L’esperienza di Billy come Babbo Natale di Cornelia Redmond

(0 commenti) | Commenta | Inserito il dic 22, 2015 in Blog, In Libreria, Racconti

Senza-titolo-1In occasione del Natale pubblichiamo la traduzione di un breve e divertente racconto di Natale scritto alla fine del XIX secolo da Cornelia Redmond, un’autrice statunitense contemporanea di Mark Twain.
Il testo apparve per la prima volta nel Natale 1891 su una serie di giornali locali degli Stati Uniti e fu poi ristampato nell’antologia di racconti natalizi per bambini A Budget of Christmas Tales (Una raccolta di racconti di Natale), pubblicata a New York nel 1895, e reperibile su Project Gutemberg.

Il racconto narra le avventura di Billy, un Gian Burrasca d’oltreoceano che, per far divertire il fratellino, la notte della vigilia di Natale decide di travestirsi da Babbo Natale e…

Buona lettura e buon Natale a tutti!

 

L’esperienza di Billy come Babbo Natale di Cornelia Redmond

Naturalmente io non credo in nessun signor Babbo Natale, ma Tommy sì. Tommy è il mio fratellino di sei anni. Il Natale scorso ho pensato di far divertire il ragazzino facendo io la parte di Babbo Natale, ma come succede sempre quando cerco di rallegrare qualcuno sono riuscito solo a mettermi nei guai.

La Vigilia di Natale sono andato a letto piuttosto presto, così da dare ai miei genitori la possibilità di tirar fuori i regali dall’armadio nella stanza della mamma dove erano stati chiusi a chiave dopo essere stati comprati. Mi sono tenuto addosso i vestiti, tranne le scarpe, e ci ho indossato sopra la camicia da notte così da sembrare a posto se qualcuno di loro mi si fosse avvicinato. Poi ho aspettato, dandomi dei pizzicotti per tenermi sveglio. Dopo un po’ il papà è entrato in camera con un sacco di cose che ha adagiato sul letto di Tommy. Poi è entrata la mamma e ha messo delle cose sul mio e nelle nostre due calze appese al camino. Dopo di che se ne sono andati tutti e due zitti zitti e poco dopo si sono spente anche tutte le luci.

Sono andato avanti a darmi pizzicotti e aspettare per un po’ e, quando poi sono stato sicuro che dormissero tutti, mi sono alzato. Per prima cosa sono andato nella camera di mia sorella e le ho preso il tappeto di pelo bianco che la mamma le aveva regalato al suo compleanno e la mantellina di pelliccia di foca appesa alla porta dell’armadio. Mi sono legato la mantellina in testa con le stringhe delle scarpe ed è diventata un gran bel cappello. Poi mi sono avvolto nel tappeto di pelo e l’ho fissato con delle grosse spille da balia trovate nei reggicalze di Tommy. Dopo di che ho preso il nuovo cesto da cucito della mamma, decorato con delle rose ricamate dalla signora Simmons per la festa di beneficenza della chiesa, e ci ho infilato dentro tutti i giocattoli del bambino. Me lo sono legato sulla schiena con le bretelle del papà e quindi mi sono avviato al tetto.

Mi sono fatto un po’ male alle dita aprendo l’abbaino ma ho continuato ad andare avanti. Nevicava fitto fitto e mi sono fermato e ho lasciato che i fiocchi mi coprissero per benino. Poi sono andato carponi fino al camino che dava nella nostra stanza e mi ci sono arrampicato in cima. Mi ero portato dietro la lanterna della bicicletta e l’ho accesa così che Tommy potesse vedermi mentre entravo in camera scendendo dal camino.

Dentro il camino non sembravano esserci posti dove potessi appoggiare i piedi, ma il soffitto della nostra stanza non era molto alto e spesso l’avevo quasi toccato facendo dei salti, così mi sono lasciato andare e suppongo di essere sceso. Ma per un bel pezzo non ho saputo più nulla. Poi mi sono svegliato nel buio più fitto e con il mal di testa e quando ho cercato di girarmi nel letto ho scoperto che non ero affatto a letto e che le braccia e le gambe cominciavano a farmi terribilmente male, soprattutto un braccio che era piegato su se stesso. Ho cercato di alzarmi ma non ci sono riuscito perché le ossa mi facevano male e avevo un gran freddo e non c’era niente su cui appoggiarsi. Ero proprio incastrato. A quel punto mi son messo a piangere e poco dopo ho sentito la voce della mamma che diceva al papà:

«Nel camino devono esserci dei passeri che fanno questo baccano. Accendi la legna nel caminetto dei ragazzi».

Ho sentito il papà sfregare un fiammifero per accendere la luce e poi la legna ha iniziato a crepitare. E poi, accipicchia! Ha cominciato a far caldo e a riempirsi di fumo e io ho urlato:

«Aiuto! Omicidio! Spegnete quel fuoco se non volete bruciarmi!»

Allora ho sentito il papà calpestare la legna e la mamma strillare:

«Dov’è Billy? Dov’è il mio bambino?»

Subito dopo si è svegliato Tommy e si è messo a piangere ed è stato tutto terribile, specie i miei dolori dappertutto. Poi il papà ha gridato in modo molto severo:

«William, se sei in quel camino vieni giù immediatamente!» e io ho risposto, piangendo, che l’avrei fatto se avessi potuto, ma ero incastrato e non potevo.

Allora ho sentito il papà vestirsi e poco dopo lui e John della scuderia sono saliti sul tetto e hanno fatto scendere delle corde che mi sono legato intorno e mi hanno tirato su.

Stava cominciando ad albeggiare proprio allora e io ero tutto nero e sporco di fuliggine e graffiato e col braccio rotto.

Mi hanno sgridato tutti, tranne la mamma. Avevo rovinato il tappeto bianco di mia sorella e rotto tutti i giocattoli di Tommy e la neve entrata dall’abbaino si era sciolta e aveva macchiato il soffitto del salotto. Inoltre, credo che al papà sia costato un bel po’ farmi rimettere a posto il braccio. Nessuno ha creduto che avessi solo intenzione di far divertire Tommy e il mio braccio e tutti i miei lividi mi hanno fatto un male tremendo a lungo. Se anche dovessi vivere mille anni, non farò mai più Babbo Natale.

Titolo originale: Billy’s Santa Claus Experience
Tradotto da Vianne

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Racconto – Sogno di Natale di Luigi Pirandello

(1 commento) | Commenta | Inserito il dic 23, 2011 in Blog, Racconti

Con l’avvicinarsi del giorno più atteso dell’anno, il giorno di festa per eccellenza, il Natale, pubblico in questo articolo un breve racconto del grande Luigi Pirandello che racconta un sogno triste e allegro, una serie di domande e dubbi, aspetti di vita contrastanti tra loro che fanno parte di questo giorno di festa.

Sogno di Natale fa parte di una raccolta di racconti intitolata Sogno di Natale e altri racconti dove Pirandello dedica un’attenzione particolare all’insieme del rapporto con la Divinità. Il racconto infatti è in parte un dialogo, una ricerca, che Gesù e il protagonista fanno girando per case e osservando situazioni diverse in esse presenti.

 

Sogno di Natale di Luigi Pirandello

 

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

- Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

- Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

- Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

- E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

- Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

- La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

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Racconti: Il lupo e il cane di Fedro

(3 commenti) | Commenta | Inserito il ott 2, 2011 in Blog, Racconti

Inauguriamo oggi una nuova rubrica del blog dedicata alla pubblicazione di brevi racconti della tradizione letteraria italiana e non.

Come primo testo abbiamo scelto un brano che appartiene alle radici più profonde della cultura e della storia letteraria italiana ed europea: Il cane e il lupo, favola dello scrittore latino Fedro (ca. 20 a.C – 50 d.C.).

La favola, che di solito è considerata narrativa minore e riservata ai bambini, è in realtà uno dei generi letterari più antichi ed è stata usata fin dai primordi dell’umanità per raccontare per via indiretta debolezze, vizi e difetti degli esseri umani.

Il genere letterario favola ha infatti delle caratteristiche molto precise:
- è un breve componimento in prosa o in versi
- ha per protagonisti – in funzione di rappresentanti di vizi e difetti umani – animali e talvolta piante o oggetti inanimati
- ha una morale che di solito esprime in modo esplicito e diretto nelle parole finali

E queste caratteristiche, naturalmente, sono tutte presenti nel Lupo e il cane di Fedro. Una favola che, pur con i suoi oltre 2500 anni di età (la prima versione fu infatti composta dal favolista greco Esopo nel VI sec. a. C e fu poi ripresa e riscritta in latino da Fedro nel I secolo d.C.) è a mio parere più attuale che mai e mette in rilievo uno degli eterni dilemmi dell’essere umano: il benessere materiale vale la perdita della libertà, dell’autonomia e dell’indipendenza?

Buon lettura!

 

 

Il lupo e il cane – Fedro

(I secolo d.C.)

Quanto sia dolce la libertà, voglio esporlo in breve.
Un lupo, sfinito dalla magrezza, si imbatté per caso in un cane ben pasciuto. Si salutarono e si fermarono a parlare:
“Dimmi un po’, come fai a essere così bello lustro? Che cosa hai mangiato per avere messo su tanta carne? Io, che sono molto più forte, muoio di fame”.
Il cane con franchezza: “Puoi essere nella mia stessa condizione se sei disposto a prestare al padrone un servizio come il mio”.
“Quale?”, chiese il lupo.
“Custodire il portone e proteggere di notte la casa dai ladri”.
“Io sì, sono pronto: ora mi tocca sopportare neve e pioggia; dura è la vita che trascino nei boschi. Come sarebbe più facile per me vivere sotto un tetto, e saziarmi di cibo abbondante senza fare nulla!”.
“Allora vieni con me”.

Cammin facendo, il lupo scorge il collo del cane spelato dalla catena.
“Come te lo sei fatto, amico?”
“Non è nulla”.
“Ma dimmelo, per piacere”.
“Dato che appaio aggressivo, durante il giorno mi tengono legato, perché dorma quando c’è il sole, e stia sveglio quando è notte: mi sciolgono al crepuscolo, e allora vado in giro dove mi pare. Mi portano il pane senza che io lo deva chiedere; il padrone mi dà gli ossi della sua tavola; la servitù mi getta bocconi e le pietanze di cui non ha più voglia. Così, senza fatica, la mia pancia si riempie”.
“Di’ un po’, se ti viene voglia di andartene a zonzo, hai la libertà di farlo?”
“Ma certo che no”, rispose.
“Goditi pure, cane, le delizie che decanti: non voglio essere re, se non posso essere libero come voglio io”.

 

Traduzione tratta dall’ebook Fedro – Tutte le favole pubblicato a cura di Silvia Masaracchio e disponibile sul sito Bachecaebookgratis.

La versione originale latina della favola “Lupus ad canem” può essere reperita sul sito Inter nos

Chi volesse avere una prima informazione su Fedro può consultare il profilo dell’autore pubblicato su Enciclopedia Treccani

Scritto da Vianne

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