Opera: Ferragosto duemilacinquanta – colpo di stato a Roma di Cristiano Torricella (traduzione in italiano – seconda parte)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il mar 16, 2014 in Blog, Cristiano Torricella, Poesie della domenica

Siamo lieti di pubblicare la seconda parte dell’opera di Cristiano TorricellaFerragosto duemilacinquanta – colpo di stato a Roma.

L’avevamo annunciato nel precedente articolo e ci sarebbe piaciuto avere il testo originale in dialetto romanesco ma è andato perduto (forse, durante un trasloco) e così, qui di seguito, direttamente la traduzione in italiano che l’autore ha recuperato dal suo archivio cartaceo e che noi ringraziamo per avercela recapitata.

La prima parte in dialetto romanesco è qui: Feragosto dumilaecinquanta – colpo de stato a Roma , qui invece la traduzione Ferragosto duemilacinquanta – colpo di stato a Roma.

 

Ferragosto duemilacinquanta colpo di stato a Roma
(argute rimostranze di un macellaio di Roma), di Cristiano Torricella

- Seconda parte -

 

Ma tu, o roman cittadin, del centro storico di Roma,
ormai tanto “scafato” (esperto, vaccinato)
tu che ne hai viste tante e tante, da Romoletto nostro, fino ad ora,
mi rispondi che la politica faccenda, a te, proprio non interessa,
e che per te, o dittator, o Papa, o Re o Imperatore, son tutti uguali;
e che conta, alla fin dei conti, a pancia piena, a nostra bella Roma,
solo girar, e rigirar, con il cucchiaio grande e grosso,
nel pentolon tuo, la stessa, tua solita, minestra;
e che si mangi, tutti insiem, infine, a Carnasciale,
carne, noi del popolo, a far festa!

E che insana filosofia, servile e stolta,
è mai questa, che vien su, lemme, su dal volgo,
che mette avanti, a tutto e ovunque, la paiata,
la coda alla vaccinara e il buon girello nostro,
primo taglio, tutt’assieme,
con carciofi alla giudia, pollo al girarrosto e, poi, frittata?

A me, che son macellaio,
certo che il consumo, della carne, è ovvio, m’interessa…
ma non v’interessa, neanche un poco, a voi altri fessi, la nazione?
Il triste e misero futuro, di questi giovinastri,
nemmeno più a sposarsi, ed a far figli, buoni ?
La povertà e la crisi nera, che uccidon i meritevoli e i migliori?
I continui suicidi, per debiti, degli onesti nostri imprenditori ?
La fuga dei cervelli all’estero, la maggior parte via, scappati?
La disoccupazione e questa laida corruzione mascherata,
che, qualsiasi cosa tu faccia oggi, nel duemilaecinquanta,
a qualunque livello, sempre chiede e chiede: “voi che ci date?”

Mi risponde, assai serafico, Mario il guercio, solito avventor dell’osteria,
a nome d’altri, che non si sa mai ben chi altri sia,
assai rubizzo e rubicondo, già ebbro di vino,
già alle ore sette e mezza del mattino:
“non ci pensar più, a tutte queste “fregnacce” (stupidaggini),
e mangia e bevi, o macellaio, anche tu, a più non posso, finchè tu puoi,
che a raccontarle, a te, essi, i politicanti e i giornalisti,
dal lor tubo catodico, son scaltri!

Quante vane ed alte parole, urlate al vento,
di sommi ed eccelsi valori, quasi veri!
Luride menzogne, per ingannare il popolo!
Loro lo sanno, tutti, ed assai bene, di mentire!

Ed una volta, poi, eletti, loro stessi, alla poltrona,
subito tradite, le promesse fatte al nostro popolino,
i loro politicanti campioni, mutata subito bandiera,
divenner essi stessi, per lor bieco interesse, e fulgida carriera,
parassiti nostri, bari, spergiuri e farisaici traditori!

Così è la nostra romana, amara, classe dirigente,
da secoli e secoli e dai secoli più neri:
un gran brutto, e sporco, pasticciaccio,
tra loro opposto, d’interessi,
altro che la fiera eccelsa,
e tanto declamata, scala dei valori!

Meglio mangiarsi, dunque,
qui, soli e in pace, senza più inganni, all’osteria,
questi due nostri, oriundi, saltimbocca alla romana,
che mangiarsi il fegato,
da cittadin beffati e vinti, con gran rabbia,
da sempre prigionier, paganti, in questa gabbia,
che la nostra zozza società,
si sa, lo sanno tutti, mai migliora!”.

Così disse, e, pagato, con tre soldi, il conto suo,
Mario uscì, mezzo ubriaco, nel Sole, a Roma, lì, di fuori:
e, lì, c’era tutta Roma sua, deserta, con la fontanella e coi turisti,
che lì, nel Sole d’agosto, a lui, Lei l’aspettava!

Era Ferragosto e nostra romana gente, invece, tutti al mare,
non pensava, proprio, al suo ritorno a casa,
su Via Cristoforo Colombo, in auto, in lunghe file, di affrontare,
un nuovo colpo di stato (da chi mai organizzato? E chi lo sa?)
tra gelati e grattacheccari (chioschetti di “grattachecca” o di granita)
e grassocci extracomunitari, venditor d’angurie, sul lungomare,
tra materassini e moto d’acqua e gavettoni,
così, assai sorpresi dall’evento strano,
restaron, i cittadini al mare, buoni buoni,
ed alcuni, persin, congratulossi con, della rivolta, i capi,
così dicendo, ad alta voce, in spiaggia o in mezzo al mare:
“e bravo… e bravo… e non potevi farlo anche prima, questo colpo di stato, o no?”
e, chissà perchè, pacche sulle spalle e bottiglie di spumante, chi l’aveva…

Così l’han fregati, nuovamente, il popolino ed i lavoratori nostri,
facendogli questa bella “sorpresa dell’Estate”, a Ferragosto:
e viva, e sempre viva, il nuovo dittator, che ora piace,
tanto, poi, come va a finir tutto, già lo sappiamo!

E come andrà a finir, anche nel duemilacinquanta,
la strana faccenda del colpo di stato,
di questo strano Ferragosto, proprio a Roma?

Ma come vuoi che vada a finir?
Pure tu, o Bruto… tu, che chiedi?

Ma come sempre finisce qui da noi:
in una commedia teatrale da burletta!

Passati gli iniziali strilli, i petardi, gli entusiasmi, i canti e i balli,
le inutil feste, le parate e le bandiere al vento,
i cortei, i nuovi tesserati e le piazze in visibilio,
e prese e date, con quattro, di Carnasciale, plastici manganelli,
due mazzate, a chi contesta il Supremo Capo,
per argomentar, loro ragioni, meglio,
con nuove tasse, e assai gabelle adatte al popolino,
con esemplar sanzioni, e tanti inutili, e burocratici, divieti,
da far accapponar, a tutti noi, la pelle,
il nostro caro amato popolo Arlecchino,
come da copione, come al solito,
sempre le prese tutte,
e mai le diede, imbelle!

E benone!
E adesso, chi ce lo toglie più, a noi del popolino,
questo degenere dittator ribelle,
che, fattosi, da pecora, leone,
cambiò, lesto e tosto, viso e pelle,
ed or ci spreme, a noi, di sì tante tasse, e di gabelle,
com’agro limon, a cui han tolto, per farci limoncello, la sua pelle,
questo grandissimo figlio, della tomba, di Nerone?
File – Salva con nome….

(la poesia continua, forse, se il regime non mi censura questo testo)

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