Il disco del mese – White Lies for Dark Times di Ben Harper (2/2)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il apr 30, 2009 in Artisti, Blog, Il disco del mese

E dopo aver parlato in generale – nel precedente articolo – di come è nato e di cosa contiene e offre l’ultimo lavoro di Ben Harper, White Lies for Dark Times, è arrivato il momento di analizzare brevemente le undici tracce audio.

La canzone d’apertura del disco è Number with No Name. In questo brano la chitarra slide suonata da Ben Harper si sente moltissimo, è in primo piano, mentre nello stesso tempo la chitarra dei Relentless7 suona un riff scuro e continuo. Il solo è affidato naturalmente alla slide, il tocco di Ben Harper è micidiale, un vero piacere ascoltarlo. Anche gli altri due strumenti (basso e batteria) fanno un buon lavoro, la ritmica è corposa, da vera canzone rock, con fill e momenti in cui il suono avvolge l’ascoltatore. Ma dura troppo poco, i tre minuti volano senza neanche accorgersene e arriva il tempo di andare avanti e di passare al secondo brano: Up to You Now. Se la prima traccia è sembrata rock, la seconda lo è ancor di più. In Up to You Now sono molto particolari il coro e la parte finale dove ci sono stacchi alternati di chitarra e batteria che eseguono fill all’unisono per poi ritornare alla ritmica base della canzone. Ma non finisce qui perchè la canzone cresce ancora durante il ritornello, si calma per un attimo e termina, sul finale, in maniera ancor più distorta.

Alle prime due segue Shimmer & Shine. Un intro potente caratterizza questo brano: non a caso è affidata alla batteria l’apertura delle danze, tutti gli altri strumenti le van dietro. E’ l’unico brano dell’album dove ricompaiono alcun membri degli Innocent Criminals: Juan Nelson (bassista) e Oliver Charles (batteria) che affiancano i Relentless7. Un brano molto movimentato, peccato duri anch’esso troppo poco, le strofe e l’inciso scorrono in fretta e la canzone finisce di botto, quasi di sorpresa.
Il primo vero coro – affidato al gruppo che accompagna Ben – arriva con Lay There & Hate Me. Qui si canta tutti insieme. I Relentless7 accompagnano la voce solista creando un gioco davvero particolare. Durante l’ascolto sono stato ingannato perchè ho pensato ad un coro femminile ed invece le voci sono maschili, probabile che non abbia “sintonizzato” bene l’orecchio al brano! Lay There & Hate Me ha un’altra caratteristica oltre al coro, è l’unico brano dove c’è il piano. Questo arriva dopo la prima parte cantata ed esegue un breve solo nel primo stacco musicale. Il secondo stacco invece è affidato alla chitarra con effetto wah wah. La canzone continua, Ben riprende a cantare con più energia, crede a quello che dice, ci mette l’anima e anche la musica che l’accompagna fa lo stesso. Grande! Il brano termina sfumando.

Se fino a questo momento le canzoni ascoltate possono definirsi rock, è in Why Must You Always Dress in Black che si raggiunge l’apice. Un brano che spacca! Il più movimentato, una ritmica di chitarra distorta e un riff ipnotico che anche a fine canzone si continua a sentire nelle orecchie. La batteria è scatenata, il basso non si ferma un secondo e la loro forza esplode quando arriva il ritornello dove avviene di tutto, è il caos! Merito di questa meraviglia è la formazione dei Relentless7, adatta ad esecuzioni di questo tipo e a suonare delle parti che sembrano disegnate su misura per ognuno di loro. L’unica pecca, forse, è che la ripetizione all’inverosimile del riff di chitarra fa quasi sembrare la canzone priva di originalità e tutta uguale. Peccato, qualche minuto in più e qualche cambiamento e sarebbe stata perfetta. Il finale è secco, preciso: chitarra, basso e batteria chiudono all’unisono.

Al sesto brano però avviene un cambiamento. Si cambia strada e da quella del rock si passa ad una strada più calma, il suono diventa più leggero.
Shik Thin è il brano che secondo me si avvicina di più ai lavori precedenti di Ben. Non a caso è la ballad per eccellenza dell’album, il pezzo più lento. La voce chiara, calda e definita di Ben Harper spicca sulla musica e sugli arpeggi di chitarra, la linea ritmica-melodica è soffusa: una carezza sul viso questa canzone. E’ la mia preferita, non ascolterei altro!
Il coro è fantastico, da brividi e l’apertura sul ritornello davvero bella. Prima di arrivare al finale il brano ritorna ad essere sussurrato nel cantato e si ripete la struttura iniziale. C’è la chitarra acustica, l’amo!
Ed è arrivato il momento di Fly One Time. Si ricomincia in modo “pesante”? Assolutamente no. Il brano è più movimentato del precedente ma comunque leggero: sembra un risveglio, una ripresa, perchè non è più tempo per dormire. Ben urla e la chitarra gli va dietro all’infinito, poi, tutto si ferma. Il brano riprende l’intro per un paio di battute e arriva alla fine.

Il risveglio annunciato arriva in maniera definitiva con Keep It Together (So I Can Fall Apart) dove la musica si fa sentire. L’ottava traccia è la prima delle due canzoni con più spazi musicali del disco. Comincia col botto ma successivamente, dopo la prima strofa, si placa, ricomincia e riesplode. Molto bella tutta la parte affidata alla chitarra che, con effetti diversi (distorsioni, eco ecc.), riesce a riempire nel miglior modo possibile gli spazi.
Ritmo ritmo ritmo, è questa la parola principale che descrive invece Boots Like These. Un brano dove voce e batteria sono gli strumenti principali, gli altri due strumenti si sentono ma non sono mai messi in rilievo, restano sempre nel sottofondo della canzone, quasi in lontananza. Restano quasi in lontananza anche se l’impressione generale del brano è diversa e questa caratteristica emerge solo dopo un attento ascolto.

Un’altra canzone dove si riaffaccia il Ben che tutti conosciamo, quello di ritmiche che fanno sognare e viaggiare al suono della sua voce, è The Word Suicide. Ascoltando questo brano si ha l’impressione che da un momento all’altro debba esplodere, cosa che invece non accade. La chitarra è sì distorta e cresce ma solo durante la parte strumentale, subito dopo si calma e il soul riparte. In The Word Suicide c’è un’altra chitarra acustica da sogno che annuncia il momento di quiete musicale: il brano comincia a svuotarsi piano piano fino ad arrivare alla fine. Ci sono dei bei passaggi in questa canzone e un ottimo gioco di volumi. E’ la canzone che dura di più ma anche quella con il testo forse più breve. Qui, parla la musica.
E siamo in chiusura del disco, l’undicesima traccia, Faithfully Remain, è lenta e lentamente ci prende per mano e ci porta alla fine del viaggio. La voce di Ben è delicata e dolce, gli acuti durano pochissimo e un breve lancio serve solo per attirare l’attenzione e dare importanza alle parole, ma niente di più perchè la canzone è nata per cullare. Il solo di chitarra slide fa venire i brividi. Magico Ben.

White Lies for Dark Times è un album da ascoltare, ascoltare tante volte fino a quando non arriva dritto al cuore e lo fa esplodere!

Scritto da Mac La Mente

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