morti per consentire ai propri cari trapassati di riposare e rifocillarsi:

[...]Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.
Oh! la notte nera nera,
di vento, d’acqua, di neve,
lascia ch’entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani.
[...]

Il testo integrale della bella e intensa lirica pascoliana, tratta dai Canti di Castelvecchio del 1903, si può leggere nel topic dedicato alla poesia sul forum di Libera-mente.

La questua
Era una delle usanze più diffuse in tutta la penisola.
In Sardegna i bambini, prima di cena, andavano a bussare alle porte delle case dicendo “Morti, morti†e ne ricevevano dolci, frutta secca e qualche volta anche denaro.
In Abruzzo erano i ragazzi a bussare alle porte delle case chiedendo offerte per le anime dei morti e ricevevevano dolci e frutta fresca e secca.
In Emilia Romagna invece la questua era fatta dai poveri, che bussavano alle porte chiedendo la carità per i morti e ricevendone cibo.
In Puglia ragazzi e contadini bussavano alle case cantando una sorta di serenata alla ricerca dell”â€aneme de muerte†(l’anima dei morti) e venivano fatti entrare in casa e rifocillati con vino, castagne e taralli.

I doni.
Particolarmente diffusa in Sicilia era l’usanza, ricordata nel racconto di Verga citato in apertura dell’articolo precedente, di ritenere che i defunti la notte della loro festa – e in Sicilia la Celebrazione dei Defunti era una vera e propria festa dedicata ai bambini – tornassero a visitare i loro cari portando doni, frutta e dolci ai bimbi.
Quella notte era, per i bambini siciliani, l’equivalente della Notte di Natale o di Santa Lucia di altre zone: la notte in cui, se erano stati buoni durante l’anno, ricevano i doni portati dai loro cari defunti, lasciati nelle loro scarpette o nelle loro calze.
Secondo altre tradizioni, i genitori allestivano cesti di doni e dolci appositamente preparati per la Festa e, durante la notte, li camuffavano e li nascondevano in casa. Al risveglio i bambini si dedicavano con gioia e entusiasmo alla ricerca dei doni dai morti e, dopo averli trovati, andavano con la famiglia al cimitero a trovare e ringraziare i defunti.

Una simile tradizione di doni esisteva anche in Puglia, a Manfredonia: la viglia dei Morti i bambini appendevano al bordo dei loro letti delle calze, le “cavezette di murte†e, durante la notte, i defunti passavano a riempirle di dolci.

(segue)

Scritto da Vianne

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Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti – nell’ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti – un prete sepolto da cent’anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò “la Camera del Prete”

Queste righe non sono tratte da un racconto di fantasmi irlandese o dalla sceneggiatura dell’ennesimo telefilm hollywoodiano dedicato ad Halloween.
Sono tratte da un racconto di Giovanni Verga, “La festa dei mortiâ€, pubblicato nella sua raccolta Vagabondaggio del 1887, ma scritto qualche anno prima e già apparso su rivista nel 1884 col titolo “La camera del preteâ€.

A pochi giorni dai festeggiamenti per Halloween questo racconto, che cita l’antica tradizione siciliana di fare doni ai bambini in occasione de Giorno dei Defunti, ci ricorda qualcosa che troppo spesso tendiamo a dimenticare: la celebrazione del Giorno dei Morti non è una recente e carnevalesca invenzione dei produttori di Hollywood e dei nostri commercianti di maschere; non è nata col bombardamento televisivo e cinematografico made in Usa; e, tranne che nei paesi anglofoni, non si è mai chiamata Halloween.

Il Giorno o Festa dei Morti, di fatto, è una celebrazione antichissima, presente in tutte le tradizioni europee e non solo, e legata ai ritmi della natura, dell’agricoltura e dell’allevamento: la progressiva riduzione della durata del giorno rispetto alla notte, la fine del tempo della raccolta e il ritorno degli animali dal pascolo. La fine di un ciclo naturale – la sua morte – e l’inizio, dopo la semina, di un nuovo ciclo.
Ma è anche una celebrazione legata alla necessità psicologica dell’uomo di ricordare e tenere vivo un legame con i propri cari defunti, oltre che di esorcizzare la paura della morte. Così, nel giorno dedicato ai morti l’uomo da sempre offre doni a chi non c’è più e compie riti che hanno valore ad un tempo commemorativo e propiziatorio.

Per ricordare solo uno degli esempi più antichi, il mondo greco dedicava alla commemorazione dei morti le feste in onore della dea Gea, la Madre Terra nonché divinità dei defunti, accolti dopo la morte nel suo grembo.
Nel corso di queste feste, che avvenivano nel mese di Boedromione, grosso modo il nostro mese di settembre, si compivano sacrifici espiatori e si donavano offerte per i defunti.
Non deve stupire che Gea, in quanto Madre Terra, fosse ad un tempo divinità generatrice di tutte le cose e divinità protettrice dei defunti, così come non deve stupire che, allo stesso modo, dea della fecondità e dea dei defunti fosse la sua corrrispondente nel mondo Romano, la dea Tellus. Divinità della generazione e della vita e divinità della morte.
In tutto il mondo antico e in tutte le tradizioni la morte è sempre strettamente associata alla nascita e alla vita, in base alla concezione per cui, perché ci sia la vita, è indispensabile la morte. Morte che a sua volta racchiude in se’ il germe della vita: il seme muore affinché possa nascere e crescere la nuova pianta. Il rapporto tra morte e vita è strettissimo e indissolubile ed è espresso nel modo più intenso nella morte e resurrezione della divinità, elemento centrale di tutte le religioni.
E questa concezione è alla base dei rituali e delle tradizioni sui defunti.

(segue)

Scritto da Vianne

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