Il disco del mese – Toys in the Attic degli Aerosmith

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 30, 2009 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Ad agosto il blog è andato in vacanza e dopo un mese di pausa ritorno con molto piacere a parlare di quei dischi considerati pietre miliari della musica, album di cui non si potrebbe fare a meno e che si ascolterebbero per ore e ore senza mai smettere.
Di dischi ce ne sarebbero tanti da recensire ma per questo ritorno ho scelto un album del mio gruppo preferito: gli Aerosmith e l’album si chiama Toys in the Attic.

Questo mese volo indietro al 1975, quando Steven Tyler & soci pubblicano il loro terzo lavoro dopo aver inciso Aerosmith, l’omonimo, e Get Your Wings. Se i primi due album all’epoca erano passati quasi sotto silenzio, è grazie ai “giocattoli in soffitta” che gli Aerosmith entrano di diritto nel panorama hard rock Anni ’70, riescono a farsi conoscere e cominciano a girare in tour facendo da spalla a gruppi come Kiss e ZZ Top.

Toys in the Attic è differente dai lavori precedenti ma non risulta assolutamente inferiore o non “fedele alla linea” anzi, di personalità ne ha tantissima, da vendere, perchè è con questo album che si capisce ancor di più la strada intrapresa dagli Aerosmith e la loro voglia di lasciare un segno nella Musica! Di paragoni con altri gruppi ce ne sono tanti: Led Zeppelin su tutti, ma anche Rolling Stones, ZZ Top ecc.

Questo album del 1975 comincia con una bella “botta”, con il brano che da’ il titolo al lavoro e che ha un ritmo talmente accattivante da scorrere via troppo in fretta. E’ Toys in the Attic ad aprire le danze, un brano che è stato anche rifatto da un gruppo di tutto rispetto come i R.e.m. alcuni anni dopo. Segno che la classe non è acqua!

Ma andiamo avanti. Dopo un inizio scoppiettante, da ballare, ci si ritrova di fronte a una quasi ballata dove i suoni si placano e si calmano: è la volta di Uncle Salty. Caratteristica della canzone è il riuscire a mettere in risalto sia la voce di Steven Tyler che la chitarra di Joe Perry, chitarra che riempie le pause presenti nel brano.
La quiete e la calma però non sono destinate a durare a lungo quando si parla di Aerosmith e infatti ci si ricomincia a muovere e lo si fa con la ritmata e movimentata Adam’s Apple: brano dove gli ostinati (piccoli passaggi obbligati, stacchi) non mancano. Da notare all’interno di questo brano il riff distorto in contrasto con l’assolo che sembra più tranquillo, quasi a voler invertire gli schemi “classici” di composizione delle canzoni hard rock dove il solo è invece il momento di massimo splendore ed espressione.

E siamo giunti al quarto brano. Cioè, al brano per eccellenza, alla mitica Walk This Way. Che dire, sicuramente è la canzone più conosciuta del gruppo di Boston. Reinterpretata dai RUN DMC in versione rap, questa canzone compie una vera e propria rivoluzione perché è una delle prime a fondere sonorità rap e rock. Gli Aerosmith non avrebbero mai pensato che Walk This Way potesse significare tanto e invece è andata proprio così, indimenticabile.
Grazie al rifacimento dei RUN DMC gli Aerosmith riescono ad uscire dal tunnel nel quale erano caduti: sesso, droga e rock & roll…un rischio in quegli anni.

Segue Big Ten Inch Record che apparentemente “stona” con l’intero contesto dell’album, ma in realtà rappresenta una parentesi, un ritorno alle origini – mai dimenticate dal gruppo – in cui ritroviamo un boogie d’altri tempi, un suono ancor più grezzo, rockeggiante, dove Tyler si esalta con l’armonica. Particolare del pezzo è la presenza di un pianoforte, il suo contributo è fondamentale anche se non risalta molto bene, per sentirlo bisogna ascoltare con attenzione la canzone.

E con il sesto brano arriva un altro gioiellino: Sweet Emotion. Questa canzone sarà quasi sempre presente nei loro concerti e si rinnoverà di continuo, gli anni passano ma non per lei!
E’ bellissima Sweet Emotion, un tributo ai Beatles ben riuscito. Il suono nell’album è ancora più cupo dell’originale e grazie a questa caratteristica riesce a trasmettere una carica mai vista, si resta lì, fermi ed affascinati durante l’ascolto. Peccato finisca troppo presto!

Nell’album troviamo anche il tempo per un arpeggio degno di nota e presente in No More No More. Le strofe sono coinvolgenti, l’alternanza del tema portante con i riff è perfetta. Anche questa canzone finisce troppo in fretta, infatti arriva subito Round and Round.
Questa canzone è definita da molti l’anello debole perché sembra ancor più fuori contesto se confrontata con le tracce precedenti, è dura, pesante e poco originale. Una nota stonata che si può perdonare.
E con You See Me Crying l’album giunge al termine. Una ballad dove la voce graffiante di Tyler cattura. E’ una ballad che onestamente poteva esser fatta meglio, ma il gruppo era agli inizi, non possiamo pretendere tanto, il lavoro fatto è ottimo.

Toys in the Attic è un album che non smetterei mai di ascoltare e non lo dico perchè gli Aerosmith sono il mio gruppo preferito, lo dico in quanto ci sono talmente tanti spunti e linee guida musicali che non solo si ritrovano in artisti più recenti, ma contribuiscono anche a rendere l’album una continua scoperta. Non dura tantissimo e credo anche questa sia la sua forza, passare velocemente ma venire catturato ancor più in fretta. Già, perchè alla fine dell’album non si può fare a meno che ripremere il tasto play o, come direbbero gli Aerosmith in tempi più recenti: “Just Push Play“!

Gli Aerosmith sono:

- Steven Tyler: voce, armonica, tastiera e percussioni
- Joe Perry: chitarre, coro
- Tom Hamilton: basso
- Brad Whitford: chitarre
- Joey Kramer: batteria e percussioni

Tracklist:

1- Toys in the Attic
2- Uncle Salty
3- Adam’s Apple
4- Walk This Way
5- Big Ten Inch Record
6- Sweet Emotion
7- No More No More
8- Round and Round
9- You See Me Crying

Degli Aerosmith parliamo sul forum nel topic: Continua a sognare (Dream On) con gli Aerosmith!

Scritto da Mac La Mente

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Graphic Novel – L'approdo di Shaun Tan

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 25, 2009 in Blog, In Libreria

Negli ultimi mesi ho parlato diverse volte di fumetti e mi sono soffermato sulla capacità che questa forma d’arte ha di meravigliare, far sognare e rivivere insieme ai protagonisti la storia raccontata. Ma non ci sono solo i fumetti, un’altra forma grafica di particolare effetto e che nel corso di questi anni continua ad affascinare e a evolversi e che in un certo senso influenza anche i fumetti classici (per lo meno quelli che siamo abituati a vedere) è rappresentata dalle graphic novel.

Le graphic novel sono delle storie più lunghe, quasi dei romanzi, che si concludono con la fine del volume, non ci sono (salvo casi rari) seguiti: è questa la differenza sostanziale con i fumetti. Ma non solo, questa nuova forma d’arte unisce ai dialoghi dei disegni sicuramente più curati ed espressivi, tavole che parlano da sole, a volte anche senza l’ausilio delle parole.

E’ proprio di questo ultimo caso che vorrei parlare in questo articolo, raccontando una delle più belle graphic novel pubblicate in questi ultimi anni: L’approdo di Shaun Tan.

Realizzata nel 2006 con il titolo originale The Arrival e distribuita in Italia dalla Elliot Edizioni nel 2008, L’approdo nel corso di questi anni ha vinto numerosissimi premi e ricevuto diversi riconoscimenti:

- Libro dell’anno 2007 per il Children’s Book Council Australia
- Libro dell’anno 2007 per il New York Times
- Miglior graphic novel per il Washington Post
- Vincitore del Fauve d’Or al Festival Internazionale de la Bande Dessinèe di Angoulême

E devo dire che questi premi se li merita tutti perchè la storia che viene raccontata attraverso le tavole è meravigliosa e non ha bisogno di parole. Già, perchè L’approdo è una graphic novel interamente realizzata da disegni, senza dialoghi, e sono proprio le tavole a parlare e a raccontare quello che può spingere un uomo a partire, a voltare le spalle (momentaneamente) alla sua famiglia e viaggiare verso una meta e un luogo sconosciuti, senza conoscere la lingua, senza avere una casa né una famiglia e con un futuro incerto…

L’approdo è la storia di un uomo e del suo viaggio, ma potrebbe essere la storia di chiunque perchè siamo tutti pellegrini, viaggiatori e emigranti quando lasciamo la nostra casa e i nostri affetti in cerca di qualcosa di meglio, qualcosa che può darci una nuova spinta a ricominciare.

Sfogliando le pagine ogni tavola ci parla, ogni sfumatura di colore fa lo stesso e alla fine viviamo le stesse sensazioni e gli stessi stati d’animo del protagonista: gioia e tristezza, felicità e angoscia che trovano ne L’approdo un’alchimia e un’unione perfetta.

Al protagonista non mancano le esperienze, il viaggio in sé è già qualcosa di duro da affrontare e avviene con un mezzo particolare: una specie di cabina telefonica ancorata a un pallone. L’uomo arriva a destinazione e si confonde tra la folla perché altri come lui sono partiti per questo “viaggio della speranza” – proprio come avveniva anni fa per gli emigranti che dall’Europa si spostavano nel “nuovo mondo”, in America.
Al protagonista non mancano incontri strani con esseri viventi mai visti o con altre persone. Tra queste in particolare con una donna con la quale scambia le proprie esperienze e condivide il dolore per l’essere solo, ma solo fino a un certo punto, perché un giorno la famiglia si riunisce di nuovo e la pace ritorna tra le mura domestiche in questa città dove si decide di ricominciare…

L’approdo è un libro che mi ha quasi sconvolto e l’ha fatto senza l’utilizzo della parola, solo sfogliandolo mi ha trasportato in un mondo nuovo tutto da esplorare e scoprire. Non posso far altro che consigliarne la “lettura” e di immedesimarsi nel protagonista: il viaggio sconvolgerà all’inizio ma alla fine regalerà una sensazione di quiete e di pace mai provate prima.

Dati della graphic novel:

Titolo: L’approdo
Autore: Shaun Tan
Pagine: 128 illustrate
Casa Editrice: Elliot
Anno: 2008

Scritto da Mac La Mente

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Scientifica-mente: Giochi di logica e di matematica 4

(2 commenti) | Commenta | Inserito il set 19, 2009 in Blog, Scientifica-mente

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima volta in cui ho parlato di quei piccoli giochi che fanno passare il tempo, divertire e sorprendere i nostri amici e che mettono in moto anche il nostro cervello: quei giochi generalmente chiamati “giochi di logica e matematica“.
Spesso quando pensiamo a questi passatempi vi associamo subito i numeri, le operazioni aritmetiche, le espressioni e tutte quelle funzioni che da piccoli, fin dai primi giorni di scuola, ci siamo trovati ad affrontare e che alcuni non hanno mai sopportato ritenendoli troppo complicati e arrivando perfino a detestare la matematica e tutto il mondo che vi si nasconde dietro. E allora cosa fare? Meglio un bel tema di italiano, meglio scrivere delle parole! ;)

E’ un peccato che in alcuni casi vada a finire così, tanto più che non sempre è vero che le parole sono più facili dei numeri.
Scopo di questo articolo è dimostrare che anche la lingua e le parole possono rientrare nei “giochi di logica e matematica”, in particolare in quella branca di questa categoria conosciuta come i giochi di linguaggio.
Come con i numeri ci sono possibili percorsi ma alla fine la soluzione corretta è una sola, così è anche con le parole.

In questi anni sono nati diversi giochi con le lettere dell’alfabeto, incentrati sul linguaggio e atti a stimolare determinate aree dell’emisfero sinistro del nostro cervello.

Il gioco che vado a descrivere ha poche regole e diverse soluzioni, non ce n’è una corretta proprio perchè le parole che si possono utilizzare sono tante quante quelle del vocabolario! Le uniche regole da rispettare sono:

- Cambiare una sola lettera nel passaggio da una parola all’altra;
- Cercare di arrivare alla soluzione rispettando il numero massimo di passaggi richiesti da chi presenta il gioco.

Se queste due semplici regole vengono rispettate ecco nascere infiniti giochi che, per semplicità, raggrupperemo con il nome “Da un parola all’altra“.
Il grado di difficoltà del gioco cresce non solo con il numero di passaggi richiesti per raggiungere la soluzione, ma anche con la lunghezza delle parole da utilizzare, parole che si differenziano per una sola lettera.

Per chiarire meglio il gioco ecco un paio di esempi:

1) Supponiamo che si sia scelta come parola di partenza Vacca e come parola di arrivo Sacra, e che il numero di passaggi richiesto sia uno solo. Allora:

Vacca → _ _ _ _ _ → Sacra

La parola tra i trattini sarà Sacca che si differenzia dalla prima per la lettera S e dalla parola finale per la lettera R.

2) Supponiamo che si sia scelta come parola di partenza Casa e come parola di arrivo Home, e che i passaggi richiesti siano tre. Allora:

Casa → _ _ _ _ → _ _ _ _ → _ _ _ _ → Home

Le parole da inserire sono: Cosa, Coma, Come. Ognuna differente per una lettera dalla precedente e dalla successiva.

Bene, spero che i due esempi siano abbastanza chiari, ora giochiamo!

1) Solido → Vapore. Il numero di passaggi per la trasformazione è sei. Servono sei parole di sei sillabe!
2) Muro → Arco. Il numero di passaggi per la trasformazione è tre.
3) Terra → Fuoco. Il numero di passaggi per la trasformazione è nove.

Le soluzioni di questi giochi nel commento che segue l’articolo!

Scritto da Mac La Mente

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Pentagramma – In ricordo di Richard Wright: Summer '68

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 15, 2009 in Artisti, Blog, La musica del tempo

Oggi è l’anniversario della morte di Richard Wright, il musicista, compositore e splendido tastierista dei Pink Floyd, creatore di quei meravigliosi tappeti sonori che hanno reso unico e irripetibile il sound del gruppo.

Ricordo ancora con grande tristezza il momento in cui l’anno scorso seppi della sua improvvisa scomparsa. Un senso di vuoto e di mancanza, come se una parte di me stessa fosse venuta meno. Un dolore che non immaginavo di poter provare per un artista e per una persona mai conosciuta direttamente.
Ma probabilmente chi ha il dono della creazione artistica da’ qualcosa di così essenziale di se’ da diventare parte della vita di chi ama la sua arte…

E proprio con la sua arte voglio ricordare Richard Wright un anno dopo: con uno dei brani più belli dei Pink Floyd, scritto, composto e cantato interamente da lui, Summer ’68.

Il brano fa parte dell”album del 1970 Atom Heart Mother, album costituito dalla straordinaria suite omonima, dalla mini-suite Alan’s Psychedelic Breakfast, e da tre brani solisti composti e cantati rispettivamente da Roger Waters (If), David Gilmour (Fat Old Sun) e, appunto, Richard Wright con la sua Summer ’68.

Summer ’68 è una dolente ballata nella quale il musicista riflette e canta la delusione e il vuoto della vita della rock star. Vita libera, certo, senza vincoli, con schiere di groupie pronte a tutto, alcol a fiumi, droga: sesso, droga e rock’n roll, appunto…
Ma quella vita, a ben guardare, è una vita vuota, una vita che dietro l’apparente libertà toglie in realtà proprio la libertà di essere se stessi, di creare amicizie e affetti e, anzi, svuota di autenticità gli incontri e i rapporti con le persone e rischia di mettere a repentaglio i sentimenti e gli affetti autentici.

Queste riflessioni emergono nel racconto dell’incontro da una notte con una groupie, un incontro senza parole, senza scambi, senza sentimenti, un incontro che lascia solo freddo e consapevolezza del vuoto che sta dietro a quella notte di sesso, notte a cui ne seguiranno altro, altrettanto vuote, con altre groupie (Charlotte Pringle’s due/Charlotte Pringle è in arrivo, dove Charlotte Pringle è un nome fittizio per indicare la prossima groupie), così come per la ragazza seguiranno altre notti, altrettanto vuote, con altri musicisti e cantanti.

Chissà, forse sarebbe possibile approfondire quell’incontro, trasformarlo in un incontro tra persone e non solo tra corpi cui nulla interessa uno dell’altro. Basterebbe solo parlare e raccontare come ci si sente, essere se stessi.. Ma proprio questo non è possibile e proprio questo rende il musicista consapevole del vuoto in cui vive. Consapevolezza che emerge nell’urlo dolente con cui chiede insistentemente alla ragazza come si sente. Urlo che, forse, in realtà rivolge a se stesso: come ti senti dopo questo non-incontro?
Consapevolezza e urlo che, a livello musicale, sono resi col passaggio dalle parti melodiche a parti molto più ritmiche.

Da notare la bella intro di tastiere, la splendida parte ritmica associata al ritornello e, appunto, all’urlo “how do you feel/come ti senti“; e, soprattutto, la stupenda sezione strumentale nella seconda parte, sezione che va a richiamare e creare uno stretto legame con la suite Atom Heart Mother..
Un brano bellissimo dove si ritrova tutta la splendida anima musicale e umana di Richard Wright.

Ciao Rick, R.I.P.

Summer ’68
 
Would you like to say something before you leave
Perhaps you’d care to state exactly how you feel
We say goodbye before we’ve said hello
I hardly even like you, I shouldn’t care at all
We met just six hours ago, the music was too loud
From your bed I came today and lost a bloody year
And I would like to know how do you feel
How do you feel
 
Not a single word was said,
The night still hid our fears
 
Occasionally you showed a smile but what was the need
I felt the cold far too soon in a room of ninety-five
My friends are lying in the sun, I wish that I was there
Tomorrow brings another town, another girl like you
Have you time before you leave to greet another man
Just you let me know how do you feel
How do you feel
 
Goodbye to you…
Charlotte Pringle’s due
I’ve had enough for one day
Estate ’68
 
Vorresti dire qualcosa prima di andartene?
Forse vorresti spiegare come ti senti esattamente
Ci siamo detti addio prima di esserci detti ciao
Non mi piaci neppure tanto, non dovrei curarmene affatto
Ci siamo incontrati giusto sei ore fa, la musica era troppo alta
Oggi sono uscito dal tuo letto e ho perso un maledetto anno
E vorrei sapere come ti senti
 
Come ti senti
 
Non ci siamo detti neppure una parola
La notte ha nascosto ancora le nostre paure
Ogni tanto hai fatto un sorriso, ma che bisogna c’era?
Ho sentito il freddo troppo presto in una stanza surriscaldata
I mie amici se ne stanno al sole, vorrei essere la’
Il domani porterà un’altra città, un’altra ragazza come te
Hai tempo prima di andartene ad accogliere un altro uomo?
Fammi solo sapere come ti senti
 
Come ti senti
 
Arrivederci a te…
Charlotte Pringle è in arrivo
Ne ho avuto abbastanza per un giorno

Testo e musica di Richard Wright

Summer ’68 – Pink Floyd

Scritto e tradotto da Vianne

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Auguri Roberta e Davide!

(5 commenti) | Commenta | Inserito il set 12, 2009 in Blog, Comoda-mente

Il 13 settembre si sposano Roberta (Chantilly) e Davide e la comunità di Libera-mente.net si unisce, insieme alla piccola Viola, ai festeggiamenti per i futuri sposi e fa loro tanti tanti auguri! :)

 

Tra un primo, un secondo e un contorno
è arrivato il grande giorno
per festeggiare e danzare
un matrimonio che s’ha da fare!

C’è la torta, lo spumante,
vino bianco e vino rosso,
per rallegrare in ogni istante
un amore grosso grosso!

In questo giorno da ricordare
in un’altra realtà, quella virtuale,
tutta la comunità di libera-mente
è lì con voi a festeggiare!

Con palloncini e trombette,
e con riso a volontà,
facciam tante pirotte
e al grido “Hip hip urrà!”
diciamo tutti in coro e a bocca aperta…

Felicitazioni Davide e Roberta!

Un grande Abbraccio!

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