Il disco del mese – CantoStefano di Fausto Mesolella

(0 commenti) | Commenta | Inserito il giu 27, 2015 in 1 - Il Pentagramma, Artisti, Blog, Il disco del mese

Artisti diversi di generi diversi, in anni diversi e di lingue diverse ma con in comune la genialità e l’amore per la vera musica hanno detto:

La vera musica, che sa far ridere e all’improvviso ti aiuta a piangere…
(Paolo Conte)

La musica è il calice che contiene il vino del silenzio.
(Robert Fripp – King Crimson)

…la si può pensar diversamente, è vero, ma per quanto mi riguarda in questo caso non posso far altro che dire che adoro il vino e mi piace ridere e piangere quando mi ritrovo ad ascoltare qualcosa che prima non conoscevo e che ho assaporato in ogni nota suonata, in ogni parola cantata, citata, recitata e detta.

51m0I0x1C3L._SL500_AA280_CantoStefano di Fausto Mesolella, ex-chitarrista degli Avion Travel e non solo, in questo suo nuovo disco, nato con la collaborazione di Stefano Benni, ha riempito in questo sabato pomeriggio le mie ore e deliziato il mio padiglione auricolare troppe volte maltrattato e violentato da quello che oggigiorno vogliono far passare per musica ma che musica non è.

CantoStefano è musica e parole. Dodici tracce che spaziano tra poesia e blues, tra jazz e momenti di riflessione sui diversi temi che accompagnano lo scorrere del tempo e della vita.

Nell’album c’è una canzone, scelta non a caso come singolo, che Benni scrisse per Fabrizio De André – Quello che non voglio – e che non è mai stata incisa a causa della scomparsa prematura del cantautore e affidata ora a Mesolella; il testo doveva esser cantato, ci sono parole che vanno dette, frenarle o zittirle impoverisce…fortunatamente ora vedono la luce!

Il disco è davvero toccante e vale la pena ascoltarlo, prendersi del tempo per assimilare le infinite sfumature sonore e le parole che alla fine arrivano al cuore.

Un assaggio? Certo, mi sembra giusto segnalare un paio di brani (c’è tutto l’album su Youtube) con la speranza che piacciano a voi così come sono piaciuti a me! ;)

1 – Quello che non voglio
2 – Anima
3 – Tulipani

Tracklist di “CantoStefano”

1 - Anima
2 - Quello che non voglio
3 - La giraffa
4 - Tulipani
5 - Ghemmà
6 - Non disprezzare
7 - Tango perpendicular
8 - L’insanguinata
9 - Van Gogh
10 - DormiLiù
11 - Farewell
12 - La domenica della vita

Scritto da Mac La Mente

Tags : , , , , , , ,

 

Concerto dal vivo di Fabrizio Bosso e Javier Girotto Latin Mood

(0 commenti) | Commenta | Inserito il ago 11, 2012 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Ore 22:00 comincia lo spettacolo e nessuno si sarebbe aspettato che durasse così tanto, due ore di concerto dal vivo, di musica con la “m” maiuscola, di applausi e di forti sensazioni, sublimi sensazioni, non è da tutti i giorni e invece…è stato così.

Fabrizio Bosso e Javier Girotto Latin Mood hanno regalato ieri sera, in Piazza Palmieri – Monopoli (Ba), uno spettacolo unico e irripetibile o ripetibile ma sicuramente in maniera diversa perchè ogni concerto dal vivo ha caratteristiche uniche e non è mai uguale a se stesso. E’ proprio questo il bello della musica.

Che dire, pubblico entusiasta e scroscio di applausi ad ogni assolo non solo di Bosso e Girotto – maestri dei propri strumenti – ma anche di tutta il gruppo che li ha accompagnati.

Credo si sia capito, già da queste poche righe del resoconto, quanto abbia apprezzato le loro esibizioni. Tanto. Infinitamente. E consiglio a tutti, agli amanti della Musica, quella vera e suonata – proprio come piace a me – di andarli ad ascoltare almeno una volta perché catturare così l’attenzione e far provare tutta una serie di sensazioni, deliziare l’orecchio (anche il meno allenato a questo genere) non è facile e se ci si riesce, ecco, nasce la magia.

C’è chi apprezza tanto e chi meno, questo è normale ma è anche il “rischio” che si corre se si sceglie di percorrere una certa strada e Bosso e Girotto sono già avviati e molto molto avanti in questa via.

Durante il concerto hanno presentato canzoni a trecentosessanta gradi dal loro repertorio, il progetto portato sul palco esiste già da un po’ di tempo, e di album registrati ce ne sono in giro ben due. Non pochi se si pensa che il jazz, il latin-jazz in particolare, anche se non ne comprendo il motivo, è per pochi ma non per tutti e bisogna andarselo a cercare, non è musica dozzinale ma raffinata. Musica di anima fatta di assoli, momenti forti e leggeri, silenzi, pause e dialoghi tra gli strumenti…fantastico.

E se aggiungessi che hanno interpretato anche classici del jazz? Ragazzi, non ci sono parole per esprimere il livello raggiunto ieri sera: stellare.

L’ultimo lavoro che han registrato si chiama Vamos, 11 canzoni, tutte strumentali a parte una, Algo Contigo che all’interno del disco (ovviamente l’ho acquistato) è la ciliegina sulla torta. Il brano è cantato dal pianista Natalio Mangalavite e accompagnato, naturalmente da tutti gli altri componenti: Luca Bulgarelli – basso -, Lorenzo Tucci – batteria – e Bruno Marcozzi – percussioni.

Un sestetto latin-jazz la cui fusione è totale e completa, l’esperienza e lo stare sul palco fanno il resto. Non si può dire assolutamente niente. Ascoltare, ascoltare con le orecchie puntate e il cuore aperto a un genere musicale vicino e lontano allo stesso tempo, profondo come il mare ed esteso come il cielo.

Ok, è un giudizio a caldo ma sto scrivendo questo con in cuffia il cd e le parole vengono davvero da sole…

Grazie a tutti per lo splendido regalo che mi avete fatto ieri sera!

Scritto da Mac La Mente

 

Durante il sound-check

 

Durante il concerto

Tags : , , , , ,

 

Il disco del mese – Devils & Dust di Bruce Springsteen

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Finalmente è arrivato il momento di parlare di questo fantastico disco!

Avevo annunciato la sua recensione anticipandola il mese scorso con il brano (articolo e video) che non solo dà il titolo all’album ma che apre la tracklist delle dodici canzoni.
Il disco è Devils & Dust (Diavoli e polvere) de The Boss, Bruce Springsteen.

L’album è il ventunesimo pubblicato, il tredicesimo registrato in studio e il terzo, in ordine di arrivo, acustico dopo Nebraska e The Ghost of Tom Joad.

Le dodici canzoni che lo compongono hanno un filo conduttore: narrare e raccontare le sensazioni di un soldato impegnato nella guerra in Iraq, questo perché Springsteen negli anni s’è sempre schierato dalla parte opposta alla politica di George W. Bush e con questo lavoro ha voluto ricordare quello che i soldati americani hanno visto e vissuto sulla propria pelle.

Ebbene, dopo questa piccola introduzione, passiamo all’analisi dei singoli brani…
A differenza delle altre volte però non mi soffermerò su tutte le canzoni, saltello di qua e di là per mettere in evidenza determinati aspetti che colpiscono e rendono il lavoro del Boss unico.

Per i primi tre brani mi sembra giusto spendere qualche parola in più perché rappresentano un’introduzione all’album, i successivi continuano a raccontare la storia e lo fanno nel miglior modo possibile.

Devils & Dust. Un uomo solo che si chiede, domanda cosa c’è da fare e perché si è arrivati a questo punto. Voce e chitarra, come nella migliore tradizione acustica sono i componenti principali, successivamente la canzone si apre e questo avviene dopo qualche minuto, non appena arriva il primo solo eseguito con l’armonica.
Tutto però rimane in sottofondo tranne gli accordi di chitarra e le parole. Musicalmente perfetta e con suoni davvero curati non poteva che essere il brano d’apertura. Energica al punto giusto e molto significativa.

Un po’ più movimentata ma allo stesso tempo spoglia e priva di fronzoli è All the Way Home dove non ci sono altri strumenti se non quelli principali che contrassegnano un album acustico che per alcuni può risultare poco curato mentre per altri bellissimo.
E si continua così, su questa strada che si sta percorrendo, anche nella canzone Reno dove la chitarra risulta più corposa e piena di armoniche ma anche di note alte che al contrario di quello che generalmente ci si aspetta, rimangono sempre in sottofondo e si fanno sentire solo durante il breve ritornello; questa raffinatezza è possibile grazie ad un gioco di volumi davvero bene fatto.

Seguono in ordine di scaletta Long Time Comin, Black Cowboys e Maria’s Bed ma è con l’arrivo di Silver Palomino che avviene un cambiamento messo in evidenza lasciando il cantautore solo e senza musicisti intorno, solo con la sua chitarra e fra i suoi pensieri…
Un altro cambiamento, è presente  in Jesus Was an Only Son dove questa volta Bruce lascia la sua fedele amica di viaggio (la chitarra) e si sposta al pianoforte. La musica è molto dolce in questo brano e gli accordi riescono a creare un’atmosfera interiore che solo con un ascolto attento si può notare e vivere. Dura troppo poco, peccato, questa traccia, è un vero piacere ascoltarla.

Dopo questo momento, arriva il tempo di riprendersi un po’, di “combattere” e infatti Leah rappresenta proprio questo, più movimentata dei brani precedenti, fa da intro e annuncia la quasi chiusura dell’album che arriverà di lì a poco con le canzoni The Hitter, All I’m Thinkin’ About e Matamoros Banks.

Il disco è ascoltabilissimo e fa riposare l’orecchio, il suono è avvolgente e caldo ed è questo che piace.
E’ un lavoro di gran livello e di gran cuore: caratteristiche che accomunano tutti i dischi di Bruce Springsteen.

Tracklist:

1. Devils & Dust - 4:58
2. All the Way Home - 3:38
3. Reno - 4:08
4. Long Time Comin - 4:17
5. Black Cowboys - 4:08
6. Maria’s Bed - 5:35
7. Silver Palomino - 3:22
8. Jesus Was an Only Son - 2:55
9. Leah - 3:32
10. The Hitter - 5:53
11. All I’m Thinkin’ About - 4:22
12. Matamoros Banks - 4:20

Musicisti dell’album:

Bruce Springsteen - Voce, armonica, chitarra, tastiere (tracce 1-12); percussioni (tracce 2,5,7,9,10); batteria (tracce 8,11); tamburello (traccia 3); basso (traccia 8 )
Brendan O’Brien - basso (tracce 1,2,4,5,6,11); sitar (traccia 2); sarangi elettrificato (traccia 2); tambora (tracce 2,6); hurdy-gurdy (traccia 6)
Danny Federici - tastiere (traccia 4)
Soozie Tyrell - violino (tracce 4,6); background vocals (tracce 4,6,8,11)
Patti Scialfa - background vocals (tracce 4,6,8,11)

Scritto da Mac La Mente

Tags : , , , , ,

 

Il disco del mese – Viaggio senza vento dei Timoria (2/2)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il lug 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Il disco del mese – Viaggio senza vento dei Timoria (1/2)

Continuando il viaggio verso oriente si passa per la Lombardia, un altro paese, altre esperienze che per quanto brevi siano lasciano il segno perchè il nostro protagonista non si trattiene tanto, giusto il tempo di respirare un’aria diversa ripensando al suo luogo d’origine che sicuramente in questo tempo è cambiato così come cambiano i negozi, i personaggi e tutto. – Il violino di Nicola Pagani, ex-P.F.M., è spettacolare… e scusate se è poco!

Un breve intermezzo dato da Campo di fiori jazz band, giusto un paio di secondi, per passare alla seconda parte del viaggio. Viaggio che comincia con un canto di libertà (Freedom), libertà ritrovata finalmente lontano dai momenti bui e dalle poche certezze iniziali.

Joe è in cammino. Nel suo viaggio non è solo, viene seguito, indirettamente, dal Mercante di sogni che aspetta l’incontro con il nostro protagonista e lo vede attraverso la sua sfera magica. Sarà il Mercante a condurlo in una città, La città del sole, dove Joe si prepara a una nuova realtà, prende coscienza (quasi) delle sua capacità e diventa simile a un guerriero pronto ad affrontare tutto senza troppa paura.

Questo cambiamento però comporta una serie di cose, uno stravolgimento di mentalità e pensieri, la città del sole si tinge di oscuro: La città della guerra. Pronto al cambiamento Joe va avanti con più tenacia, anche la pioggia che arriva lo aiuta: lava queste strade / entra dentro me. – Piove una canzone movimentata, puramente rock con un solo molto bello di tastiera.

Arriva la stanchezza e Joe comincia a sognare guidato anche dal Mercante, si sente stanco, in parte deluso, una vittima di quello che gli sta accadendo. Ne Il sogno riappare la voce guida che gli ricorda queste parole: “nel sole risplende il tuo nome, anche se non vuoi”. E la forza ritorna, si sente meglio anche se diviso tra bene e male, in un contrasto di emozioni forti e dure, leggere e morbide. Come un serpente in amore: dove sentimenti e stati d’animo contrastanti vivono insieme, tutti insieme. Continua Joe, è Frankenstein ora…a simboleggiare i diversi cambiamenti che avvengono dentro di se. – La “creatura” è un brano tutto strumentale, il più progressivo dell’album, da ascoltare e riascoltare più volte grazie ai diversi cambiamenti di tempo e di arrangiamento presenti all’interno.

Ma non è finita, Joe si sveglia, è ne La città di Eva dove una nuova luce entra nei suoi pensieri: amore e gente per strada che cammina in modo diverso, gente che danza serena e tra loro una bellissima donna.

Un altro brano che fa da intermezzo: Freiheit e il nostro protagonista è pronto, è un guerriero, ritorna alla realtà, si sveglia e si sente più forte di prima. “Il guerriero è vivo ed è tornato”! Possiede una nuova forza che gli scorre dentro, una nuova vitalità.
Il guerriero è pronto a ricominciare a vivere.

L’album Viaggio senza vento racconta tutto questo, spero che la storia in linee generali si sia capita e che abbia incuriosito chi ancora non ha avuto la possibilità di ascoltarlo. Difficile scindere le tracce una dall’altra, sono collegate e questo fa sì che il disco si ascolti dall’inizio alla fine con piacere. E’ una scoperta continua, ci si immedesima nel protagonista, è questo il punto di forza ed è proprio questo che – credo – i Timoria abbiano voluto che accadesse. Grandi!

Componenti del gruppo:

Francesco Renga – voce
Omar Pedrini – voce e chitarra
Diego Galeri – batteria
Enrico Ghedi – tastiere
Illorca – cori e basso elettrico

Tracklist:

1. Senza vento
2. Joe
3. Sangue impazzito
4. Lasciami in down
5. Il guardiano di cani
6. La cura giusta
7. La fuga
8. Verso oriente
9. Lombardia
10. Campo dei fiori jazz band
11. Freedom
12. Il mercante dei sogni
13. La città del sole
14. La città della guerra
15. Piove
16. Il sogno
17. Come serpenti in amore
18. Frankenstein
19. La città di Eva
20. Freiheit
21. Il guerriero

Scritto da Mac La Mente

Tags : , , , , , ,

 

Il disco del mese – Viaggio senza vento dei Timoria (1/2)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il lug 29, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Dopo qualche parentesi straniera e aver parlato di dischi particolari e degni nota, mi sembra giusto ritornare in Italia e soffermarmi su un album, un concept album, dei primi Anni ’90 davvero ben fatto e ormai diventato storico, un’altra pietra miliare da avere nella propria collezione.

L’album in questione è Viaggio senza vento dei Timoria. Pubblicato nel 1993 e con la bellezza di ventuno tracce, il disco racconta una storia, la storia di Joe – che riporto qui di seguito prima di parlare delle singole canzoni:

Dopo una notte avida di emozioni Joe chiude gli occhi alla partita domenicale del quartiere, vinto dal sonno e dai dubbi.
Viene svegliato dai calci dell’accalappiacani che lo costringe nell’incubo di un canile – prigione – lobotomia per uniformarlo.
Joe, trovata una pistola dai tre colpi d’oro, uccide il suo guardiano.
Comincia così la fuga, consapevole di ciò che si lascia alla spalle.
Da lontano il veggente segue il suo cammino e prevede il loro incontro, grazie al quale Joe vivrà le sue illusioni e i sogni che lo aiuteranno a diventare guerriero, per conquistare la liberà totale.
La nuova forza gli permette di ripartire verso la Città del Sole dove conosce anche l’amore.
Ora un desiderio più forte lo conduce sulla via del ritorno, alla realtà, armato del suo sorriso e della sua esperienza.
Per gente degna di lui.

Come accennato qualche riga fa, è un concept album in stile Rock ma che tocca anche parti di un genere mai dimenticato e fondamentale, oltre che fatto ad alto livello in Italia, quale il Progressive-rock.
In Viaggio senza vento ci sono molte parti che ricordano il progressivo, queste vengono alternate da momenti diversi, da brevi intermezzi più leggeri, a volte jazz e altre volte acustici. E’ un album completo che non ha nulla da invidiare ad altri lavori dello stesso periodo o precedenti…perchè successivamente, almeno secondo me, si è andati sempre calando se si analizza il contesto musicale italiano.

Ma veniamo all’analisi delle canzoni che son contenute nell’album.

Senza vento è il brano d’apertura, presenta sonorità dure, pesanti, chitarre distorte e una voce, quella di Francesco Renga, che fa scintille grazie alla sua espressività e alle tonalità di cui è capace, agli alti e ai bassi, agli acuti e a momenti più leggeri, quasi sussurrati. Molto bello il solo di chitarra di Pedrini che arriva inaspettato e nel momento di massimo volume della canzone. E l’inizio della storia di Joe, lui è pronto per “volare senza vento“, per andare via, per partire, per dare inizio al suo viaggio… La voce fuori campo, in Joe, la seconda traccia, traccia un profilo del personaggio che non ha nessuno che l’aspetta a casa, che è uscito dalla chiesa senza quasi accorgersene e va, comincia a vagare. Ritrovandosi solo, in un ambiente che quasi non l’appartiene, arriva il primo momento di riflessione (Sangue impazzito). Tutto è fermo, è domenica, la città piano piano ricomincia a prendere vita anche se è ancora presto. E Joe è lì, in giro, cammina per strade senza una meta, disorientato ma con l’idea di dove vuole arrivare. E’ come se si trovasse in un labirinto e rivive e rivede quello che prima gli apparteneva e ora non più. Scappa, corre via e non sa se fuggire o rincorrere qualcosa. Non sa il perchè abbia detto addio a tutte quelle cose, sicuramente per bisogno di libertà, ma non se ne rende conto. – Musicalmente Senza vento è un capolavoro: arpeggi di chitarra, distorsioni e tanto altro, momento di silenzio e di “rumore” che si alternano in una sequenza perfetta.

Senza accorgersene Joe viene fermato, scovato da una volante, in uno stato non proprio perfetto: allucinogeno, in compagnia delle sue droghe e vestito malamente “con un paio di jeans da giorni, tra i barboni amici pazzi“. E’ in down e vuole essere lasciato in down. – bello all’interno della canzone Lasciami in down l’uso degli effetti utilizzati da Pedrini e il moog, un rimando a bei tempo musicali che furono, agli Anni ’70.

Il guardiano di cani. Cani, Joe è un cane e dopo essere ripescato letteralmente dalla fogna viene portato in un centro di disintossicazione. Viene trattato malissimo, senza dignità, impaurito e reso obbediente (siediti, alzati). Il guardano è ostile, padrone della nostra vita e predente fedeltà ad ogni costo. – Rock duro per questa canzone e un ritornello che sa di comandamenti con punti da rispettare. Il solo è anche in questo caso distorto e il suono complessivo avvolgente. E così Joe si ritrova a doversi curare (La cura giusta). Magari senza averne voglia ma questo non conta. La sua ribellione è mentale, non viene fuori a parole anche se destinata a scoppiare. – da segnalare nella canzone il lungo solo di flauto di Roberto Soggetti che accompagna il brano alla chiusura.

Ma Joe non può continuare con questa vita e allora si ribella e tenta La fuga. Trova una pistola con tre colpi d’oro, un’occasione per scappare dalla falsità dell’accalappiacani presa al volo, fino alla libertà.

Finalmente libero Joe ricomincia il suo viaggio che lo porterà verso oriente, è lì che nasce il sole, è lì che si sentirà vento che si rincorre, in una pace che gli è mancata da tempo ma che piano piano ritorna. – Stupenda Verso oriente grazie anche alla collaborazione con un grande artista come Eugenio Finardi, che impreziosisce il pezzo, e a una musica dolcissima che culla e che ricorda luoghi lontani.

…continua…

Scritto da Mac La Mente

Tags : , , , , ,

 

Il disco del mese – Live in Berlin 1991 Vol. II dei Lounge Lizards

(0 commenti) | Commenta | Inserito il giu 30, 2010 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Eccoci giunti al nostro appuntamento mensile con Il disco del mese, dopo un mese di pausa riprendiamo questa serie di recensioni con un album e con un gruppo molto molto particolare. Loro sono i Lounge Lizards e l’album di cui vorrei parlare è il secondo volume di un concerto dal vivo registrato nel lontano 1991 a Berlino – Live in Berlin 1991 Vol. II.

I Lounge Lizars non sono molto conosciuti anche se la loro carriera ha inizio nel lontano 1978, hanno all’attivo meno di dieci album tra cui molti molti live perchè è in questa dimensione che riescono ad esprimersi al meglio. Sono un gruppo catalogato nel jazz ma con influenze rock, punk e anche no-wave. Insomma, una completezza di generi e di suono che pochi possono dire di avere. Fondatore di questo “esperimento” è il leader John Lurie la cui creatività non conosce limiti, capace sempre di rinnovarsi e di sperimentare nuove sonorità, fraseggi e tutto quello che rende la musica piacevole da ascoltare e vivere.

Spero di aver incuriosito con questa breve introduzione prima di passare a parlare della registrazione vera e propria.

L’album preso in esame è composto da sei tracce e dura circa 45 di minuti.

Il brano di apertura Remember e già da qui si capisce benissimo cosa i Lounge Lizards siano capaci di fare perchè dopo un breve inciso di timpani, arrivano i fiati – sassofoni in testa – che con il loro solfeggiare non fanno altro che da intro al brano successivo. Un inizio soffuso dove si riescono ad immaginare luci basse e scure e ombre dei musicisti che suonano sul palco.
Dopo questa introduzione è la volta di Evan’s Drive To Mombasa che arriva all’improssivo, impercettibile il passaggio tra le due canzoni e questo è merito anche del live che rende tutto unico e continuo.
Il ritmo cambia, i fraseggi sono diversi, interviene la batteria e le percussioni sullo sfondo a dare man forte ai fiati. E’ un caos ma un caos non disordinato come si potrebbe pensare, tutto ha senso, ogni passaggio è studiato alla perfezione e il riff principale, quello di sax, compare inaspettato e fa da segnale per un cambiamento sonoro, per una nuova immagine da visualizzare. Nel secondo passaggio del brano il batterista si scatena, sembra un solo continuo, confuso e libero che si ferma, abbassa di tono e permette così al brano di andare a vanti e di ripristinare quella sua atmosfera soffusa che fa da padrona.
Otto minuti dura il secondo brano del disco ma son otto minuti che passano in fretta, non ci si rende conto del tempo: i Lounge Lizards portano tutti in un’altra dimensione sonora.

E man mano che si avanti con l’ascolto la durata cresce. E’ la volta di King Precious con i suoi undici minuti. Cominciano i timpani a dare atmosfera e successivamente arriva un solo sassofono con note strazianti, tristi che racconta una storia sicuramente non allegra. A incrementare l’atmosfera scura della canzone, per lo meno all’inizio, è il basso al quale segue una chitarra che tenta di rivitalizzare e portare movimento e ritmo. I fiati attaccano con il riff e il primo momento di solo, accompagnato da tutto il gruppo, arriva. In realtà potrei dire che il brano in se è un lungo solo di sassofono che cresce, decresce per poi scomparire e far ritornare il basso con qualche nota qua e là.
Metà canzone è arrivata, sembra incredibile!
E si continua con un solo sempre malinconico affidato a uno strumento ad arco, a un violino credo, ma anche violoncello. Percussioni qua e là riempiono il resto dell’atmosfera con suoni metallici di piatti, cimbali e oggetti ramati. Prima che il brano giunga alla fine, è la volta della sezione ritmica: basso e batteria. Ogni strumento fa la sua parte e si sente ben definito, a creare un suono unico. E il sassofono? Certo, c’è anche lui e non è da meno. Il testimone viene passato e il solo di sax comincia su un ritmo movimentato che cresce e cresce sempre di più…peccato, il brano è arrivato alla fine, si comincia a sentire un abbassamento nel suono che conduce alla chiusura di marimba.

E’ il momento di un blues: Mr. Stinky’s Blues. Inizialmente lento, fa cullare proprio come un vero blues che ti prende per mano e ti accompagna. Dove? Non si sa, per strade di New Orleans, all’origine del sound.
Il brano è il più lungo eseguito nel live, diciannove minuti che permetteno di presentare e di far esprimere ad uno a uno i componenti della band. E si parte con le percussioni con suoni di campanelli per poi, attraverso un fill ripetuto a ogni passaggio, al solo di batteria, di basso. Silenzio. La voce ricomincia a parlare ed è il turno del solo di violoncello seguito da un solo ben più movimentato, quello di marimba e timpani, molto latineggiante, forse il più simpatico tra i tutti i soli ascoltati fino a questo momento perchè è da qui che la canzone parte e si sviluppa. Tutti gli strumenti seguono la marimba e l’atmosfera da essere creata.

E’ il turno della chitarra, anche lei solfeggia, quasi da sola, e ogni nota ti colpisce al cuore, vien quasi voglia di gridare un “yeah!” proprio perchè il solo eseguito nasce dall’anima. Fantastico.

E arrivano i fiati, forse la parte più importante di tutta la band perchè creano movimento. La tromba dà il via al funky, all’acid jazz e a un altro momento di movimento. E mentre la tromba si esibisce in primo piano, gli altri strumento riempiono il suono. Il groove che si ascolta è fenomenale.

Poco più definito a livello di suono, ma solo per l’accompagnamento che è stato scelto, è il solo di sax tenore di Michael Blake.

E ora tocca a lui, al genio, al fondatore: John Lurie. Tutti aspettano il suo solo e arriva! Un’esplosione di sonorità, tutti i componenti della band seguono il capo e danno il meglio di loro stessi, lo seguono nelle sue improvvisazioni folli, nei suoni distorti che riesce a far uscire dal sax, in tutto.

I diciannove minuti passano troppo in fretta, arriva il momento di riprendere il tema iniziale, quello di introduzione del secondo brano, un po’ più ricco musicalmente (sempre a livello di suono, intendo) e più arrangiato. Non c’è distinzione tra Welcome Herr Lazaro e What Else Is In There, sono attaccate nel live perchè è giusto che l’ascolto non si interrompi ma continui fino alla fine del disco tra applausi scroscianti e di approvazione per il bel, bellissimo concerto che si è avuto la fortuna di ascoltare.

I Lounge Lizards si esaltano nella dimensione live, è quella che calza meglio per loro e che permette di dare spazio alla creatività che solo loro sanno esprimere.
Entrambi i dischi realizzati, anche se in questo caso ho parlato del secondo volume, vanno tolti dallo stereo solo alla fine. Rappresentano una scoperta continua e un piacere per l’orecchio, si godono a fondo ad alto volume quando il suono riempie la stanza e tutti gli strumenti si ascoltano in maniera definita. Un gran bel disco.

Componenti del gruppo:

John Lurie – Sax alto e soprano
Michael Blake – Sax tenore e soprano
Steven Bernstein – tromba e corno
Jane Scarpantoni – Violoncello
Bryan Carrott – Vibrafono, marimba e timpani
Michele Navazio – Chitarra
Billy Martin – Percussioni
Oren Bloedow – Basso
G. Calvin Weston – Batteria

Tracklist:

1. Remember – 1.58
2. Evan’s Drive To Mombasa – 8.18
3. King Precious – 11.48
4. Mr. Stinky’s Blues – 19. 17
5. Welcome Herr Lazaro – 0.59
6. What Else Is In There – 5.27

Scritto da Mac La Mente

Tags : , , , , ,