Il disco del mese – Back In Black degli AC/DC

(0 commenti) | Commenta | Inserito il apr 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Con qualche mese d’anticipo e approfittando del nostro appuntamento fisso con la rubrica de Il disco del mese, comincio a festeggiare il trentesimo compleanno di un album che rientra a pieno titolo tra le pietre miliari della musica: Back In Black degli AC/DC.

Pubblicato il 31 Luglio del 1980 e composto da dieci tracce, l’album simbolo degli AC/DC arriva ai giorni nostri con tutta la carica e la forza che lo caratterizzano. Non risente affatto dell’età anzi, sembra essere ringiovanito e non invecchiato. Quarantuno minuti di musica di grandissimo livello con un gruppo molto rodato che si intende con un solo sguardo. Tutti componenti della band infatti si trovano bene a suonare tra loro e dedicano Back In Black al scomparso e mai dimenticato Bon Scott.

E’ il primo album infatti che vede una nuova formazione e l’entrata di Brian Johnson alla voce. Un omaggio sicuramente ben riuscito e studiato nei minimi particolari.

Ma veniamo all’analisi delle canzoni e a tutto quello che esse generano in chi ha la fortuna di poterle ascoltare…

La canzone d’apertura è Hell’s bells e comincia in modo quasi sacro, l’inizio infatti è affidato a dei rintocchi di campana ai quali segue successivamente la chitarra con il suo riff sempre più pronunciato e sottolineato dal suono dei piatti e della grancassa. Un intro che rimane a lungo nella memoria e che rende spettacolare la canzone con i suoi stacchi e con i suoi suoni sporchi, duri, “on the road”. La voce è graffiante e caratterizzata da acuti e bassi, un brivido. E tutto questo fino al primo ritornello, immaginate come continua! Uno spettacolo. Hard rock puro. Grande brano d’apertura per un disco memorabile; il solo di chitarra non è da meno, arriva dopo due strofe e due ritornelli, Angus da’ il meglio di se. Suona solo come lui sa fare.

Ma la musica deve continuare e abbandonate le campane, tocca a Shoot to Thrill. Ritmo, ritmo e potenza. La voce è accompagnata dalla chitarra, i due fanno stacchi all’unisono e i riff che si ripetono sono sempre più forti, talmente forti che entrano dentro e scuotono, fan muovere. E’ inevitabile che la testa cominci a fare su e giù seguendo il ritmo, è questo il punto di forza della canzone: energia.
What Do You Do For Money fa proseguire il viaggio lungo la strada intrapresa, la via vincente: hard rock australiano. La chitarra va e viene, è questa la scelta fatta: un’alternanza, una presenza che comunque è continua. Il ritornello è in coro, tutto il gruppo canta e accompagna la voce solista. E poi si riprende fino alla fine.

Che cassa, ragazzi! Suona di brutto la batteria in Givin The Dog A Bone! E la chitarra, per non essere da meno, si esalta. La voce di Johnson sembra ancora più grezza del solito e poco definita ma in realtà è pulitissima e la canzone è perfettamente nelle sue corde: prevale durante i cori, sembra sforzarsi ma solo perchè tutto è tirato al massimo e nei limiti della velocità che caratterizza il genere.
Let Me Put My Love Into You potrebbe sembrare la prima ballad perchè comincia lenta e distorta, ma è solo l’impressione, non appena il brano si apre, tutto appare chiaro e gli AC/DC ritornano nel loro stile, a quello che riesce loro meglio: suonare. Bello il cambio ritmico presente prima del ritornello, è una specie di segnale che indica l’inizio di qualcosa.

E siamo arrivati alla vera perla del disco, alla canzone più famosa, a quella che conoscono anche i sassi perchè il suo ritmo è inconfondibile, la si indovinata alla prima nota. Stupenda, non mi vengono in mente altri aggettivi, insuperabile sia nelle parti cantate che nel ritornello che negli stacchi, in tutto. Gli AC/DC hanno fatto un super lavoro. Potrei commentarla all’infinito e trovare tanto tanti altri aggettivi e modi per descriverla che non mi basterebbero le parole e le pagine di un foglio: Back in Black è un simbolo. Il solo di chitarra rientra a pieno titolo nella lista dei soli del secolo, quelli che hanno segnato la musica. Angus ci mette l’anima. Fantastico.

You Shook Me All Night Long: un inizio blues, una chitarra distorta che continua anche quando la canzone comincia a prendere aria e a volare. Ritmica perfetta tra basso e batteria e la voce risulta essere insuperabile. La parte più bella a mio giudizio è il ritornello che rimane anche quando finisce e che lo si vorrebbe cantare all’infinito: “You Shook Me All Night Long”. Assolo di chitarra blues a richiamare l’inizio per poi procedere e arrivare al rock.
Have A Drink On Me. Un accordo, un accordo e uno stacco di batteria; comincia così questa canzone fino a crescere sempre più con la chitarra e con i suoni in generale. Anche questo brano è un hard rock duro e caratterizzato da un suono più pulito rispetto alle precedenti tracce. Dura troppo poco per poterlo apprezzare in pieno ma è anche vero che se durasse di più potrebbe rovinarsi. Va bene così. Angus esegue un bel solo di chitarra senza mai strafare o uscire dai binari del rock che solo lui sa percorrere così.

Shake A Leg. Batteria e chitarra sembrano il binomio preferito dagli ACDC. Dopo questi due strumenti comincia la voce che nel brano rimane anche da sola per la prima volta durante i diversi stracchi musicali. La musica aumenta in velocità, diventa più tirata e il piede batte a tempo e la testa anche. Stupenda canzone per fare un po’ di moto e per caricarsi di energia, energia che gli AC/DC in tutti gli album precedenti e successivi sono riusciti a conservare.
Peccato il disco è finito.
Rock And Roll Ain’t Noise Pollution è l’ultima canzone. Inizia dolce, il suono ricorda le vaste praterie e la calma nelle giornate assolate in campagna. Poi comincia. Piatti, piatti a non finire sul secondo e quarto movimento, prima che la voce prenda le redini di questa carovana. Una degna chiusura per un album unico.

Back in Black potrebbe sembrare monotono ma non è così. Le canzoni sono tutte diverse tra loro e la scaletta scelta riesce ad amalgamarle alla perfezione e a far percorrere una lunga strada, un’autostrada direi, magari la stessa di Highway to Hell – canzone uscita solo un anno prima con l’omonimo album.

Musicisti:

Brian Johnson – voce
Angus Young – chitarra solista
Malcolm Young – chitarra ritmica
Cliff Williams – basso
Phil Rudd – batteria

Tracklist:

1. Hells Bells – 5:13
2. Shoot to Thrill – 5:18
3. What do you Do For Money Honey? – 3:36
4. Giving the Dog a Bone – 3:32
5. .Let me Put my Love Into You – 4:15
6. Back In Black – 4:16
7. You Shook Me All Night Long – 3:30
8. Have a Drink on Me – 3:59
9. Shake a Leg – 4:06
10. Rock and Roll Ain’t Noise Pollution – 4:15

Tutti i brani sono di Malcolm Young, Angus Young e Brian Johnson.

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – G N’ R Lies dei Guns N’ Roses

(0 commenti) | Commenta | Inserito il mar 31, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

E’ trascorso già un mese dall’ultimo disco ed è arrivata l’ora della nostra consueta e immancabile rubrica Il disco del mese.
Di cosa parlerò questa volta? Semplice, mi sono accorto che tra tutti i gruppi, cantanti e recensioni scritte, loro non ci sono e siccome rappresentano sicuramente una pietra miliare del rock mi sembra arrivata l’ora di citarli: Guns N’ Roses.

I Guns N’ Roses hanno realizzato diversi dischi a partire dal 1987 fino ai primi Anni ’90 per poi sparire come gruppo a causa di diversi problemi. Ma in questo periodo hanno registrato e ripescato dal loro repertorio canzoni che hanno dato vita al loro secondo album, GN’R Lies.
Già perché questo disco, anche se della durata di soli trentatré minuti, è un doppio disco dove le prime quattro canzoni sono live ed estrapolate dall’EP Live ?!*@ Like a Suicide e le ultime quattro sono interpretate in acustico.

Pubblicato nel 1988 l’album presenta diversi brani e ha una storia di contestazioni alle spalle da parte critica che censurò soprattutto l’ultima canzone. Questo parlare in negativo fece escludere i Guns dal mega-concerto Band Aid.

Il brano di apertura ha un’energia paurosa e proietta chi l’ascolta nella dimensione live della band, in pieno concerto. Reckless Life infatti ha un ritmo incalzante e veloce, non lascia il tempo di respirare, l’unica cosa che si può fare è muoversi, saltare e cantare all’unisono con la voce inconfondibile di Axl Rose. Nella traccia non mancano i soli della chitarra di Slash caratterizzati da note distorte e rafforzate del basso di Duff: perfetto stile hard rock.
Segue Nice Boys, una cover, dove è la batteria ad aprire le danze. Anche questo brano è veloce, il metronomo oscilla a una velocità pazzesca e l’intera canzone viaggia a 100 Km/h più. E’ un viaggio nel vero mondo del rock n’ roll.
Il movimento finisce? Assolutamente no, con Move to the City ci si calma ma non così tanto. Il riff di chitarra entra subito in testa e i vari stacchi della canzone sono fenomenali: a differenza delle altre canzoni, almeno così sembra, la voce trova più spazio, si capisce di più e il “rumore” – che io chiamo musica – è più raccolto e prende volume solo nelle parti strumentali e nei passaggi da strofa a ritornello e viceversa.

Ed ecco qui il secondo omaggio del gruppo ad altri mostri sacri del rock: gli Aerosmith. La cover inserita per l’occasione è Mama Kin. Diversa senza ombra di dubbio dall’originale ma non meno bella. La voce di Axl non è quella di Steven Tyler e si sente ma i due son legati dal filo del Rock. Mama Kin è fantastica e i Guns riescono a far bella figura con questa loro interpretazione. In alcuni concerti live, durate l’esecuzione, Steven Tyler e Joe Perry salgono sul palco per dar supporto al gruppo – segno che la cover e il tributo sono ben riusciti e piaciuti agli artisti originali.

E il disco arriva a metà e si divide, si divide in due: comincia la parte acustica.
Il primo brano è Patience, bellissimo! Forse la canzone più bella dell’album a parer mio, c’è tutto in Patience: soli acustici, fischi, momenti di silenzio, cori e una lunga coda che fa venire i brividi. Da riascoltare all’infinito, la canzone è una scoperta continua, un sottofondo dolce e delicato.
Uses to Love Her ha un intro di chitarra leggerissimo seguito da un attacco di batteria più potente ma la vena acustica viene conservata e riconfermata in pieno. Anche qui i cori e le doppie voci non mancano: la voce graffiante di Axl naturalmente prevale sulle altre ma lo fa senza esporsi troppo, senza esagerare. Beh, dopo tutto è lui il cantante e mi sembra giusto che sia così.
You’re Crazy è l’unico brano riarrangiato per l’occasione perchè già presente nel primo lavoro prodotto dai Guns – Appetite for Destruction. La rielaborazione è uscita bene, da preferire al suono originale in alcuni passaggi.

E purtroppo l’album è finito. A chiudere il disco è quella che, come anticipato in precedenza, rappresenta la canzone più contestata del gruppo: One In A Million dove si fa riferimento in maniera dispregiativa a negri, omosessuali e a altre diversità. E’ così forte la critica ricevuta che i Guns furono accusati di xenofobia nonostante avessero dichiarato più volte di non avere nulla contro la diversità e le sue manifestazioni. One In A Million è la canzone che dura di più con i suoi sei muniti ma li vale tutti e la si ascolta tutta d’un fiato.

In generale GN’R Lies è un album ben riuscito che risultata, a distanza di anni, non solo sempre una scoperta ma molto vario perchè permette di farsi un’idea su come erano e cosa facevano i Guns nel loro periodo d’oro. I passaggi dalla versione live a quella in studio e acustica avvengono senza grossi salti. L’album è una lunga linea retta, un’autostrada nel deserto che si percorre a tutta velocità senza mai fermarsi.

Gruppo:

Axl Rose – voce
Slash – chitarra solista, chitarra folk
Izzy Stradlin – chitarra ritmica, chitarra folk, cori
Duff McKagan – basso, chitarra folk, cori
Steven Adler – batteria, percussioni

Tracklist:

1. Reckless Life (Rose/Weber) – 3:20**
2. Nice Boys (Anderson, Cocks, Leach, Royall, Wells) – 3:03 (Rose Tattoo Cover)
3. Move to the City (Stradlin, Del James, Weber) – 3:42***
4. Mama Kin (Tyler) – 3:57 (Aerosmith Cover)*
5. Patience (Guns N’ Roses) – 5:56
6. Used to Love Her (Guns N’ Roses) – 3:13
7. You’re Crazy (Guns N’ Roses) – 4:10
8. One In A Million (Guns N’ Roses) – 6:10

* La tracklist contiene anche una cover dal vivo di “Mama Kin”, uno dei primi singoli degli Aerosmith.
** La traccia “Reckless Life” è in realtà una cover rivisitata degli Hollywood Rose, e venne scritto da Chris Weber e Axl Rose.
***Anche il brano “Move to the City”, venne composto da Weber, assieme a Stradlin.

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Fabrizio De André (L’indiano) di Fabrizio De André

(0 commenti) | Commenta | Inserito il feb 28, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Il mese di Febbraio è giunto al termine ma prima dell’arrivo di Marzo, eccoci giunti al nostro appuntamento mensile con la grande musica: Il disco del mese.
In questa occasione voglio rendere ancora una volta omaggio all’indimenticabile Fabrizio De André, non solo per l’affetto e l’ammirazione che provo per lui – lo considero uno dei più grandi poeti-cantautori della musica italiana – ma per un motivo a cui tengo ancor di più: il settantesimo anniversario della sua nascita. Anche se scomparso più di dieci anni fa, il 18 febbraio del 2010, De André avrebbe compiuto settant’anni.

L’album che mi accingo a raccontare è del 1981, conosciuto dalla maggior parte delle persone come L’indiano anche se il nome completo è Fabrizio De André – L’indiano. E’ il secondo album che De André realizza con la collaborazione di Massimo Bubola sia per le musiche che per i testi. Il duo per questa occasione compone otto canzoni che analizzano e sovrappongono due civiltà così diverse tra loro eppure così simili: quella degli indiani americani e quella del popolo sardo – in qualche modo legata allo stesso De André.

L’album è importante per ciascuna delle sue tracce, ma su tutte spicca Hotel Supramonte, scritta dal Cantautore ricordando il sequestro subito, da lui e da Dori Ghezzi, parecchi anni prima proprio in Sardegna.

L’indiano comincia con un brano blueseggiante: Quello che non ho, dove il protagonista potrebbe essere non solo il cantautore ma anche il “famoso” indiano o l’abitante dell’isola italiana che elenca tutto quello che vede arrivare nella sua terra e che lui non possiede. Il paragone con il tempo attuale viene spontaneo, il protagonista della canzone non ha ville, Ferrari, beni di lusso ecc. ma vive la sua vita e sta bene.
Quello che non ho è uno dei brani più movimentati del disco e il contrasto con la seconda traccia, Canto del servo pastore, si sente perché ben definito: il ritmo è più lento. In Canto del servo pastore è il servo che parla, un servo a cui non è stato insegnato neanche il proprio nome. Anche qui, proprio come nel primo bano, tutto ciò che circonda il protagonista è accettato con benevolenza.

Proseguendo l’ascolto, è la volta di una delle canzoni più conosciute: Fiume Sand Creek. Si fa un passo avanti nel racconto (e nel disco), il protagonista questa volta è un bambino che con i suoi occhi descrive la strage degli indiani avvenuta nel 1864 ad opera di un colonnello, strage che non può passare inosservata e che tocca così tanto il cuore da dedicare il quarto brano a una preghiera: Ave Maria. La canzone in realtà è un canto tradizionale sardo che per effetti e atmosfera ricorda molto lo stile di un grandissimo gruppo: i Pink Floyd – spero di non aver esagerato, chiedo scusa se così, ma il paragone mi viene spontaneo.

Arrivati alla quinta traccia L’indiano subisce un cambiamento, come se si dividesse in due e cominciasse a raccontare altri mondi pur rimanendo sullo stesso tema. Le canzoni infatti sembrano diverse ma non lo sono, il legame c’è e lo si sente solo con un ascolto approfondito.
Hotel Supramonte è il primo brano che si incontra in questa seconda parte del disco e come anticipato in precedenza, narra del sequestro del cantautore e della moglie (Dori Grezzi), della loro prigionia e dei giorni che trascorrevano nel dubbio e nell’incertezza sul futuro.

“E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome / ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme / ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano / cosa importa se sono caduto se sono lontano / perché domani sarà un giorno lungo e senza parole / perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole / ma dove dov’è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.”

…non sono solo versi, è poesia!

In Franziska avviene una cosa strana, un capovolgimento, il narratore diventa una ragazza che racconta e parla dell’amore per un uomo, per un bandito che purtroppo non potrà mai star con lei. “Franziska è sola e stanca di aspettare“.
Ma l’amore finisce? Assolutamente no, come qualsiasi grande sentimento ritorna e questa volta lo fa in maniera dolce e allegra ma anche amara proprio come la storia che viene descritta in Se ti tagliassero a pezzetti.

Il brano di chiusura Verdi pascoli è un reggae. L’intro è affidato a Lele Melotti, alla batteria. Questa canzone è una sorta di confessione, dedica, da parte di un padre distratto ai suoi figli, la volontà di star loro vicino e di giocare senza perdere troppo tempo.

Fabrizio De André – L’indiano è un album il cui ascolto è consigliatissimo non solo per la presenza di canzoni fantastiche ma perché il De André qui rappresentato, pur conservando la poesia a cui siamo abituati, canta canzoni così diverse che la sorpresa è garantita e molto molto gradita.

Musicisti:
Gabriele Melotti (batteria),
Pier Michelatti (basso),
Tony Soranno (chitarra acustica e elettrica),
Mark Harris (tastiere)
…e tanti altri…

Tracklist:

1. Quello che non ho
2. Canto del servo pastore
3. Fiume Sand Creek
4. Ave Maria
5. Hotel Supramonte
6. Franziska
7. Se ti tagliassero a pezzetti
8. Verdi Pascoli

Di Fabrizio De André parliamo anche sul forum nel topic: Volammo Davvero…con Fabrizio De André!

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Creedence Clearwater Revival dei Creedence Clearwater Revival

(2 commenti) | Commenta | Inserito il gen 31, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Anni ’60 e Anni ’70, non so voi ma il mio cuore anche se non ha la stessa età di tutti i gruppi che c’erano in quel periodo, mi riporta lì, agli anni d’oro della musica rock, della Musica scritta con la M maiuscola, la musica che aveva qualcosa da dire e che si rinnovava di continuo proprio come le idee dell’epoca.
Ancora più indietro allora, se Il disco del mese precedente era del ’74, questa volta approdo alla fine degli Anni ’60 con il primo lavoro di un grandissimo gruppo, dei Creedence Clearwater Revival, che con il loro album regalano alla storia canzoni indimenticabili e vere pietre miliari che a distanza di anni conservano ancora il loro sapore originale, intatto anche dopo più di quarant’anni. Fantastico!

L’album scelto per rappresentare questo mese si chiama proprio come il gruppo, Creedence Clearwater Revival (ndr, CCR), ed è del 1968. Costituito da otto brani che variano dai due minuti agli otto, per un totale di circa trenta minuti di buona musica, CCR viaggia attraverso un rock genuino e contaminato da così tanto blues che i due generi si fondono e si confondono così bene che risulta difficile scinderli e capire dove comincia l’uno e dove finisce l’altro.

Ad aprire le danze di questo primo album è una cover memorabile la cui versione originale è di Jay Hawkins: I Put A Spell On You che il gruppo scelse non solo come prima canzone ma come primo singolo. Già dalle prime note si viene trasportati via, in un viaggio attraverso la musica e tra sonorità poco definite ma molto “pulite” per l’epoca in corso. Il solo di chitarra è affascinante e anche i diversi stacchi, i crescendo non sono da meno, il tutto si amalgama alla voce di John Fogerty in maniera perfetta. I Put A Spell On You è da ascoltare e riascoltare più volte senza interruzione fino a quando non la si sente dentro: è un uragano di emozioni e siamo solo all’inizio del disco, figuriamoci il resto!

Ma come tutte le cose belle la prima canzone arriva alla fine ma non bisogna disperarsi perchè a seconda traccia non è da meno. The Working Man è sicuramente diversa dalla precedente, è più blues: soprattutto nella chitarra e nei soli e negli stacchi. Caratteristica del brano è lo scambio, il botta e risposta, che c’è tra voce e chitarra solista. Molto bello.

Ed eccoci giunti alla vera perla del disco, alla canzone che anche i sassi conoscono e cantano perchè non si può non conoscere: Suzie Q. Che dire, è il brano più lungo e i suoi otto minuti se li merita tutti perchè è un condensato di emozioni, suoni e idee che all’interno della canzone volano, viaggiano, prendono aria, si espandono ed esplodono. Suzie Q è una canzone da ascoltare e assaporare ad occhi chiusi, luci basse e candele accese, in essa vive e rivive ogni volta lo spirito dei Creedence Clearwater Revivial.
E proseguendo con l’ascolto ci si trova di fronte alla seconda cover del disco: Ninety-Nine And A Half di Wilson Pickett. La voce del cantante viene esaltata dal testo, è lei la protagonista principale e la musica l’accompagna divinamente, le brevi pause, i riff e i fraseggi sono perfetti, i brevi momenti di solo che eseguono tutti gli strumenti fanno da lancio a quello finale della chitarra, un solo molto rock in perfetto stile Creedence.

Get Down Woman è un blues che più blues non si può. E’ tradizionale sia per quanto riguarda la struttura del brano che i suoni, ma anche per i riff di chitarra e il modo in cui la canzone viene cantata. Lunghi momenti musicali e cambiamenti si esprimono al meglio nei tre minuti e mezzo del brano, sono curati in ogni parte e da tutti gli strumenti.
E continuiamo con il blues ma questa volta l’influenza rock si sente di più. Porterville è una canzone ritmata, il cantato non è solo solista, anche i cori presenti contribuiscono a renderla particolare, simpatica, un’amica che ha qualcosa da dire e che non ha peli sulla lingua…

Un inizio scuro affidato alla batteria, alla chitarra e alla voce per poi proseguire e crescere fino ad un solo distorto. Gloomy è, nei limiti naturalmente, la canzone più dura di questo album. Ma nonostante questo è in linea con lo stile generale e con la genialità dei Creedence. Ben due pause sono presenti nel brano e in entrambi i casi quello che viene dopo è un solo ma nel secondo, verso la fine, si ha un’esplosione e l’accompagnamento di tutti gli altri strumenti. Un ostinato all’unisono e si riprende verso un nuovo orizzonte perchè Gloomy finisce ed è l’ora di Walk On The Water, degna continuazione del brano precedente e ottima chiusura per un disco carico di emozioni.
Il brano è caratterizzato da un ritmo incalzante di batteria e di basso, la sezione ritmica si esalta e con lei anche il cantato di Fogerty. I momenti musicali son tanti e potenti, ad essi seguono brevissimi silenzi che si notano e che servono a rendere il brano una scoperta continua.

I Creedence hanno fatto un ottimo lavoro con la registrazione di questo disco, è magnifico e dovrebbe essere presente in tutte le collezioni musicali che si rispettano. La musica è la protagonista, prende per mano l’ascoltatore e lo fa tornare indietro, avanti e indietro, nel tempo e nello spazio perchè ci sono spunti che negli anni successivi verranno presi in considerazione e riutilizzati e questo non fa altro che confermare che i Creedence non erano secondi a nessuni ma veri e propri maestri.

Musicisti:
Stu Cook: basso
Doug Clifford: batteria
Tom Fogersty: chitarra ritmica
John Fogerty: chitarra solista, voce

Tracklist:
1. I Put A Spell On You
2. The Working Man
3. Suzie Q
4. Ninenty-Nine And a Half
5. Get Down Womn
6. Porterville
7. Gloomy
8. Walk On The Water

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Crosswinds di Billy Cobham

(0 commenti) | Commenta | Inserito il nov 30, 2009 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Questa volta si cambia. Non saranno musica e parole a parlare ma solo musica, infatti, il disco scelto a rappresentare questo mese nella nostra rubrica è niente di meno che Crosswinds del grande maestro dei tamburi Billy Cobham.
A chi piace il genere strumentale troverà in Crosswinds un album di tutto rispetto che va bene anche a chi non “mastica” questo genere di musica e vuole allietare le proprie orecchie con qualcosa di curato e raffinato.

Crosswinds è un album del 1974 e si sente, i suoni sono un po’ grezzi ma allo stesso tempo puliti e questo fa sì che la musica parli, racconti delle storie e venga trasportata dal vento, da un vento di tempesta, quasi un uragano – come il titolo dell’album. Non dura tantissimo questo disco, ma i trentacinque minuti di musica sono di altissimo livello e suddivisi in quattro tracce principali di cui solo la prima ha quattro movimenti.

E come poteva cominciare un album che porta per titolo Crosswinds? Ma con il suono registrato del vento: primo grande protagonista delle canzoni. Il vento soffia e in lontananza si sentono campane suonare e l’atmosfera cresce sempre di più man mano che il vento diventa più forte.
Sempre rimanendo in lontananza, dopo le campane arriva la batteria di Billy Cobham e tutti gli altri strumenti che, pur sovrapponendosi e aumentando di volume, lasciano l’impressione di esser sempre bassi. La crescita vera e propria arriva con i fiati, con i loro fill e solfeggi. Sono loro che si uniscono al motore ritmico che non accenna a fermarsi, travolge tutto, è infinito: il grande Billy.
Belli gli stacchi, precisi, il primo movimento è caratterizzato da musica per un ambiente raffinato, quella che si ascolta sorseggiando un buon drink magari in dolce compagnia. Una breve pausa, un secondo per riprendere fiato, e poi via, si continua a viaggiare fino alla fine di Spanish Moss dove il vento ritorna come all’inizio.

Il secondo movimento, Savannah the Serene, invece, comincia con un suono dolcissimo di trombone e tastiera. La batteria è leggera, quasi inesistente anche se la sua presenza si sente.
Trombone in primo piano dunque e dietro tutti gli altri, in un lungo solo che occupa tutta la durata del brano e che viene interrotto solo dalla tastiera alla quale cede il testimone ma non per molto tempo: i fiati sono gli strumenti principali. E ritorna il vento… Questa volta ad annunciare il solo di batteria del grande Billy Cobham che nel terzo movimento, Storm, si lancia in due minuti di puro spettacolo che non si vorrebbe finisse mai! Il suono dei tamburi, i virtuosismi di questo grande maestro dello strumento, la velocità delle scariche e la precisione dei colpi sono doti uniche e irripetibili. In Storm il vento anticipa il suo ritorno anche se Billy non ha finito il suo solo, i due viaggiano insieme per qualche secondo fino ad arrivare al quarto e ultimo movimento: Flash Flood. Dove si ascoltano soli di due grandi musicisti come Randy Brecker e John Abercrombie, rispettivamente tromba e chitarra, in un ritmo funky/fusion che è un piacere ascoltare. Ottima scelta per la chiusura del brano che con i suoi diciassette minuti ha allietato l’ascoltatore perchè così variopinto di colori e di sfumature che risultano difficili da captare con un solo ascolto, ce ne vogliono di più.

The Pleasant Pheasant è la seconda traccia dell’album. Caratteristica sonora è il ritorno al funky e lo si fa subito, senza giri di parole, dall’attacco della canzone fino alla fine. Quattro sono i musicisti che eseguono dei soli, oltre a Billy Cobham troviamo le percussioni di Lee Pastora, il sassofono di Michael Brecker e il piano di George Duke. Tromba e percussioni rimandano a sonorità latine, il funky è affidato al sax e ai ritmi di batteria. In cinque minuti questi maestri riescono a esprimersi e lo fanno nel miglior modo possibile: passandosi la palla tra loro, senza mai sovrapporsi o fare più del dovuto, nessun va oltre, sa quando è il momento di fermarsi e di chiamare un altro strumento. Una canzone ricca e perfetta.

Heather è il terzo brano. Otto minuti di suoni, otto minuti di suspense e atmosfera.
Stupendi i soli di sax e le note che escono dallo strumento, gli intervalli, i silenzi, tutto è al posto giusto. Non ci si accorge del tempo che passa e la canzone con i suoi otto minuti va via in fretta lasciando una dolce sensazione di calore, una tenera coperta da abbracciare, dove cullarsi e coccolarsi.

L’album è arrivato alla fine. A Crosswinds è affidato questo compito. Canzone che da il titolo all’album non poteva esser da meno delle altre e infatti va oltre ogni aspettativa: è fantastica! Abercronbie e la sua chitarra si scatenano, ritorna il funky e tutti gli altri strumenti, la testa ondeggia con le note, ci si muove. La chitarra è stupenda, ovattata e con effetti giusti, Crosswinds è vento di tempesta ma una tempesta non violenta, di quelle che alla fine fan ritornare il sereno e splendere il sole più forte di prima.

Musicisti:

Billy Cobham: batteria
John Abercrombie: chitarra
Michael Brecker: sax
Randy Brecker: tromba
Garnett Brown: trombone
George Buke: tastiera
Lee Pastora: percussioni
John Willims: chitarra acustica

Tracklist:

1. Spanish Moss – “A Sound Portrait” – 17:08
a. Spanish Moss
b. Savannah the Serene
c. Storm
d. Flash Flood
2. The Pleasant Pheasant – 5:11
3. Heather – 8:25
4. Crosswinds – 3:39

Scritto da Mac La Mente

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Il disco del mese – Profondo rosso dei Goblin

(0 commenti) | Commenta | Inserito il ott 26, 2009 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Ed eccoci giunti, con un po’ di anticipo rispetto al solito e per un motivo che spiegherò subito, all’appuntamento fisso con Il disco del mese. Perchè in anticipo? Semplice, in occasione dell’arrivo della festa di Halloween e del Giorno dei morti qui, su Libera-mente, verranno inseriti alcuni articoli un po’ più “macabri“, più horror e oscuri in attesa degli spiriti e del loro risveglio.

Dopo questa breve premessa, cominciamo proprio dalla musica e quale album rappresenta meglio l’orrore, l’oscurità e lo spettrale se non uno che accompagna un film horror tra i più conosciuti di tutti i tempi? Ma Profondo Rosso dei Goblin, naturalmente.

Questo album è la colonna sonora portante dell’omonimo film girato da Dario Argento nel 1975 e, nonostante siano passati più di trent’anni, ogni volta che lo si ascolta cresce la paura e non si può far a meno di guardarsi alle spalle per timore che arrivi qualcosa di inaspettato e sinistro.
Profondo Rosso è un capolavoro e regala, sia nella sua versione originale che nell’arricchimento e rimasterizzazione del 2005, un’ondata di musica di altissimo livello, curata sia nell’aspetto tecnico che nei suoni.
Realizzato pensando al film, ne rispecchia i vari momenti, gli stati d’animo dei protagonisti e tutto ciò che avviene nelle diverse scene: i Goblin hanno fatto un gran bel lavoro di fusione e di sperimentazione. Sì, sperimentazione perchè furono i primi in Italia ad utilizzare un sequenzer per registrare e mandare in loop, durante i brani, parti ripetute all’infinito che accompagnano le canzoni arricchendole di suspense.

Ma vediamo in dettaglio l’intero album che, ahimè, dura pochissimo, meno di mezz’ora. Una mezz’ora da brivido!

Profondo Rosso infatti è costituito da sette brani che variano in lunghezza da un paio di minuti a meno di sei, ma che riescono a creare quell’atmosfera d’incertezza, tipica dei film horror, esprimendola al massimo livello. E’ un album interamente strumentale e la bravura dei musicisti – ora certamente da considerare “musicisti storici italiani” – viene messa in risalto in un modo pazzesco.

La composizione d’apertura è sicuramente la più conosciuta e da’ il nome all’intero album: Profondo Rosso. L’intro è spettrale e realizzato da una tastiera e da un sintetizzatore, successivamente si aggiungono tutti gli altri strumenti e tra questi spicca il basso che con il suo riff apre le porte alla batteria e all’organo. Sono presenti diversi stacchi e momenti nella canzone, i crescendo rappresentano la paura, la materializzano sempre più, fino a scoppiare. I suoni sono bellissimi e il riff iniziale dopo un po’ di battute e per diverse volte si ripete: è come se si aprisse un’altra porta in una casa deserta senza sapere quello che c’è dietro…

Death Dies, a differenza della precedente, comincia con una grande botta, è potente. Si capisce subito a quale genere musicale appartiene: rock progressivo italiano. Caratteristica del brano sono gli inserimenti inaspettati e quasi sussurrati della tastiera, inserimenti che crescono d’effetto quando vengono abbinati alla chitarra. Molto bello l’ostinato ripetitivo di questa canzone, è “lui” il vero protagonista, fa smettere di respirare e trattenere il fiato. Continuando con l’ascolto, una piccola pausa, per poi riprendere con la musica fino al finale, finale lasciato al suono del battito del cuore.

Segue Mad Puppet, canzone che con i suoi cinque minuti e 49 secondi è la più lunga dell’album. L’intro è affidato al basso, sempre in primo piano, strumento al quale si abbinano e si sentono in sottofondo vari effetti di moog, sintetizzatore e di un tamburo da orchestra dal suono non amplificato e sporco. E mentre il riff di basso continua, ecco che arriva la chitarra con qualche nota da prima accennata, per poi affermare la sua presenza e aspettare l’organo. L’effetto di paura e suspense crescono.

La quarta composizione è intitolata Wild Session. Il brano ha un lungo intro di quasi due minuti, dove è davvero il vento a parlare, a intrufolarsi dappertutto, a creare vortici e spifferi che fanno rabbrividire. Ma non è solo questo a far paura, anche il suono dell’organo fa pensare a qualcosa di satanico, a un grido disperato d’aiuto finché non accade qualcosa: la musica cresce tutt’a un tratto. Il brano prosegue con riff di piano, batteria e chitarra e con un sintetizzatore che rafforza le parti progressive fino alla fine.

Deep Shadows è il quinto brano, un pugno nello stomaco perchè comincia davvero forte: stacchi all’unisono, chitarra potente e un basso martellante che anticipano e spianano la strada a tutti gli altri strumenti. Diversi sono i momenti presenti nella canzone: pause, cambiamenti di tempo e, finalmente, un solo di batteria del maestro Walter Martino che mette in luce tutta la sua bravura e la sua tecnica. Dopo questo solo il brano accompagna l’ascoltatore riprendendo la melodia iniziale.

L’album è arrivato quasi alla fine, restano soltanto due brani.
School at Night, diverso dai precedenti perchè è quasi un’aria lirica: si sentono tantissimo i fiati dell’orchestra con i loro sali e scendi di volume che accompagnano lo strumento principale, il moog. School at Night regala l’impressione di camminare all’interno di una scuola buia tra corridoi senza fine, con aule deserte e con un qualcuno che ci insegue: si sentono i passi!
Gianna è il brano di chiusura del disco, sembra un altro pianeta rispetto alle altre e forse lo è. E’ un intermezzo – dura poco più di un minuto – tranquillo e rilassante. E’ la fine di un incubo, fa sentire sollevati e quasi felici. La tromba e il pianoforte in questo caso fanno un ottimo lavoro, si fondono molto bene.

Non posso far altro che elogiare il lavoro dei Goblin, sono stati bravissimi nella composizione e nella creazione di tutte le atmosfere macabre, di attesa e di terrore, le stesse che ci sono nel film.
Profondo Rosso è una colonna sonora perfetta e i musicisti che l’hanno realizzata sono davvero bravi, la fusione dei suoni è impeccabile e il rock progressivo italiano vien fuori in tutto il suo splendore.

Musicisti:

- Massimo Morante: chitarre (in Profondo Rosso, Death dies, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
- Fabio Pignatelli: basso (in Profondo Rosso, Death dies, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
- Claudio Simonetti: tastiere (in Profondo Rosso, Death dies, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
- Walter Martino: batteria (in Profondo Rosso, Mad puppet, Wild session, Deep shadows)
- Agostino Marangolo: batteria (in Death dies)
- Antonio Marangolo: piano (in Death dies)
- Orchestra di Giorgio Gaslini: (in Mad puppet, Wild session, Deep shadows, School at night, Gianna)

Tutti i brani della tracklist sono ascoltabili da Youtube.

Tracklist del 1975:

1. Profondo Rosso – 3:45
2. Death Dies – 4:43
3. Mad Puppet – 5:49
4. Wild Session – 5:00
5. Deep Shadows – 5:48
6. School at Night – 2:09
7. Gianna – 1:52

Scritto da Mac La Mente

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