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Archivi per la categoria ‘Cinema’

Cinema - Il seme della discordia di Pappi Corsicato

Giovedì, 13 Novembre 2008

Presentato all’ultimo Festival del cinema di Venezia e uscito nelle sale dal 5 settembre 2008, Il seme della discordia è l’ultimo lavoro del regista napoletanto Pappi Corsicato, conosciuto al pubblico per lavori come Chimera del 2001 e I buchi neri del 2007. Il cast è di tutto rispetto e tra gli attori protagonisti vediamo la presenza di Alessandro Gassman – figlio del grande Vittorio Gassman – di Caterina Murino, Isabella Ferrari, Valeria Fabrizi e Michele Venitucci.

Della durata di poco meno di un’ora e mezza, Il seme della discordia è ispirato alla novella di Heinrich von Kleist, “La marchesa von O“, e racconta la storia di una coppia, Veronica e Mario, alle prese con la vita di tutti i giorni e con avvenimenti che, in un modo e nell’altro, possono sconvolgere in negativo e in positivo lo scorrere del tempo.

Veronica (Caterina Murino) è proprietaria di un negozio di abbigliamento, è una bella donna, sempre alla moda e che non passa assolutamente inosservata quando cammina per strada, ha un fascino che cattura l’altro sesso, anche se a lei questo non interessa perchè innamorata del marito Mario (Alessandro Gassman). Mario è rappresentante di fertilizzanti e per lavoro è costretto a passare la maggior parte del tempo fuori casa, suscitando anche qualche sospetto – di presunte relazioni extra coniugali – nella suocera. Luciana (Valeria Fabrizi), la mamma della ragazza, dà una mano alla figlia nel negozio e insiste affinchè la coppia abbia un bambino perchè è forte in lei il desiderio di diventare nonna. Ripetutamente incita la figlia alla gravidanza, commuovendosi, e dicendo che in un certo senso, le deve un nipotino o una nipotina.
Spinti dall’insistenza della donna a far aumentare il numero dei componenti della famiglia, Veronica e Mario, che già in passato avevano provato ad avere un figlio senza riuscirci, si sottopongono – a distanza di qualche giorno l’uno dall’altra – ad un test di fertilità. In attesa dei risultati, la vita va avanti, Mario si assenta nuovamente da casa e Veronica, una sera, viene aggredita e rapinata da due individui mascherati. Viene ritrovata e aiutata dall’agente in servizio nel quartiere e decide di non sporgere denuncia e di non raccontare a nessuno, né al marito, né a sua madre, né tantomeno all’amica fidata (Isabella Ferrari), l’accaduto.

Nei giorni successivi, arriva il risultato del test di Veronica che, con grandissima soddisfazione della madre, scopre che in lei tutto è normale e che può avere figli. Durante i lavori di allestimento del nuovo negozio di Veronica in vista della sua inaugurazione, quest’ultima sviene. Tornata a casa, fa un test di gravidanza e scopre di essere incinta; allo stesso tempo però arrivano i risultati di Mario e lui viene a sapere di essere sterile! Come è possibile? Questa notizia sconvolge la vita della coppia, lei non crede al risultato e lui l’accusa di aver avuto una relazione extra coniugale e se ne va da casa.

Giorni difficili attendono Veronica, lei non sa cosa fare, si confida con la mamma e con l’amica che cercano di rincuorarla e le dicono di non preoccuparsi, che tutto si sistemerà per il meglio e che Mario ritornerà… Nel frattempo Mario si consola tra le braccia delle sue amanti, lui sì che aveva delle relazioni extra coniugali con le mogli dei suoi clienti!
Veronica continua a ripensare agli ultimi avvenimenti e vuole svelare il mistero della sua gravidanza. Pensa e ripensa, alla fine giunge alla conclusione che la risposta sia da cercare nel giorno dell’aggressione. Comincia a pensare di essere stata violentata dai suoi aggressori e si rivolge alla guardia giurata che l’ha ritrovata per saperne di più ma quest’ultima, Gabriele (Michele Venitucci), non riesce o non vuole ricordare i particolari, l’unica cosa che ricorda è un’ombra.
Indagando per conto suo, Veronica riesce a ritrovare i due aggressori che confessano di averla derubata ma dichiarano di non avere abusato di lei. Per esclusione, Veronica comprende che l’unica persona che può averlo fatto è proprio la guardia giurata con cui intanto aveva fatto amicizia. E infatti lui che un giorno le confessa di aver abusato di lei perchè invaghito e innamorato. Lei rifiuta di credergli e lo caccia via minacciando di denunciarlo alla polizia.

Veronica e Mario si ritrovano davanti all’ospedale, lei ha abortito e lui ha un’occhio nero perchè picchiato dal marito di una sua amante. Si promettono, d’ora in avanti, di raccontarsi tutto e di dire sempre la verità.

Il film di Corsicato è una commedia che si tinge di giallo, con momenti in cui la risata nasce spontanea per alcuni atteggiamenti e di battute dei protagonisti. Grazie alla misteriosa gravidanza e ai risvolti della storia, c’è spazio per l’imprevisto e l’inaspettato, che accompagnano lo spettatore fino allo svelamento del mistero. Punto di forza del film è proprio la capacità di riuscire a catturare l’attenzione dello spettatore nel susseguirsi degli eventi.

Dati del film:

Regia: Pappi Corsicato.
Interpreti: Alessandro Gassman, Caterina Murino, Isabella Ferrari, Valeria Fabrizi, Michele Venitucci.
Genere e durata: Commedia, 85 minuti.
Nazionalità e anno: Italia, 2008

Scritto da Mac La Mente

Cinema - Il papà di Giovanna di Pupi Avati

Giovedì, 25 Settembre 2008

Presentato al Festival del cinema di Venezia e in visione nelle sale dal 12 settembre 2008, l’ultimo lavoro del regista italiano Pupi Avati, Il papà di Giovanna, sta riscuotendo un enorme successo sia di pubblico, è primo tra i film italiani per ordine di incassi, che di critica.
Il film vede la partecipazione di Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher e dell’attore Silvio Orlando che, proprio grazie al suo ruolo, si è aggiudicato il premio “Coppa Volpi†come migliore interprete maschile, battendo Mickey Rourke nella sua interpretazione di un lottatore di wrestling nel film The Wrestler.

Il regista Pupi Avati è riuscito a realizzare un film che trasporta lo spettatore in un periodo che non c’è più, un periodo in cui era difficile vivere, dove si passava da momenti di felicità a momenti di dolore, e per farlo usa un modo particolare: la voce della protagonista, una bambina di nome Giovanna diversa dai suoi coetanei, chiusa nel suo mondo, non di bell’aspetto e con problemi psichici messi sempre più in evidenza durante il film.
Come ambientazione è stata scelta una città cara al regista, Bologna, nell’anno 1938, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. L’ambientazione tinge subito il film di colori antichi, il color seppia nelle atmosfere e nei luoghi la fa da padrone, dando una patina antica alle scene e alla fotografia.

Il papà di Giovanna è la storia di un professore di ruolo, Michele Casali (Silvio Orlando), che insegna Latino nella stessa scuola frequentata da sua figlia. Lui, un uomo del sud trasferitosi al nord con la moglie, ha diversi sogni nel cassetto. Il primo è quello di riuscire a realizzare un libro sfruttando una vecchia amicizia con un pittore divenuto famoso; il secondo è quello di educare e motivare sua figlia, facendole acquisire sicurezza e fiducia nelle proprie capacità.
Accanto a queste due figure principali è presente anche la moglie di Michele, mamma di Giovanna, una donna di grande bellezza che viene mantenuta lontana, quasi estromessa, dal rapporto creato dal padre con la figlia. La moglie di Michele, Delia (Francesca Neri), sopporta in silenzio questa situazione e ha come unica consolazione l’ammirazione da parte degli altri uomini, in particolare del vicino di casa, padrino di battesimo di Giovanna, Sergio Ghia. Sergio (Ezio Greggio) è un poliziotto fascista che in alcuni casi usa la sua autorità per ricevere privilegi e che allo stesso tempo aiuta, in modo sincero, la famiglia di Michele Casali. L’interpretazione di Greggio è impeccabile, una vera scommessa quella di Avati su di lui, scommessa che è riuscita in pieno, difficile immaginare un altro attore al suo posto!

La vita della famiglia Casali e delle persone a lei vicine viene stravolta quando, nella scuola di Giovanna, viene trovato il corpo senza vita della ragazza più amata e popolare dell’istituto, nonchè migliore amica di Giovanna. Da quel momento cominciano le indagini, si interrogano i professori e tutte le persone vicine e che conoscevano la ragazza. Giovanna viene interrogata una prima volta e rilasciata. La seconda volta, a seguito di un lunghissimo interrogatorio da parte di Sergio, Giovanna confessa di aver ucciso l’amica per gelosia. Ma qui emergono i problemi psichici, Giovanna non si rende conto di quello che ha fatto, si considera vittima e non carnefice.
Da quel momento Delia non riesce più a vedere la figlia, neppure quando va a trovarla in carcere. Michele è l’unico a stare vicino a Giovanna, per lui è sempre sua figlia, una bambina, e non l’abbandonerà mai, neanche quando, al termine del processo, giudicata incapace di intendere e di volere, viene trasferita nel manicomio di Reggio Emilia. L’amore del padre per la figlia supererà qualsiasi ostacolo ed è proprio questo il tema principale del film.

Gli anni passano, la guerra arriva e Bologna non è una città sicura. La linea ferroviaria che la collegava a Reggio Emilia viene fatta saltare e Michele è costretto ad allontanarsi dalla moglie per continuare a vedere la figlia: si trasferisce nelle vicinanze di Reggio Emilia, in campagna dove svolge dei lavoretti per di pagare l’affitto della camera. Ogni giorno va a trovare Giovanna e lei ad ogni visita ha una domanda fissa per il padre: “Dov’è la mamma? La prossima volta verrà lei?â€, domande a cui il padre è costretto a rispondere mentendo.

Anni più tardi, la guerra è finita e termina anche la pena che Giovanna doveva scontare. Uscita dal manicomio torna a Bologna col padre, città irriconoscibile, distrutta come è distrutta la loro casa. Solo la stanza di Giovanna – chiusa dal giorno dell’arresto – sembra non aver risentito dello scorrere del tempo.
La ragazza, pur avendo capito di poter fare affidamento solo sul padre, continua a sperare di rivedere la mamma. E questo avviene una sera, per caso, in un cinema. La donna, in compagnia di un altro uomo, inizialmente fa finta di non riconoscere la figlia, che si avvicina a lei creando scompiglio tra il pubblico e costringendo il padre a portala via. Ma fuori dalla sala, mentre i due si allontanano, la mamma li raggiunge.

Il papà di Giovanna è diretto in modo magistrale da Pupi Avati, che è riuscito a ricostruire un passato italiano, una serie di vicende di vita, in modo impeccabile senza cadere in contraddizioni e senza perdere il filo degli eventi. Il tema portante del film è l’amore senza tempo, l’unico in grado di ricostruire una famiglia che tutti avrebbero ormai dato per distrutta.
E’ un film triste, è questo il sentimento che prevale alla fine nonostante il ricongiungimento dei tre familiari. Un film da vedere e ricordare e rivedere a lungo.

Regia: Pupi Avati.
Nazionalità e anno: Italia 2008.
Genere: Drammatico
Durata: 104 minuti
Interpreti: Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher, Serena Grandi, Manuela Morabito, Paolo Graziosi, Gianfranco Jannuzzo, Valeria Bilello.

Del film parliamo anche sul forum nel topic Ho visto al cinema.

Scritto da Mac La Mente

Profilo di Nikita Michalkov (3/3)

Mercoledì, 13 Agosto 2008

Alla ricerca delle radici (1990 - 1998)

Gli anni ‘90, iniziati con la caduta del Muro di Berlino e la successiva implosione dell’Unione Sovietica, vedono Michalkov attivamente impegnato sul fronte politico su posizioni fortemente nazionaliste. Posizioni che in qualche modo, sublimate dalla sua poetica elegiaca e filtrate da una lirica estetica del paesaggio, si riverberano anche sulla sua produzione cinematografica di quegli anni. Nei film di questo decennio il regista si volge al passato e alla natura del suo paese, di cui racconta alcuni momenti topici e che mostra nella grandiosità dei suoi paesaggi. Continuando il suo ideale viaggio sentimentale iniziato negli anni ‘70 e ora dedicato alla ricerca delle radici della “grande madre Russia”.

Dopo il grande successo di Oci ciornie la Fiat assegnò a Michalkov la realizzazione di un film pubblicitario per il lancio della Tempra. Quello che avrebbe potuto essere uno stucchevole spot, nella mani di Michalkov divenne invece la storia quasi fiabesca di un viaggio nella sconfinata natura russa, il mediometraggio on the road L’autostop - Elegia russa (Avtostop, 1990) .
Ambientato nello stesso anno di uscita, racconta di un uomo che, dopo aver attraversato l’Europa su un Fiat Tempra, arriva in Russia. Qui da’ un passaggio a un’autostoppista, una donna incinta che deve andare in ospedale a partorire. Durante il viaggio i due sono seguiti in moto dal marito della donna e lo spot si trasforma nella storia del rapporto tra le 3 persone, la loro corsa contro il tempo per arrivare in ospedale e l’immensa profondità delle grandi foreste innevate russe che stanno attraversando. La corsa non riesce e, nella notte piena di neve, i due uomini dovranno improvvisarsi ginecologi per aiutare la donna a partorire. Dimostrando così che la macchina della Fiat è adatta, oltre che ai lunghi viaggi, anche a far nascere bambini.

Anche il film successivo è una sorta di viaggio esotico e fiabesco in un mondo dove la vera protagonista è la natura e dove uomini e donne, anche quando parlano lingue diverse e provengono da civiltà e tradizioni diverse, sanno capirsi e sanno come aiutarsi l’un l’altro. Girato interamente in Mongolia e coprodotto da Francia e Unione Sovietica, Urga - Territorio d’amore (Urga, 1991) è prima di tutto una splendida dichiarazione d’amore alla steppa e alle tradizioni millenarie dei suoi abitanti. E poi una dolente constatazione che natura e tradizioni stanno scomparendo, inghiottite da strade e ciminiere e da una modernizzazione che non significa solo miglioramento.
Ambientato negli anni ‘70 nella Mongolia cinese, racconta la storia di un pastore che vive con la moglie, i tre figli e la nonna in una tenda nella steppa, in armonia con la natura e seguendo le abitudini, le tradizioni e i ritmi millenari della sua gente. L’unico segnale di modernità è l’eco della rigida politica demografica cinese che rende difficili i rapporti del pastore con la moglie per paura di nuove e vietate gravidanze. Un giorno il pastore aiuta e ospita un camionista in panne, un russo che lavora per un’impresa che sta costruendo una strada nella steppa. Nonostante le profonde differenze, i due uomini si capiscono e il russo, per dimostrare riconoscenza al suo nuovo amico, gli propone di aiutarlo a risolvere i suoi problemi con la moglie accompagnandolo in città a comprare dei miracolosi ritrovati contro le gravidanze inattese, dei profilattici. Che però il pastore, arrivato in città, si vergognerà di comprare e acquisterà invece un televisore.

Il film vinse il Leone d’oro a Venezia e il Premio dell’Accademia Cinematografica Europea per la miglior regia, oltre ad ottenere la nominatione per l’Oscar come miglior film straniero.

Urga fu l’ultimo film sovietico di Michalkov. Nel 1991 cessò di esistere l’Unione Sovietica e questo evento, oltre a cambiare radicalmente il volto geopolitico dell’Europa e del mondo, segnò un imprescindibile punto di svolta per la cultura del paese. Se, con l’unica significativa eccezione di La parentela, il regista aveva cercato nella letteratura e nella profondità della natura una risposta psicologica, romantica e nostagica alla profondissima crisi morale e d’identità, prima ancora che politica, che da almeno un decennio scuoteva l’URSS, dopo il cataclisma del ‘91 cercherà le risposte nell’unico luogo dove sa di poterla trovare: in un viaggio a ritroso nella storia del suo paese.

Il primo film post-sovietico di Michalkov fu un particolare e interessante esperimento, un film-documentario bello e originale dove il regista, a partire da un particolare punto di vista familiare e privato, osserva e racconta l’ultimo decennio dell’URSS.
Anna 6 - 18 (Anna ot 6 do 18, 1993 ) è una lunga intervista, realizzata nel corso di 12 anni, dal 1980 al 1991, alla figlia Anna. Ogni anno, da quando Anna aveva 6 anni fino a quando ne avrà 17, il regista le rivolge le stesse domando sui suoi desideri e paure, su cosa ama e cosa detesta. E, attraverso le sue risposte, ci mostra non solo le trasformazioni della bambina che cresce e diventa giovane donna, ma anche le trasformazioni che stanno scuotendo il paese e che, inevitabilmente, si riflettono sulle coscienze delle persone. Il film, che ha solo 3 personaggi - Michalkov, la moglie Nadežda e la figlia Anna - è intervallato da scene di vita familiare, da scene di film del regista e da significativi spezzoni di documentari e telegiornali degli anni ‘80 a mostrare che cosa accadeva in URSS, mentre la voce narrante di Michalkov commenta, racconta quegli anni e ricorda la storia della sua famiglia e del suo paese.

L’anno seguente uscì Sole ingannatore (Utomlennye solncem, 1994) il film più politico e più drammatico di Michalkov, un viaggio negli anni più bui della storia sovietica: gli anni delle grandi purghe staliniane che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, decimarono, sulla base di accuse totalmente inventate e inconsistenti, l’intera generazione di militari, politici e intellettuali - oltre a decine e decine di migliaia di comuni cittadini - che avevano fatto la Rivoluzione d’Ottobre.
Il film, una coproduzione franco-russa, è dedicato “a tutti coloro che sono stati bruciati dal sole dalla rivoluzione” e il regista, quasi a voler sottolineare l’importanza che il tema e il film rivestono per lui, per la prima volta sceglie di interpretare non un ruolo secondario ma quello del protagonista.
Ambientato nell’estate del 1936 nella casa di campagna di un colonnello dell’Armata Rossa, uomo autorevole e amato, uno di coloro che hanno fatto la Rivoluzione e crede fermamente nella possibilità di costruire un paese nuovo e migliore, il film, nella prima parte, racconta la tranquilla vita di villeggiatura della famiglia del colonello e dei suoi amici. Un delizioso e idilliaco quadretto di vita domestica immersa nello splendido paesaggio di boschi di betulle e praterie, durante una languida estate apparentemente fuori dal tempo e dalla storia. Ma il tono del film comincia lentamente a cambiare con l’arrivo improvviso di un caro amico del colonello. Amico che, in realtà tale non è. L’uomo infatti fa parte della polizia politica segreta staliniana e non è arrivato per una visita di piacere ma per arrestare il colonello accusato da Stalin di “alto tradimento”. E lentamente la storia e la violenza degli anni più tragici della dittatura subentrano al clima di idillio, fino a travolgerlo completamente nel drammatico finale.

Il film vinse tre premi:
- l’Oscar come miglior film straniero nel 1995
- ill Gran Premio della Giuria al festival di Cannes
- il Premio della Giuria Ecumenica al festival di Cannes

Dopo la drammatica incursione nel periodo più nero della storia russa, Michalkov prosegue il suo viaggio storico e geografico alla ricerca di radici e di risposte. Risposte che sembra trovare in una nostalgica e spettacolare rievocazione di quella che lui ritiene essere una sorta di “età dell’oro della Russia”, la Russia dei tempi dello zar Alessandro III.
Zar non a caso interpretato in un cameo dallo stesso regista nel suo film scenograficamente più ambizioso e costoso, Il barbiere di Siberia (Sibirskij cirjul’nik, 1998) un colossal di 3 ore, coprodotto da Russia, Francia, Italia e Repubblica Ceca, e interpretato tra gli altri da due star hollywoodiane, Richard Harris in un ruolo secondario e Julia Ormond nei panni della protagonista.
Ambientato a Mosca e in Siberia nel 1885, racconta la storia d’amore tra un cadetto dell’esercito zarista e un’avventuriera americana. La ragazza, arrivata a Mosca sotto le mentite spoglie di figlia di un inventore americano, ha in realtà il compito di sedurre un generale affinchè firmi il contratto di acquisto della bizzarra invenzione del suo supposto padre, una specie di gigantesca sega a vapore per tagliare alberi, detta appunto “il barbiere di Siberia”.
Sullo sfondo di una Mosca - insieme all”anima russa”, vera e assoluta protagonista del film - scintillante di neve, balli, feste, case di lusso, grandi bevute, duelli e grandi scazzottate, si consuma l’amore impossibile delle coppia. Impossibile perchè il generale si innamora dell’americana e la corteggia apertamente, suscitando la gelosia del cadetto che, ubriaco, lo aggredisce e per questo viene arrestato e condannato ai lavori forzati in Siberia. Vent’anni dopo…

Il film, nonostante l’enorme budget a disposizione e la sua sontuosa ricchezza, è stato molto contestato dalla critica e molti lo considerano l’opera meno riuscita di Michalkov, che forse non ha colpito nel segno perchè ha messo troppo. Troppa ricchezza, troppa favola, troppi paesaggi, troppe scene di massa, insomma, troppa magniloquenza e grandiosità hollywoodiana perchè un film europeo potesse riuscire veramente.

Dopo questo colossal non usciranno altre opere del regista per ben nove anni, fino al 2007, quando Michalkov torna sugll schermi col suo 12 (vedi nostra recensione), acclamatissimo da critica e pubblico e che, presentato al Festival di Venezia, gli vale il Leone speciale alla carriera.

Ma in tutti questi anni il regista non è stato fermo. Ha lavorato come attore, ha prodotto film di giovani registi e, soprattutto, ha lavorato e sta lavorando da tempo a quello che, stando alle sue dichiarazioni, sembrerebbe essere il suo film più impegnativo e ambizioso, Sole ingannatore 2, attualmente in fase di post produzione e che dovrebbe uscire alla fine di quest’anno o nel 2009.
A quanto si sa, si tratterà di un film di guerra, ambientato in Russia tra il 1941 e il 1943 e, dalle interviste rilasciate da Michalkov, vorrebbe essere una sorta di risposta russa a Salvate il soldato Ryan di Spielberg.

Profilo di Nikita Michalkov (1/3)
Profilo di Nikita Michalkov (2/3)

Scritto da Vianne

Profilo di Nikita Michalkov (2/3)

Sabato, 9 Agosto 2008

Elegia delle occasioni perdute (1978-1987)

In Partitura incompiuta Michalkov affronta la tematica, molto cechoviana e molto cara alla cultura russa, dell’amore perduto per incapacità e paura d’amare e delle occasioni svanite per inettitudine a vivere ed agire. Tematica che, mostrata nelle sue diverse sfaccettature e declinata con stili e toni diversi, accompagnerà il regista in una sorta di ideale “viaggio sentimentale nell’animo umano” in tutta la produzione del decennio successivo.

Nel 1978 Michalkov inizia a lavorare a uno dei suoi film più belli e ambiziosi, Alcuni giorni della vita di Oblomov, e, per non disperdere la troupe durante le pause della lunga lavorazione, ne gira intanto anche un altro, Cinque serate (Pjat’ veÄerov, 1978). Ambientato alla fine degli anni ‘50 e realizzato quasi interamente in bianco e nero, anche questo film è tratto da un testo teatrale, l’omonima pièce di Aleksandr Volodin, ed è incentrato, in una certa continuità con Partitura incompiuta, sull’incontro casuale di due ex amanti.
Un uomo torna a Mosca dopo una lunga assenza e per caso ritrova la donna che 18 anni prima aveva amato e da cui era stato costretto a separsi per partire per il fronte allo scoppio della guerra. Trascorre con lei cinque serate nel suo appartamento, serate durante le quali i due, feriti e delusi dalla vita, si raccontano, si lasciano prendere dal fluire di ricordi, sogni, sensazioni e cercano di riprendere, tra dubbi, incertezza e reciproci piccoli inganni e menzogne, il rapporto interrotto tanto tempo prima.
Il film vinse il premio per la miglior regia al Festival del cinema di Oxford.

L’anno seguente, dopo due anni di lavorazione, esce quello che per molti è il film più bello di Michalkov, lo splendido Alcuni giorni della vita di Oblomov (Neskol’ko dnej iz žizni I. I. Oblomova, 1979). Ancora una volta il regista ha tratto ispirazione da una fonte letteraria, e questa volta si è rivolto a un capolavoro assoluto della grande letteratura del suo paese, il romanzo di Ivan GonÄarov Oblomov.
Ambientato a Pietroburgo a metà del 19° secolo, il film ci racconta uno scorcio della vita di Oblomov, un buffo e candido uomo che trascorre le sue giornate in un vecchio e polveroso appartamento, dormendo su un vecchio divano, sognando la sua infanzia e discutendo col suo altrettanto vecchio e polveroso maggiordomo. A nulla valgono i tentativi del suo migliore amico per scuoterlo dall’abulia. Fino a quando non si innamora, ricambiato, di una donna attiva ed energica che sembra riuscire a trasformarlo in un uomo dinamico. Ma il cambiamento è di breve durata perchè quella di Oblomov non è pigrizia ma paura di vivere, timore della realtà e incapacità di adattarsi al mondo che lo circonda. E il matrimonio con una donna così attiva e che gli chiede di agire invece di limitarsi a sognare, lo terrorizza…

Con Oblomov Michalkov vinse per il secondo anno consecutivo il premio per la miglior regia al Festival del cinema di Oxford.
Il film fu inoltre votato come miglior film dell’anno 1981 (l’anno in cui uscì negli Stati Uniti) dal Consiglio Nazionale dei critici cinematografici Usa.

Nel 1981 esce La Parentela (Rodnja, 1981) film con cui Michalkov si allontana temporaneamente dal passato e dalla letteratura per parlare del mondo russo contemporaneo.
Ambientato all’inzio degli anni ‘80 in una piccola città, il film è una storia di famiglia e racconta, utilizzando anche la lente dell’ironia e dell’umorismo, la vita di uomini e donne che hanno perso o stanno perdendo certezze e ideali. Un’anziana contadina, che ai suoi tempi aveva avuto la forza di cacciare da casa il marito alcolizzato, va a trovare la figlia in città. E qui scopre una realtà che non si aspettava e che la turba: la figlia, sposata a un uomo vacuo e superficiale, è stata abbandonata dal marito e la nipote, una bambina di dieci anni, cresce prepotente e capricciosa. Come se non bastasse, l’anziana contadina reincontra anche il suo ex-marito.

Anche il film successivo, Senza testimoni (Bez svidetelej, 1983) è ambientato nell’Unione Sovietica contemporanea del regista. Tratto dalla pièce teatrale di Sof’ja Prokof’eva Incontro senza testimoni, si svolge in interni ed è il film di Michalkov ad impianto più teatrale e più dedicato all’introspezione psicologica, tanto che alcuni critici lo hanno definito il suo film più bergmaniano.
Dopo 9 anni dal divorzio un uomo, risposato e padre di una bambina avuta dal nuovo matrimonio, viene a sapere che la sua prima moglie e madre del suo primo figlio, sta per risposarsi. Non sopportando l’idea, si precipita da lei per cercare di convincerla in tutti i modi a rinunciare. Il loro incontro e il tentativo di riavvicinamento fanno emergere i sentimenti contrastanti che ancora uniscono la coppia ma anche il cumulo di menzogne, sospetti, incomprensioni e timori su cui hanno costruito il loro matrimonio.

Oltre a vari premi ottenuti in festival cinematografici sovietici, il film vinse il premio FIPRESCI assegnato dalla Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica.

Negli anni ‘80 le aperture politiche e culturali introdotte in Unione Sovietica dalla perestrojka di GorbaÄev consentirono a Michalkov qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe stato impensabile: dirigere un film interamente prodotto all’estero. E’ quanto avvenne con Oci ciornie (1987), film italiano che, grazie allo straordinario successo di critica e di pubblico e alla bravura e al fascino dei suoi protagonisti (Marcello Mastroianni, Elena Sofonova, Silvana Mangano e Vsevolod Larionov) consacrò definitivamente il regista nel firmamento del grande cinema internazionale.
Per quest’opera Michalkov attinse a piene mani dai racconti dell’amato ÄŒechov e, cucendo liberamente assieme alcuni dei suoi testi (La signora col cagnolino, Anna al collo, Una moglie, L’anniversario) costruì un’incantevole e deliziosa commedia sull’amore, le occasioni perdute e l’incapacità di vivere dei grandi sognatori.
Ambientato nei primissimi anni del ‘900 in Italia, Russia e su una nave per ricchi turisti, racconta la storia di un uomo italiano che, dopo il matrimonio con una ricca ereditiera, si abbandona a una piacevole e irresponsabile bella vita, lasciando la gestione della famiglia e degli averi alla moglie ma anche rinunciando a realizzare i grandi progetti da architetto che aveva in gioventù. In vacanza alla terme conosce una giovane donna russa, sposata, e si innamora perdutamente di lei. Tanto che dopo la sua partenza, decide di andare a cercarla in Russia, per convincerla a vivere con lui. Quando, dopo bizzarre peripezie di ogni genere, riesce a ritrovarla e scopre che anche lei lo ama, torna in Italia per lasciare la moglie e organizzare la nuova vita con la giovane russa. Ma…

Il film ricevette molte nomination a tutti i più importani concorsi internazionali, compresa una nomination all’Oscar come miglior attore protagonista per Marcello Mastroianni.
E vinse numerosi premi:
- Sant Jordi Award come miglior film straniero al Festival di Barcellona
- Fotogramas de plata come miglior film straniero assegnato dalla critica cinematografica spagnola
- Premio come miglior attore protagonista a Marcello Mastroianni al Festival di Cannes
- Nastro d’Argento a Marcello Mastroianni come miglior attore protagonista
- David di Donatello come miglior attore protagonista a Marcello Mastroianni
- David di Donatello come miglior attrice protagonista a Elena Sofonova.

Profilo di Nikita Michalkov (1/3)
Profilo di Nikita Michalkov (3/3)
Recensione a 12 di Nikita Michalkov

Scritto da Vianne

Profilo di Nikita Michalkov (1/3)

Giovedì, 7 Agosto 2008

Il cinema russo è un cinema molto affascinante e interessante e vanta ottimi registi e attori di altissimo livello. Purtroppo, la censura e la totale chiusura all’estero dell’Unione Sovietica prima, e le logiche puramente commerciali delle major di distribuzione europee e Usa poi, non hanno mai permesso al grande pubblico occidentale di conoscerlo e apprezzarlo come meriterebbe.
Nikita Michalkov, grazie alla sua straordinaria bravura, oltre che alle scelte estetiche, poetiche e filmiche che hanno caratterizzato la sua carriera, è uno tra i pochissimi registi, sovietici prima e russi poi, ad essere conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. E giustamente, visto che, oltre ad essere il più importante regista russo contemporaneo, è autore di alcuni tra i film più belli degli ultimi decenni.

Nato a Mosca nel 1945 da una famiglia di antichissima ascendenza nobiliare e appartenente all’intelligencja russa e sovietica - il bisnonno materno era il pittore Vasilij Surikov, il nonno materno il pittore Petr KonÄalovskij, la madre la poetessa Natalija KonÄalovskaja, il padre, Sergej Michalkov, scrittore molto noto di libri per bambini oltre che autore del testo dell’inno nazionale sovietico e russo, il fratello maggiore, noto con lo pseudonimo di Andrej KonÄalovskij, regista affermato in Unione Sovietica e poi emigrato negli Usa e autore di molti film di cassetta hollywoodiani - si appassiona da subito alla recitazione. Tanto che, ancora bambino, riesce ad iscriversi alla più prestigiosa e importante scuola teatrale sovietica, la scuola del Teatro d’Arte di Mosca. E, adolescente, passa poi a studiare recitazione nell’altrettanto famosa e rinomata scuola del Teatro Vachtangov di Mosca.
Dalla fine degli anni ‘50, quindi ancora adolescente, cominciò a lavorare nel cinema, dapprima recitando piccole parti, poi ruoli più importanti. La passione per il cinema lo spinge a scegliere di occuparsi anche di regia e, negli anni ‘60, riesce ad accedere ai corsi di regia della prestigiosissima Scuola Statale di Cinema dell’URSS, dove si diploma nel 1970.
Da quel momento Michalkov è riuscito a dedicarsi a entrambe le sue passioni, la recitazione e la regia - quest’ultima accompagnata dall’attività di sceneggiatura - realizzando lavori sempre di alta qualità e premiati da ottimi riconoscimenti di critica e di pubblico.

In questo articolo, che per ovvi motivi non potrà essere nulla più che una rapida scheda e che pubblichiamo in 3 parti, accenniamo solo ai suoi lavori come regista cinematografico, riservandoci di completare più avanti il suo profilo per quanto riguarda la sua attività di sceneggiatore, regista televisivo e attore cinematotografico e televisivo.

Gli esordi alla regia e i primi successi internazionali (1967-1977)

Le prime prove registiche di Michalkov sono 3 cortometraggi girati come studente dell’Istituto di Cinema:
- La bambina e le cose (DevoÄka i veÅ¡Äi, 1967)
- E io vado a casa (A ja uezžaju domoj, 1968)
- Un giorno tranquillo alla fine della guerra (Spokojnij den’ v konce vojny, 1970), cortometraggio realizzato come lavoro di diploma all’Istituto di Cinema

Nel 1974 appare il suo primo lungometraggio, Amico tra i nemici, nemico tra gli amici (Svoj sredi Äužich, Äužoj sredi svoich, 1974). Ambientato alla fine della Guerra Civile in URSS, racconta la storia di un furto d’oro su un treno ad opera di un gruppo di banditi e l’audace azione dell’eroico protagonista per recuperare il bottino e smantellare la rete di criminali che aveva organizzato il furto.
E’ un film d’avventura brillante e ricco d’ironia e che per lo stile e le scene d’azione richiama volutamente, pur nella diversa ambientazione e con una trama patriottica, i western americani, tanto che alcuni critici lo hanno paragonato al film di George Roy Hill Buth Cassidy.
In questo film Michalkov, come farà spesso nei lavori da lui diretti, lavora anche come attore, interpetando la parte del capo dei banditi. (Vedi foto)

Nel 1976 esce il suo secondo film, Schiava d’amore (Raba ljubvi, 1976), un melodramma ambientato in Crimea durante la Guerra Civile. Racconta la storia di una troupe cinematografica che, mentre impazza la guerra civile e gli scontri tra Armata Rossa e Armata Bianca devastano il paese, è impegnata a girare un film intitolato “Schiava d’amore” senza quasi accorgersi di cosa accade nel mondo fuori dal set. In particolare la protagonista è del tutto estranea agli eventi che la circondano, eventi che non capisce e di cui non vuole sapere niente. Fino a quando la violenza della guerra non irrompe nella sua vita sentimentale facendole scegliere da che parte stare…
Questo film ebbe grandissimo successo anche all’estero, soprattutto in America, e fece conoscere l’allora trentenne regista a tutto il mondo. Oltre a fargli vincere il suo primo premio internazionale (il primo di una lunghissima serie), il premio per la miglior regia al festival cinematografico di Teheran.

L’anno dopo esce il bellissimo Partitura incompiuta per pianola meccanica (NeokonÄennaja p’esa dlja mechaniÄeskogo pianino, 1977), liberamente tratto dal dramma di ÄŒechov Platonov. E’ un film corale ambientato alla fine dell’800 nella tenuta di una ricca vedova che ha invitato alcuni amici, parenti e vicini a una festa a base di danze zigane, fuochi d’artificio e una nuovissima pianola meccanica. Ma alla festa, all’insaputa uno dell’altra e accompagnati dai rispettivi coniugi, si reincontrano un uomo e una donna che in passato si erano molto amati e poi lasciati. E questo incontro provoca grandi turbamenti e un grande cambiamento all’atmosfera della festa, che smette di essere un garbato incontro mondano, luogo di chiacchiere gradevoli, leggere ed educate per trasformarsi a poco a poco nel luogo dove emergono delusioni, frustrazioni, sogni infranti e occasioni perdute dei vari personaggi.
Michalkov, appena 32enne, con questo film confermò la sua fama in patria e e all’estero e vinse due prestigiosi premi internazionali: il primo premio al festival cinematografico di San Sebastian e il David di Donatello dell’Accademia del cinema italiano come miglior film straniero.

Profilo di Nikita Michalkov (2/3)
Profilo di Nikita Michalkov (3/3)
Recensione a 12 di Nikita Michalkov

Scritto da Vianne



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