Racconto per ragazzi – Paura del buio di Ray Bradbury

(0 commenti) | Commenta | Inserito il ott 31, 2016 in 3 - La penna e la tela, Blog, Fiabe, In Libreria

Non sarà spaventoso, dell’orrore, “Halloween-iano” ma poco importa, un racconto è un racconto e se la Notte è la protagonista, basta immaginazione, fantasia, e può anche trasformarsi in un racconto dell’orrore in questa notte di Halloween! ;)

Paura del buio fa parte di una antologia per ragazzi – Accendi la notte (Switch on the Night) – scritta da Ray Bradbury.

 

Accendi la notte di Ray Bradbury

Accendi la notte di Ray Bradbury

 

Paura del buio di Ray Bradbury

C’era una volta un ragazzo cui non piaceva il buio.
Amava lanterne e lampade, torce e candele, fiammate e fasci di luce.
Ma non amava il buio, cioè la Notte. Non amava per niente gli interruttori della luce, perché gli interruttori spegnevano le luci gialle, quelle verdi e quelle bianche, le luci dell’ingresso, le luci di tutta la casa. Non avrebbe voluto per nessuna ragione toccare l’interruttore. E non sarebbe mai andato a giocare fuori, al buio.
Una notte, il ragazzo si aggirava tutto solo per la casa.
Mio Dio, che splendore di luci! Sembrava che la casa fosse in fiamme!
Tutto a un tratto sentì un tocco alla finestra.
Una ragazza stava là in piedi in mezzo alle luci bianche, le luci brillanti, le luci dell’ingresso, le luci piccole, le luci gialle, le luci calde.

Il mio nome è Oscuro – disse. Aveva i capelli scuri, gli occhi scuri, e indossava un vestito scuro e scarpe scure.
Ma il suo viso era bianco come la luna.
Tu sei triste e solo -disse. -Ti presenterò alla Notte e diventerete amici.
E spense una luce del portico.
Lo vedi – gli disse. – Non si è spenta la luce.
No! Semplicemente si è accesa la Notte. Tu puoi accendere e spegnere la Notte, proprio come puoi accendere e spegnere la luce.
E con Io stesso interruttore! Quando tu accendi la Notte, accendi anche i grilli!
E accendi le rane. E accendi le stelle! Chi può sentire i grilli e le rane con le luci accese? Nessuno. Chi può vedere le stelle e la luna con le luci accese?
Nessuno. Capisci che cosa stavi perdendo? Hai mai pensato di accendere i grilli e le rane? Hai mai pensato di accendere le stelle e l’immensa luna?
No – disse il ragazzo.
Bene, prova! – disse Oscuro.
E così fecero. Andarono su e giù per le scale per accendere la Notte.
Per accendere l’oscurità. Per far vivere la Notte in ogni stanza.
In quel momento il ragazzo fu davvero felice.

Tags : , , , , ,

 

Fiaba – Il vaso rotto di Joseph Jacobs

(0 commenti) | Commenta | Inserito il feb 26, 2012 in Blog, Fiabe, In Libreria

Una piccola ma significativa fiaba dal titolo Il vaso rotto di Joseph Jacobs (1854 – 1916) ho scelto per questa domenica a rappresentare che i progetti che si fanno, i sogni, sono tanti ma che alla fine bisogna stare attenti e fare sempre i conti con la realtà.

Tratta dalla raccolta «Indian Fairy Tales, 1912», Il vaso rotto è una fiaba popolare che dà vita anche ad un detto usato nel paese d’origine dell’autore.

 

Il vaso rotto

 

C’era una volta in un certo paese un Bramano di nome Svabhavakripana, che significa «taccagno nato». Aveva accumulato grandi quantità di riso chiedendo l’elemosina, e dopo averselo mangiato tutto a cena, riempì un vaso con quel poco che ne restava. Appese il recipiente al muro, si sdraiò sul divano sottostante guardando intensamente verso il vaso e cominciò a pensare:

‘Ecco, il vaso è pieno di riso; se dovesse esserci una carestia, ne ricaverei almeno un centinaio di rupie vendendolo. Con quei soldi comprerò due capre, che mi faranno i capretti ogni sei mesi, così in poco tempo avrò un intero gregge. Poi, vendendo qualche capra, comprerò anche delle vacche, così mi faranno i vitelli. Venderò i vitelli, e con il ricavato mi comprerò i bufali, e con i bufali, comprerò anche le giumente, le quali partoriranno tanti cavalli. E quando li avrò venduti, farò un sacco di oro, e con l’oro potrò comprarmi una grande casa a quattro ali. E così un bravo Bramano verrà a casa mia, e mi darà in sposa la sua bella figlia, con la sua ricca dote. Essa mi darà un figlio, e lo chiameremo Somasarman. Quando sarà grande abbastanza per saltellare sulle ginocchia di suo padre, siederemo insieme con un libro sul retro della scuderia, mentre io leggerò, il ragazzo mi vedrà, salterà dalle ginocchia della mamma e verrà sulle mie. Se si avvicinerà troppo agli zoccoli del cavallo, mi farà arrabbiare e chiamerò sua madre di prendere il bambino. Ma già immagino che naturalmente non mi ascolterà perché sarà troppo presa da qualche mestiere domestico: allora mi alzerò e le darò un tale calcione nel sedere che..’

E nel dire fra sé e sé così, diede un tale calcio con il piede al vaso, che si ruppe in mille pezzi, e tutto il riso gli si rovesciò addosso, riempiendolo di bianco. Perciò da quel momento è nato il detto:

«Essere come il padre di Somasarman: quello sciocco che faceva sciocchi programmi per il futuro, che diventò tutto bianco.»

Testo e traduzione tratti dal sito Parole d’autore

Tags : , , , , ,

 

Fiaba – Il grano saraceno di Hans Christian Andersen

(0 commenti) | Commenta | Inserito il nov 13, 2011 in Blog, Fiabe

Tra i vari scrittori di fiabe, e ce ne sono di davvero bravi, Hans Christian Andersen (1805 – 1875) devo confessare essere il mio preferito ed è per questo che ritorno con piacere a parlare di lui e questa volta lo faccio con un’altra piccola fiaba dal titolo Il grano saraceno.

 

Il grano saraceno

Molto spesso capita che, se si passeggia dopo un temporale in un campo dove cresce il grano saraceno, si scopre che questo è diventato tutto nero e bruciacchiato; come se una fiamma vi fosse passata sopra, il contadino infatti dice: «È stato colpito dal fulmine!» ma perché è stato colpito? Ora vi racconterò quello che un passerotto mi ha detto una volta, e il passerotto lo ha sentito da un vecchio salice che si trova ancora oggi proprio vicino a un campo di grano saraceno.

Era un salice molto grande e onorevole, ma ormai vecchio e grinzoso: aveva una fenditura proprio nel mezzo, e là crescevano l’erba e cespugli di more. Il salice è piegato in avanti, e i rami sono chini verso terra e sembrano lunghi capelli verdi.

Nei campi intorno all’albero crescevano grano, segala, orzo e avena, sì proprio la bella avena che quand’è matura sembra una folla di piccoli canarini dorati appoggiati su un ramo. Il grano stava lì, benedetto, e quanto più era pesante, tanto più si piegava verso il basso per devota umiltà.

C’era anche un campo di grano saraceno, che si trovava più vicino al vecchio salice, ma il grano saraceno non si piegava affatto come l’altro grano, restava dritto e pieno di superbia.
«Io sono ricco come la spiga di grano» diceva «ma sono molto più bello, i miei fiori sono più graziosi, profumano come i fiori del melo, è un piacere guardarmi, conosci forse qualcuno più bello di me, vecchio salice?»
E il salice annuiva col capo, come per dire: “Certo che lo conosco!”, ma il grano saraceno si gonfiava di orgoglio e diceva: «Che stupido albero, è così vecchio che gli cresce l’erba nella pancia!».

Improvvisamente venne brutto tempo, tutti i fiori del campo richiusero i loro petali e chinarono le graziose testoline, mentre la tempesta passava sopra di loro; il grano saraceno invece se ne stava dritto nella sua superbia.

«Piega la testa come facciamo noi!» gli dissero i fiori.
«Io non ne ho bisogno!» rispose il grano saraceno.
«Piegati come facciamo noi!» gridò il grano «adesso passerà in volo l’angelo della tempesta! Ha grandi ali che vanno dalle nuvole del cielo alla terra, ti colpirà prima ancora che tu possa chiedergli di risparmiarti!»
«Ma io non voglio piegarmi» replicò il grano saraceno.
«Chiudi i fiori e piega le foglie!» gli disse anche il vecchio salice «non guardare il fulmine mentre si stacca dalla nuvola, neppure gli uomini osano guardare, perché attraverso il fulmine si può vedere nel cielo di Dio, ma tale vista rende ciechi gli uomini; che cosa succederebbe quindi a noi piante della terra, se osassimo guardare, noi che siamo molto inferiori?»
«Molto inferiori?» disse il grano saraceno. «Voglio proprio vedere nel cielo di Dio!» gridò pieno di superbia e arroganza.
Giunse il fulmine e sembrò che tutto il mondo fosse una sola fiamma di fuoco.

Quando il brutto tempo si calmò, i fiori e il grano si ritrovarono immersi in un’aria pulita, rinfrescata dalla pioggia, ma il grano saraceno era stato bruciato dal fulmine, e ora non era altro che una inutile erba morta nel campo.
Il vecchio salice agitò i rami al vento e dalle verdi foglie caddero grosse gocce d’acqua; sembrava che l’albero piangesse.

Allora i passerotti chiesero: «Perché piangi? Qui tutto è benedetto dal Signore; guarda come splende il sole e come corrono le nuvole, non senti che profumo viene dai fiori e dai cespugli? Perché piangi dunque, vecchio salice?».

E il salice raccontò allora della superbia e dell’arroganza del grano saraceno, e della punizione che non manca mai. Io che vi racconto la storia, l’ho sentita dai passerotti; me l’hanno raccontata una sera che ho chiesto che mi narrassero una storia.

tratto da : Andersenstories

Tags : , ,

 

Fiaba – I tre anelli di Luigi Capuana

(0 commenti) | Commenta | Inserito il ott 23, 2011 in Blog, Fiabe

E ritorniamo dopo un po’ di tempo a segnalare e arricchiere la nostra rubrica dedicata alla fiabe e alle favole!

Questa volta segnaliamo una fiaba di uno scrittore italiano, Luigi Capuana (1839 – 1915), contenuta nella raccolta C’era una volta…fiabe del 1882.

I tre anelli, un componimento davvero bello che rispecchia un periodo antico, il modo di vivere e pensare dell’epoca.

 

 

I tre anelli di Luigi Capuana

 

C’era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell’altra. Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po’ difficile a trovarsi.
Un giorno questo povero padre pensò d’andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perché mi hai tu chiamata?
- Ti ho chiamata per le mie figliuole.
- Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani.
Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:
- La vostra fortuna è trovata!
E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:
- La prima scelta tocca a me. Sceglierò il meglio!

Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perché m’hai tu chiamata?
- Ecco la mia figliuola maggiore.
La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d’oro, uno d’argento, uno di ferro e li mise sulla palma della mano:
- Scegli, e Dio t’aiuti!
- Questo qui.
Naturalmente prese l’anello d’oro.
- Maestà, vi saluto!
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due:
- Diventerò Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!

Il giorno dopo andò col padre l’altra figlia.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cavò di tasca due anelli, uno d’argento ed uno di ferro:
- Scegli, e Dio t’aiuti!
- Questo qui.
E, s’intende, prese quello d’argento.
- Principessa vi saluto!
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornata a casa, quella disse alla maggiore:
- Se tu sarai Regina, io sarò Principessa!
E tutt’e due si diedero a canzonare la sorella minore:
- Che volete? Chi tardi arriva male alloggia. Dovea venire al mondo prima.
Lei zitta.

Il giorno dopo andò col padre la figliuola minore.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli, uno d’oro, uno d’argento e uno di ferro:
- Scegli, e Dio t’aiuti!
- Questo qui.
Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.
La vecchia non le disse nulla, e sparì.
Per la strada il sarto continuò a brontolare:
- Perché non quello d’oro?
- Il Signore m’ispirò così.
Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.
- Facci vedere! Facci vedere!
Come videro l’anello di ferro, si contorcevano dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo avea scelto fra uno d’oro e uno d’argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono.
E lei, zitta.

Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano gli anelli della buona sorte. Il Re del Portogallo dovea prender moglie e venne a vederle. Rimase ammaliato dalla maggiore:
- Siate Regina del Portogallo!
La sposò con grandi feste e la menò via.
Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.
- Siate Principessa!
La sposò con grandi feste e la menò via.
Restava l’ultima. Non la chiedeva nessuno.
Un giorno, finalmente, si presentò un pecoraio:
- Volete darmi questa figliuola?
Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa, era montato in superbia e rispose:
- Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l’abbiamo.
Stava per passare un altr’anno. La minore restava sempre in casa, e il padre non faceva altro che brontolare giorno e notte:
- Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo anello di ferro.
E all’anno appunto, tornò a presentarsi il pecoraio:
- Volete darmi quella figliuola?
- Prendila – rispose il sarto. – Non si merita altro!
Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la menò via.

Allora il sarto disse:
- Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina.
La trovò che piangeva.
- Che cos’hai, figliuola mia?
- Sono disgraziata! Il Re vorrebbe un figliuolo, ed io non posso farne. I figliuoli li dà Dio.
- Ma l’anello della buona fortuna non giova a nulla?
- Non giova a nulla. Il Re mi ha detto: « Se fra un anno non avrò un figliuolo, guai a te! ». Son certa, babbo mio, che mi farà tagliar la testa.
Quel povero padre, come potea rimediare? E partì per far visita alla figliuola Principessa. La trovò che piangeva.
- Che cos’hai, figliuola mia?
- Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo due giorni.
- E l’anello della buona fortuna non giova a nulla?
- Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto: « Se questo che hai nel seno morrà anche lui, guai a te! ». Son certa, babbo mio, che mi farà scacciar di casa!
Quel povero padre che potea farci? E partì.

Per via gli nacque il pensiero d’andar a vedere l’altra figliuola, quella del pecoraio. Ma aveva vergogna di presentarsi. Si travestì da mercante, prese con sé quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina, arrivò finalmente in quelle contrade lontane.
Vide un magnifico palazzo stralucente, e domandò a chi appartenesse.
- È il palazzo del re Sole.
Mentre stava lì a guardare, stupito, sentì chiamarsi da una finestra:
- Mercante, se portate bella roba, montate su. La Regina vuol comprare.
Montò su, e chi era mai la Regina? La sua figliuola minore, la moglie del pecoraio. Quello rimase di sasso; non potea neppure aprir le cassette degli oggetti da vendere.
- Vi sentite male, poverino? – gli disse la Regina.
- Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!
Lei, che l’aveva riconosciuto, non permise che le si gettasse ai piedi, e lo ricevé tra le braccia:
- Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito.
Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:
- Questi doni son per voi. Questa nocciuola è per la sorella maggiore: questa boccettina di acqua per l’altra. La nocciuola, dee inghiottirsela col guscio; l’acqua, dee berne una stilla al giorno, non più. E che badino, babbo!

Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla minore e videro quella sorta di regali che loro inviava, arsero d’invidia e di dispetto:
- Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell’acqua!
La maggiore buttò la nocciuola in terra, e la pestò col calcagno. La nocciuola schizzò sangue. C’era dentro un bambino piccino piccino: lei gli aveva schiacciata la testa!
Il Re, visto quell’atto di superbia e il bambino schiacciato:
- Olà! – gridò – levatemela d’innanzi; mozzatele il capo!
E, senza pietà né misericordia, la fece mettere a morte.
L’altra, nello stesso tempo, avea cavato il turacciolo alla boccetta e, affacciatasi a una finestra, n’avea versata tutta l’acqua.
Sotto la finestra passavano dei ragazzi che trascinavano un gatto morto. L’acqua cadde su questo, e il gatto risuscitò.
- Ah, scellerata! – urlò il Principe. – Hai tolto la sorte ai nostri figliuoli!
E in quel momento di furore, la strangolò colle sue mani.

Il babbo tornò dalla figliuola minore, e raccontò, piangendo, quelle disgrazie.
- Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito. Appena avrò buone notizie, vi manderò a chiamare.
La sera tornò re Sole, e lei gli domandò:
- Maestà, che cosa avete visto nel vostro viaggio?
- Ho visto tagliar la testa a una Regina e strangolare una Principessa. Se lo meritavano.
- Ah, Maestà, eran le mie sorelle! Ma voi potete risuscitarle; non mi negate questa grazia!
- Vedremo! – rispose re Sole.

Il giorno dopo, appena fu giunto nel luogo dov’era seppellita la Regina, picchiò sulla fossa e disse:
- Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se dal buio volessi uscire,
Del mal fatto ti déi pentire.
- Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Dio gli dia male e malanno!
Vo’ la nuova avanti l’anno!
- Resta lì, donnaccia infame!

E il re Sole continuò il suo viaggio. Arrivato dov’era stata sepolta la Principessa, picchiò sulla fossa e disse:
- Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se vuoi tornare da morte a vita,
Del mal fatto sii pentita!
- Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Male occulto o mal palese,
Vo’ la nuova avanti un mese!
Resta lì, donnaccia infame!

Re Sole continuò il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono i vermi.

Stretta è la foglia, larga è la via.
Dite la vostra, ché ho detto la mia.

Tags : , , , ,

 

Fiabe – I desideri inutili di Charles Perrault

(0 commenti) | Commenta | Inserito il giu 26, 2011 in Blog, Fiabe

Ci sono fiabe senza tempo, fiabe che conservano la loro bellezza con il passare degli anni e che tutti, almeno una volta, abbiamo sentito raccontare o letto.

Tra le tante opere è giusto citare quelle più conosciute di Charles Perrault (1628 – 1703): Cappuccetto Rosso, Barbablù, La bella addormentata, Pollicino, Cenerentola e Il gatto con gli stivali, perchè è a lui dedicato questo articolo con una fiaba meno conosciuta ma altrettanto bella.

I desideri inutili

C’era una volta un povero boscaiolo che, stanco della sua faticosa vita, aveva una gran voglia, a quanto diceva, di andarsi a riposare nell’altro mondo. Infatti, dal giorno che era nato, la Provvidenza non aveva mai soddisfatto uno solo dei suoi desideri. Un giorno che si lamentava così nel bosco, ecco apparirgli, con tanto di fulmini in mano, Giove in persona. Figuratevi la paura che ebbe il pover’uomo. “Non desidero nulla” disse lui gettandosi con il naso a terra. “Niente desideri da parte mia, niente fulmini da parte vostra; signor mio, facciamo come se nulla fosse stato. “Non aver paura” gli rispose Giove, “i tuoi lamenti mi hanno commosso ed io vengo a dimostrarti che mi fai torto. Stammi bene a sentire: io, che sono il padrone del mondo intero, ti prometto di esaudire i primi tre desideri che tu formulerai su qualsiasi soggetto. Cerca quello che ti può rendere felice, cerca quello che ti può dar soddisfazione e, poiché la tua fortuna dipende dalle tue richieste, pensaci bene prima di pronunciarle.”

Così detto Giove se ne risalì in cielo, e il boscaiolo, tutto allegro, abbracciò in mancanza di meglio le sue fascine, se le mise in spalla per tornare a casa, e mai quel peso gli era parso tanto leggero. “In questa faccenda” diceva fra se trottando sulla via del ritorno, “non bisogna agire alla leggera. Si tratta di un caso interessante e sarà bene che mi consigli con mia moglie.” Perciò appena entrato nella sua capanna di giunchi, incominciò a gridare: “Vieni qua, Beppina, facciamo un bel fuoco e stiamo allegri, ormai siamo ricchi, ci resta solo da esprimere un desiderio! E le raccontò tutto. A sentire il fatto, sua moglie si sentì brulicare in testa un mucchio di desideri, ma capì che l’affare era serio e che bisognava andar cauti. “Amico Biagio” disse a suo marito, – non sciupiamo l’occasione con la nostra impazienza e riflettiamo bene a qual partito ci dobbiamo rivolgere in simile occorrenza. Qui devi essere serio, prudente e circospetto: rimettiamo a domani il primo desiderio e intanto andiamo a letto.” “Giusto” convenne quel brav’ uomo di Biagio. “Ma vammi a prendere un pò di vino dietro quelle fascine.”

Quando lei fu tornata col vino, Biagio bevve e schioccò la lingua contento allungandosi sulla sedia presso il fuoco. Poi, preso dal piacere del riposo, disse: “Con un così bel fuoco, come verrebbe a proposito una bella focaccia!” Non aveva ancor finito di parlare che sua moglie, piena di stupore, vide un’enorme focaccia spuntare dall’angolo del camino e avvicinarsi a lei. Diede subito un grido di meraviglia, ma non tardò a capire che quel portento era stato causato dal desiderio espresso da suo marito per pura stupidaggine, e allora incominciò a rovesciar vituperi sullo sciagurato sposo. “Come si fa a desiderare una focaccia?” diceva, “quando si possono chiedere imperi, ori, perle, rubini, diamanti grossi come nocciole e abiti da regina?” “Bé, ho avuto torto” rispose lui, “ho sciupato un desiderio, ho commesso una grande baggianata, farò meglio un’ altra volta.” “Bel discorso”, rimbecco lei. “Per desiderare una cosa simile bisogna essere più bestia di un bue!

Il marito, che incominciava ad arrabbiarsi, per poco non espresse entro di se il desiderio di essere vedovo, ma si trattenne. Tuttavia andò fuor dei gangheri lo stesso. “Gli uomini” gridò, son proprio nati per tribolare. Accidenti alla focaccia e a quando l’ho desiderata. Dio volesse, brutta pecora, che ti si attaccasse al naso! Subito il Ciel benigno la preghiera ascoltò e Biagio non l’aveva ancor finita che al naso della moglie inviperita quell’enorme focaccia si attaccò Al prodigio, egli restò assai male: Beppina era graziosa e, a dirla francamente a chi vuol sapere, quell’ornamento in faccia alla sua sposa non ci faceva punto un bel vedere. Tuttavia, con quel ciondolo sul mento, fu subito evidente che non potea parlar a suo talento: vantaggio così chiaro e manifesto, per uno sposo, che, per un momento, pensò quasi di non chiedere più niente e rinunciare al resto. ‘ Certo ‘ pensava tra se, ‘ dopo una simile disgrazia, col il desiderio che mi rimane potrei diventare re tutto d’un colpo. Nulla eguaglia, è vero, la grandezza di un sovrano, ma bisogna anche pensare alla faccia che avrebbe la regina, e al dolore che proverebbe se la mettessi sul trono con un naso lungo quattro spanne. Bisogna consultarla in proposito e far decidere a lei stessa se preferisce diventare regina tenendosi quel terribile naso, o rimanere boscaiola con il naso che aveva prima ‘. La cosa fu considera da ogni parte, e, sebbene ella conoscesse l’importanza di uno scettro e sapesse che, quando si è incoronati, si ha sempre un bel naso, tuttavia preferì riavere il suo bel nasino che essere brutta e regina. Così il boscaiolo rimase quello che era, non divenne monarca ne si riempì la borsa di scudi; e fu felice di poter impegnare l’ultimo desiderio che gli restava per rimettere la moglie nella condizione di prima.

Dobbiam dunque dir che i disgraziati, ciechi, imprudenti, inquieti ed avventati, faranno molto bene a rinunciare ad ogni desiderio e aver pazienza: perché pochi di loro sanno usare con senno i doni della Provvidenza.

Tags : , ,

 

Favola – L’aquila e lo scarabeo di Esopo

(0 commenti) | Commenta | Inserito il mag 29, 2011 in Blog, Fiabe

Una breve favola, scritta tanto tempo fa, che fa riflettere e pensare.

E’ una favola di Esopo (ca 620 a.C. – ca 560 a.C.) e si intitola L’aquila e lo scarabeo.

Da leggere tutta d’un fiato e pensare che non bisogna mai diprezzare qualcuno in quanto tutto si ritorce contro, ci vuole solo tempo affinché accada…una specie di “occhio per occhio, dente per dente”…

L’aquila e lo scarabeo

Un’aquila inseguiva una lepre; la quale, in mancanza d’altri protettori rivolse le sue Suppliche al solo essere che il caso le pose sott’occhio: uno scarabeo. Questo le fece animo e, quando vide avvicinarsi l’aquila, cominciò a pregarla di non portargli via la sua protetta. Ma quella, piena di disprezzo per il minuscolo insetto, si divorò la lepre sotto i suoi occhi. Da allora lo scarabeo, tenace nel suo rancore, non perdette più di vista i nidi dell’aquila: appena essa deponeva le uova, saliva su a volo, le faceva rotolare e le rompeva; fino al giorno in cui, cacciata da ogni parte, l’aquila, che l’uccello sacro a Zeus, si rifugiò presso dì lui e lo scongiurò di trovarle un luogo sicuro per covare. Zeus le concedette di deporre le uova nel suo proprio grembo. Ma quando lo Scarabeo se ne avvide, fece una pallottola di sterco, si levò a volo e, giunto sopra il grembo del dio, ve la lasciò cadere. Zeus, per scuotersi di dosso lo sterco, si alzò e, senz’avvedersene, gettò a terra le Uova. Da allora, dicono, nella stagione in cui compaiono gli scarabei, le aquile non covano.

Tags : , , ,