La canzone del mese – Walk This Way degli Aerosmith

(0 commenti) | Commenta | Inserito il nov 27, 2011 in Artisti, Blog, La canzone del mese

E’ sempre un piacere parlare degli Aerosmith perchè sono il mio gruppo preferito anche se devo confessare che non è facile, c’è tanto da dire e il significato che ogni testo ha per me è davvero personale ma cercherò di essere il più obiettivo possibile e di analizzare al meglio delle mie capacità il testo di una delle loro canzoni più conosciute, Walk This Way, approfittando del nostro spazio La canzone del mese.

Pubblicata nel lontano 1975, primo singolo dell’album Toys In The Attic, Walk This Way rappresenta una piccola rivoluzione perché per la prima volta il gruppo è riuscita a integrare generi diversi pur rimanendo fedele al filone musicale di appartenenza ovvero all’hard rock.

Potremmo considerare Walk This Way un esperimento, un esperimento ben riuscito visto che successivamente, a distanza di anni, uscì un’altra versione più rap realizzata dal gruppo Run DMC.
Credo, sempre per parere personale ma anche conoscendo la biografia degli Aerosmith e le parole che Steven Tyler e Joe Perry hanno dedicato a questo progetto, che il gruppo di Boston debba molto al gruppo rap in quanto grazie a loro, almeno in parte, sono riusciti a ritornare sulla scena musicale.
Gli Aerosmith, infatti, negli anni successivi erano in lento declino per cause che non starò qui a raccontare ma che ogni gruppo prima o poi si ritrova ad affrontare… con Pump (1989) invece risorgono e da allora non si sono più fermati.

Dopo questa piccola introduzione, veniamo alla canzone.
Walk This Way è una specie di confessione adolescenziale, la storia di un amore, della prima volta, e racconta le sensazioni che il protagonista prova e ha quando si confronta con il sesso opposto, i primi amori e primi dubbi, l’incertezza su come comportarsi e cosa fare.

Musicalmente strutturata in maniera semplice ma d’effetto, ha un riff di chitarra che l’accompagna per tutta la sua durata e un assolo entrato a pieno titolo tra quelli più belli della storia del rock.
Ottimamente arrangiata, difficile riuscire a immaginare qualche variazione, scorre nello stereo con disinvoltura lasciando però il segno e entrando in testa senza più andare via.

Come inizio non c’è male visto che si tratta del primo singolo di Toys In Attic e all’interno dell’album fa la sua bella figura, calza a pennello, è una chicca, l’apice è stato raggiunto.

Che altro dire: è una canzone da ascoltare e riascoltare tante tante volte, quasi una droga di cui è difficile fare a meno.

Lunga vita agli Aerosmith!

Qui di seguito riporto il testo originale con traduzione a fronte e un video di Youtube.

 

   
Walk This Way Vieni qui
   
Backstroke lover always hidin’ ‘neath the covers Amante respinto sempre nascosto sotto le coperte
Till I talked to your daddy, he say sino a quando ho parlato con tuo padre
He said “you ain’t seen nothin’ till you’re down on a muffin Mi dice, mi disse:”Non hai visto niente finchè non sei giù che la lecchi
Then you’re sure to be a-changin’ your ways” Allora si che sarai sicuro di cambiar vita”
I met a cheerleader, was a real young bleeder Incontrai una ragazza pon-pon, una vera sanguisuga,
Oh, the times I could reminisce oh, se me li ricordo quei tempi
‘Cause the best things of lovin’ with her sister and her cousin E le miglior cose mentre amavo sua sorella e sua cugina
Only started with a little kiss Iniziarono proprio con un bacio piccolo
Like this! così
   
Seesaw swingin’ with the boys in the school Dondolavo sull’altalena con i compagni di scuola,
And your feet flyin’ up in the air in piedi in aria
Singin’ “hey diddle diddle” Si cantava “Trallallero trallallà
With your kitty in the middle of the swing a tua micina a metà dell’altalena
Like you didn’t care Come se non ti importasse
So I took a big chance at the high school dance Ed ebbi una grossa occasione al ballo del liceo
With a missy who was ready to play con una signorina pronta a giocare
Wasn’t me she was foolin’ Era proprio me che stava puntando,
‘Cause she knew what she was doin’ perchè sapeva quello che faceva
And I knowed love was here to stay E mi accorsi che l’amore era arrivato davvero
When she told me to quando lei mi dice
Walk this way Vieni qui
Just gimme a kiss E dammi solo un piccolo bacio
Like this! così
   
Schoolgirl sweetie with a classy kinda sassy Dolci scolarette con quelle eleganti
Little skirt’s climbin’ way up the knee gonne corte e impertinenti
There was three young ladies in the school gym locker Che scivolano su per le ginocchia, c’erano tre ragazze nel ripostiglio della palestra
When I noticed they was lookin’ at me Quando notai che guardavano me
I was a high school loser, never made it with a lady Ero un amante da liceo, mai stato con una donna più grande
Till the boys told me somethin’ I missed Sino a quando i miei amici mi dissero quello che avevo perso
Then my next door neighbor with a daughter had a favor Poi la mia vicina di casa che aveva già una figlia ebbe una gentilezza
So I gave her just a little kiss E io le diedi un piccolo bacio
Like this! così
   
Seesaw swingin’ with the boys in the school Dondolavo sull’altalena con i compagni di scuola,
And your feet flyin’ up in the air in piedi in aria
Singin’ “hey diddle diddle” Si cantava “Trallallero trallallà
With your kitty in the middle of the swing la tua micina a metà dell’altalena
Like you didn’t care Come se non ti importasse
So I took a big chance at the high school dance Ed ebbi una grossa occasione al ballo del liceo
With a missy who was ready to play con una signorina pronta a giocare
Wasn’t me she was foolin’ Era proprio me che stava puntando,
‘Cause she knew what she was doin’ perchè sapeva quello che faceva
And I knowed love was here to stay Quando mi disse di andarle vicino
When she told me to Mi disse
   
Walk this way [x8] Vieni qui
   
Just gimme a kiss E dammi solo un bacio piccolo
Like this! così

 

Scritto da Mac La Mente

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Incipit – Gli occhi gialli dei coccodrilli di Katherine Pancol

(0 commenti) | Commenta | Inserito il nov 20, 2011 in Blog, In Libreria, Incipit

Sono molto contento di presentare oggi l’incipit del primo libro della trilogia scritta da Katherine Pancol, Gli occhi gialli dei coccodrilli.
Per la prima volta sono riuscito a leggere una trilogia, non l’avevo mai fatto e adesso mi domando perchè?! Spero sia l’inizio di una lunga serie, questo è l’augurio che personalmente posso farmi.

Il libro racconta la vita di tutti i personaggi presenti, i loro pensieri, le loro paure e certezze e il carattere che hanno.
Ambientato tra Parigi, Londra e New York, è un lungo viaggio.

Gli occhi gialli dei coccodrilli si affianca a Il valzer lento delle tartarughe e a Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì. Tutti e tre si leggono velocemente, sono discorsivi e questo è davvero un piacere!

Qui di seguito riporto l’incipit sia in lingua originale, in francese, che nella traduzione italiana.

Buona lettura!

 

Incipit di Les Yeux jaunes des crocodiles

Joséphine poussa un cri et lâcha l’éplucheur. Le couteau avait dérapé sur la pomme de terre et entaillé largement la peau à la naissance du poignet. Du sang, du sang partout. Elle regarda les veines bleues, l’estafilade rouge, le blanc de la cuvette de l’évier, l’égouttoir en plastique jaune où reposaient, blanches et luisantes, les pommes de terre épluchées. Les gouttes de sang tombaient une à une, éclaboussant le revêtement blanc. Elle appuya ses mains de chaque côté de l’évier et se mit à pleurer. Elle avait besoin de pleurer. Elle ne savait pas pourquoi. Elle avait trop de bonnes raisons. Celle-là ferait l’affaire. Elle chercha des yeux un torchon, s’en empara et l’appliqua en garrot sur sa blessure. Je vais devenir fontaine, fontaine de larmes, fontaine de sang, fontaine de soupirs, je vais me laisser mourir.

C’était une solution. Se laisser mourir, sans rien dire. S’éteindre comme une lampe qui diminue.
Se laisser mourir toute droite au dessus de l’évier. On ne meurt pas toutes droite, rectifia-t-elle aussitôt, on meurt allongée ou agenouillé, la tête dans le four ou dans sa baignoire. Elle avait lu dans le journal que le suicide le plus commun chez les femmes était défenestration. La pendaison, pour les hommes. Sauter par la fenêtre ? Elle ne pourrait jamais. Mais se vider de son sang en pleurant, ne plus savoir si le liquide qui coule hors de soi est rouge ou blanc. S’endormir lentement. Alors, lâche le torchon et plonge ton poignets dans le bac de l’évier ! Et même et même… il te faudra rester debout et on ne meurt pas debout.
Sauf au combat. Par temps de guerre…
Ce n’était pas encore la guerre.
Elle renifla, ajusta son torchon sur la blessure, bloqua ses larmes, fixa son reflet dans la fenêtre. Elle avait gardé son crayon dans les cheveux. Allez, se dit-elle, épluche les pommes de terre… Le reste tu y penseras plus tard !

Da Les Yeux jaunes des crocodiles di Katherine Pancol, pagine 11-12

 

Incipit di Gli occhi gialli dei coccodrilli

Joséphine lanciò un urlo e lasciò cadere il pelapatate. La lama era slittata, entrando in profondità nella pelle del polso. Sangue, sangue dappertutto. Guardò le vene blu, lo sfregio rosso, il bianco del lavello, lo scolapasta in plastica gialla dove aveva messo le patate già pelate, bianche e lucenti. Le gocce di sangue cadevano a una a una, chiazzando le piastrelle. Appoggiò le mani ai due lati del lavello e si mise a piangere.
Aveva bisogno di piangere. Non sapeva perchè. Aveva un sacco di buone ragioni per farlo, e questa era da prendere al volo. Cercò con gli occhi uno strofinaccio, lo afferrò e lo applicò come un laccio emostatico sulla ferita. Sto per diventare una fontana, fontana di lacrime, fontana di sangue, fontana di sospiri. Sto per lasciarmi morire.
Era una soluzione. Lasciarsi morire, senza ire niente. Spegnersi come una luce che si smorza.
Lasciarsi morire ben diritta sul lavello. Non si muore diritte, rettificò immediatamente, si muore distese oppure inginocchiate, con la testa nel forno o nella vasca da bagno. Aveva letto su un giornale che il metodo di suicidio più comune tra le donne è la defenestrazione. L’impiccagione, per gli uomini. Saltare della finestra? Non avrebbe mai potuto farlo. Ma svuotarsi del sangue piangendo, non sapere più se il liquido che cola fuori di te è rosso o bianco. Addormentarsi a poco a poco. Allora, lasci andare lo strofinaccio e tutti i pugni nel lavello! Eppure, eppure… dovrai restare in piedi, e non si muore in piedi.
Tranne che in battaglia. In tempo di guerra…
Non era ancora tempo di guerra.
Tirò su col naso, aggiustò lo strofinaccio sulla ferita, frenò le lacrime, fissò il proprio riflesso nella finestra. Si era fermata i capelli con una matita. Su, si disse, pela le patate… al resto penserai dopo!

Da Gli occhi gialli dei coccodrilli di Katherine Pancol, pagina 9

 

Dati del libro:

Titolo: Gli occhi gialli dei coccodrilli
Autrice: Katherine Pancol
Traduzione dal francese: Roberta Corradin
Casa editrice: Dalai Editore
Pagine e anno: 523, 2011

Scritto da Mac La Mente

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Informatica – Server web su chiavetta USB: XAMPP

(1 commento) | Commenta | Inserito il nov 16, 2011 in Blog, Informatica e Web

Sempre più frequentemente, che sia per lavoro o per tempo libero, si ha la necessità di operare su CMS – come Joomla, WordPress o simili –, su pagine web o su script realizzati senza dover necessariamente caricare i file su uno spazio web per vedere l’effetto delle modifiche e farle vedere anche ad altre persone – clienti o amici – e modificare i propri lavori nel minor tempo possibile. E’ per questo motivo che nascono e si stanno diffondendo sempre più applicazioni che simulano il comportamento di un server, con tutte le caratteristiche del caso, ma che permettono di operare in ambiente locale. Infatti si dice “sto lavorando in locale” proprio per indicare il non caricamento di file in remoto e risparmiare, almeno da questo punto di vista, un po’ di tempo a parità di risultato.

Vari e differenti sono i programmi consentono questa simulazione e oggi ne voglio presentare uno tra i più conosciuti, XAMPP.

Scopo di questo articolo è spiegare in maniera semplice come utilizzare XAMPP e illustrare le caratteristiche che questo server portatile ha, come è possibile installarlo su una normale chiavetta USB e quali settaggi impostare per farlo lavorare al meglio.

XAMPP – qui il sito ufficiale – può essere installato, naturalmente, anche sul proprio pc, basta scaricare il pacchetto per Windows o per Linux e seguire le indicazioni che il programma di installazione fa comparire sullo schermo.

Diversa è la procedura che permette l’installazione su una normale chiavetta USB infatti il file da scaricare è chiamato installer e una volta lanciato è necessario selezionare l’unità di destinazione desiderata. Semplice vero? E’ così, alla fine dell’installazione infatti comparirà una cartella denominata XAMPP (o LAMPP se si è in Linux) dalla quale fare partire il web server.

Se installato su chiavetta USB per poter cominciare ad utilizzare il servizio è necessario avviare il server, questo cambia a seconda del sistema operativo:

1. In windows lanciare il file /xampp/xampp_start.exe per avviare e xampp_stop.exe per terminare
2. In linux aprire il terminale, loggarsi come root e lanciare la seguente riga di comando /opt/lampp/lampp start mentre per terminare la sessione /opt/lampp/lampp stop.

Una annotazione a questo punto mi sembra giusta farla nel caso di installazione in ambiente linux.
Una volta scaricato il pacchetto, sempre da terminale, bisogna installarlo ed è quindi necessario selezionare il dispositivo removibile (la chiavetta USB) che generalmente porta il nome di /dev/sdb nel quale andranno a finire i file una volta scompattati con l’apposito comando tar xvfz non_pacchetto -C /opt.

Può sembra complicato installare da linux ma sul sito ufficiale è spiegata l’intera procedura di installazione.

Quello su cui vorrei soffermarmi un attimo riguarda i settaggi. Spesso si ha necessità di importare tramite PhpMyAdmin un grande file di backup (dimensione più di 50Mb) e per le impostazioni presenti non è possibile. Cosa fare? Innanzitutto fermare il web server altrimenti le modifiche effettuate non saranno lette e successivamente cambiare le righe del file php.ini (situato nella cartella /xampp o /lampp) e del file import.php (situato nella cartella /xampp/phpmyadmin).

Nel primo file – php.ini – modificare i valori di:

max_execution_time = 30
max_input_time = 60
memory_limit = 128M

in quelli desiderati. I primi due indicato il tempo di timeout mentre il secondo la dimensione massima del file che si vuole caricare espressa in Megabyte.

In import.php invece modificare i valori di:

$memory_limit = 2 * 1024 * 1024;
$memory_limit = 10 * 1024 * 1024;

in quelli desiderati inserendo degli zeri dopo il 2 nella prima riga e il 10 nella seconda.

Una volta seguite queste operazioni riattivare il web server e se si controlla il valore massimo del file che si può importare da phpmyadmin si noterà che è notevolmente aumentato.

Altra piccola annotazione: avviato il web server per accedere alla prima schermata di amministrazione bisogna digitare semplicemente l’indirizzo localhost senza dover specificare la porta da aprire all’interno del pc in quanto già presente nei file di configurazione (è la porta :80), non solo, per poter visualizzare le nostre pagine è necessario caricarla all’interno della cartella /xampp/htdocs e successivamente richiamarle dal browser.

Credo di aver detto tutto o quasi e spero tanto che questa breve guida possa essere utile per incentivare a portare sempre con sé il lavoro svolto.

Mac La Mente

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Fiaba – Il grano saraceno di Hans Christian Andersen

(0 commenti) | Commenta | Inserito il nov 13, 2011 in Blog, Fiabe

Tra i vari scrittori di fiabe, e ce ne sono di davvero bravi, Hans Christian Andersen (1805 – 1875) devo confessare essere il mio preferito ed è per questo che ritorno con piacere a parlare di lui e questa volta lo faccio con un’altra piccola fiaba dal titolo Il grano saraceno.

 

Il grano saraceno

Molto spesso capita che, se si passeggia dopo un temporale in un campo dove cresce il grano saraceno, si scopre che questo è diventato tutto nero e bruciacchiato; come se una fiamma vi fosse passata sopra, il contadino infatti dice: «È stato colpito dal fulmine!» ma perché è stato colpito? Ora vi racconterò quello che un passerotto mi ha detto una volta, e il passerotto lo ha sentito da un vecchio salice che si trova ancora oggi proprio vicino a un campo di grano saraceno.

Era un salice molto grande e onorevole, ma ormai vecchio e grinzoso: aveva una fenditura proprio nel mezzo, e là crescevano l’erba e cespugli di more. Il salice è piegato in avanti, e i rami sono chini verso terra e sembrano lunghi capelli verdi.

Nei campi intorno all’albero crescevano grano, segala, orzo e avena, sì proprio la bella avena che quand’è matura sembra una folla di piccoli canarini dorati appoggiati su un ramo. Il grano stava lì, benedetto, e quanto più era pesante, tanto più si piegava verso il basso per devota umiltà.

C’era anche un campo di grano saraceno, che si trovava più vicino al vecchio salice, ma il grano saraceno non si piegava affatto come l’altro grano, restava dritto e pieno di superbia.
«Io sono ricco come la spiga di grano» diceva «ma sono molto più bello, i miei fiori sono più graziosi, profumano come i fiori del melo, è un piacere guardarmi, conosci forse qualcuno più bello di me, vecchio salice?»
E il salice annuiva col capo, come per dire: “Certo che lo conosco!”, ma il grano saraceno si gonfiava di orgoglio e diceva: «Che stupido albero, è così vecchio che gli cresce l’erba nella pancia!».

Improvvisamente venne brutto tempo, tutti i fiori del campo richiusero i loro petali e chinarono le graziose testoline, mentre la tempesta passava sopra di loro; il grano saraceno invece se ne stava dritto nella sua superbia.

«Piega la testa come facciamo noi!» gli dissero i fiori.
«Io non ne ho bisogno!» rispose il grano saraceno.
«Piegati come facciamo noi!» gridò il grano «adesso passerà in volo l’angelo della tempesta! Ha grandi ali che vanno dalle nuvole del cielo alla terra, ti colpirà prima ancora che tu possa chiedergli di risparmiarti!»
«Ma io non voglio piegarmi» replicò il grano saraceno.
«Chiudi i fiori e piega le foglie!» gli disse anche il vecchio salice «non guardare il fulmine mentre si stacca dalla nuvola, neppure gli uomini osano guardare, perché attraverso il fulmine si può vedere nel cielo di Dio, ma tale vista rende ciechi gli uomini; che cosa succederebbe quindi a noi piante della terra, se osassimo guardare, noi che siamo molto inferiori?»
«Molto inferiori?» disse il grano saraceno. «Voglio proprio vedere nel cielo di Dio!» gridò pieno di superbia e arroganza.
Giunse il fulmine e sembrò che tutto il mondo fosse una sola fiamma di fuoco.

Quando il brutto tempo si calmò, i fiori e il grano si ritrovarono immersi in un’aria pulita, rinfrescata dalla pioggia, ma il grano saraceno era stato bruciato dal fulmine, e ora non era altro che una inutile erba morta nel campo.
Il vecchio salice agitò i rami al vento e dalle verdi foglie caddero grosse gocce d’acqua; sembrava che l’albero piangesse.

Allora i passerotti chiesero: «Perché piangi? Qui tutto è benedetto dal Signore; guarda come splende il sole e come corrono le nuvole, non senti che profumo viene dai fiori e dai cespugli? Perché piangi dunque, vecchio salice?».

E il salice raccontò allora della superbia e dell’arroganza del grano saraceno, e della punizione che non manca mai. Io che vi racconto la storia, l’ho sentita dai passerotti; me l’hanno raccontata una sera che ho chiesto che mi narrassero una storia.

tratto da : Andersenstories

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Poesia – La mente si fa sera (mandala di luce nera) di Cristiano Torricella

(0 commenti) | Commenta | Inserito il nov 6, 2011 in Blog, Cristiano Torricella, Poesie della domenica

Proseguiamo il nostro cammino domenicale dedicato alla poesia segnalando il nuovo componimento del poeta Cristiano Torricella che ritorna tra le nostre pagine con La mente si fa sera (mandala di luce nera), poesia che va ad affiancarsi a La mente libera – mandala verde.

 

La mente si fa sera (mandala di luce nera)

di Cristiano Torricella

 

Si spengono le occhiute lanterne.
Si salutano amici ed averi.
Si impacchettano i ricordi.
Ci si prepara al dopo.
E’ finita, della vita, la primavera.
La mente si fa sera.
Mandala di luce nera.

 

Note informative:

Autore: Cristiano Torricella
Titolo: La mente si fa sera (mandala di luce nera)
Genere letterario: poesia iniziatica – religione e spiritualità
Data di scrittura: 5 ottobre 2011
Note a cura dell’autore: questa mia poesia, frutto della maturità, intitolata “la mente si fa sera” (mandala di luce nera), prosegue, oltre vent’anni dopo, il mio cammino spirituale, allora iniziato, a Roma, da un me stesso “giovane scrittore”, con la mia poesia “la mente libera” (mandala di luce verde)

La maggior parte dei suoi testi teatrali ed ogni altra utile informazione sull’autore Cristiano Torricella le trovate qui: Cristiano Torricella.

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