Il disco del mese – Awake dei Dream Theater

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 27, 2008 in Artisti, Blog, Il disco del mese

Dopo la musica d’autore per eccellenza di De André passiamo a esaminare questo mese un album di quello che è considerato il gruppo di riferimento per il neonato – alcuni pensano che nasca proprio con la nascita di questo gruppo – genere progressive-metal: loro sono i Dream Theater e l’album è Awake del 1994.

Questo nuovo filone musicale è sicuramente nato dalla loro assoluta capacità di fondere la spigolosità del metal con i barocchismi progressive, capacità questa che gli vale il tributo anche da parte di capostipiti riconosciuti come i Queensrÿche.

Musicalmente parlando, tutto quello che riguarda questa band è eccesso: cambi di tempo, battute dispari, assoli quasi estenuanti e una ricerca maniacale della perfezione dei suoni.

 

L’album evidenzia un brusco cambio di direzione da parte della band; rispetto al precedente Images & words, infatti, ha toni e suoni evidentemente più forti e “cattivi”, restando tuttavia pienamente ancorato ai canoni del progressive-rock. Come caratteristiche possiamo sicuramente affermare che i suoni di questo album sono di gran lunga più vicini all’heavy-metal rispetto a quelli di Images and words, album nel quale la componente fondamentale era la maestosità degli stessi.

In questo album le capacità strumentali dei membri della band, che riescono a portare i loro strumenti davvero ai limiti dell’utilizzo, vengono espresse totalmente in ogni brano e con la sua uscita, sicuramente, il panorama progressivo mondiale ha trovato i suoi nuovi dei; le acrobazie strumentali presenti sono davvero stupefacenti.
Pubblicato nel 1994, affianca con la sua uscita il periodo in cui il tastierista Kevin Moore, da molti considerato la vera mente della band, esce dal gruppo per incomprensioni con gli altri membri e per dedicarsi a progetti propri. Lo sostituirà Derek Sherinian (ex Alice Cooper band), sicuramente più tecnico ma destinato ad una breve permanenza nel gruppo soprattutto perché molto “incline” a una vita pubblica, visti i suoi modi durante i concerti e le interviste, cosa questa che gli costerà l’uscita dalla band dopo appena un album, Fallin’ into infinity del 1997.
Come era già successo in passato con Take the time (in cui è presente una citazione da “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore: “ora che ho perso la vista ci vedo meglio”) e altri brani, in diverse canzoni sono stati usati spezzoni tratti da film o telegiornali: “6:00 on a Christmas Morning” in 6:00; la registrazione di un giornalista che commenta l’inseguimento in auto di O.J.Simpson in Space dye-vest; e la partecipazione del rapper Prim-mo in Voices.

Prima di passare alla tracklist e alla descrizione dei brani un parere personale: sull’eccellenza dei componenti di questa band non ci sono dubbi (infatti molti come me pensano che sia una band costruita a tavolino), ma se ci sono da avanzare critiche, più che sull’approccio iper-tecnico che li contraddistingue, io le avanzerei sulla sicurezza e sulla spavalderia che mostrano e che molto spesso rasentano la presunzione più assoluta.

Tracklist

1. 6:00 – 5:31
2. Caught in a Web – 5:28
3. Innocence Faded – 5:42
4. Erotomania – 6:44
5. Voices – 9:53
6. The Silent Man – 3:48
7. The Mirror – 6:45
8. Lie – 6:33
9. Lifting Shadows Off a Dream
10. Scarred – 10:59
11. Space-Dye Vest – 7:29

L’album si apre con 6:00, che ci catapulta immediatamente nella perfezione dei suoni dell’album; riff incalzanti e tempi dispari “a valanga” ci fanno capire che questo sarà veramente un album di quelli “seri”.
Caught in a web “nonostante abbia ancora qualche rimasuglio barocco” è inondata dalla caratteristica che è predominante e spicca più di qualunque altra durante l’ascolto dell’album: l’anima metal.
Innocence faded veleggia tra cori ed evoluzioni ritmiche che ricordano i Rush (che nei Dream Theater trovano i degni successori).

L’eccesso dell’album è dato dalla mini-suite “A mind beside itself”: Erotomania è guidata con una sicurezza sconvolgente dallo stratosferico Petrucci, Voices invece risulta essere il brano più “collettivo” dell’album, brano nel quale ogni componente ci mette del suo per la riuscita, la ballad The silent man risulta a tratti banale rispetto al consueto perfezionismo della band, ma dà un respiro acustico ai deliri di onnipotenza del gruppo.

The mirror/Lie rappresenta sicuramente la parte più interessante dell’album: i break sono davvero notevoli, e Petrucci si dà davvero molto da fare (ascoltate l’assolo in Lie), oltre a Portnoy che si trova totalmente a suo agio nei momenti in cui la tecnica la fa da padrone.
Lifting shadows off a dream molto probabilmente è la prima ballad che hanno composto che non risulta banale, ma ha atmosfere molto interessanti e riferimenti neanche tanto nascosti agli U2.
Space-Dye Vest, che finalizza un eccellente lavoro e sembra quasi essere un regalo che Moore vuole fare ai suoi fan prima di terminare la sua avventura nei Dream Theater – non è mai stata infatti eseguita dal vivo.
Infine Scarred, crocevia tra la nuova direzione metal e i suoni maestosi di Images and words; splendida l’atmosfera che Myung riesce a dare con il basso fretless come intro, magnifico il crescendo chitarristico iniziale con un Petrucci che mette per un attimo da parte la tecnica e si lascia andare, ma la riprenderà subito dopo; incredibili anche qui i break strumentali.

Insomma, una chitarra ad altissimo livello, una batteria ispirata, tastiere tentacolari e suoni praticamente perfetti fanno di Awake uno dei migliori album del decennio.

Di questo e altri album dei Dream Theater parliamo anche sul forum nel topic a loro dedicato

Scritto da Carter

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Cinema – Il papà di Giovanna di Pupi Avati

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 25, 2008 in Blog, Cinema

Presentato al Festival del cinema di Venezia e in visione nelle sale dal 12 settembre 2008, l’ultimo lavoro del regista italiano Pupi Avati, Il papà di Giovanna, sta riscuotendo un enorme successo sia di pubblico, è primo tra i film italiani per ordine di incassi, che di critica.
Il film vede la partecipazione di Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher e dell’attore Silvio Orlando che, proprio grazie al suo ruolo, si è aggiudicato il premio “Coppa Volpi” come migliore interprete maschile, battendo Mickey Rourke nella sua interpretazione di un lottatore di wrestling nel film The Wrestler.

Il regista Pupi Avati è riuscito a realizzare un film che trasporta lo spettatore in un periodo che non c’è più, un periodo in cui era difficile vivere, dove si passava da momenti di felicità a momenti di dolore, e per farlo usa un modo particolare: la voce della protagonista, una bambina di nome Giovanna diversa dai suoi coetanei, chiusa nel suo mondo, non di bell’aspetto e con problemi psichici messi sempre più in evidenza durante il film.
Come ambientazione è stata scelta una città cara al regista, Bologna, nell’anno 1938, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. L’ambientazione tinge subito il film di colori antichi, il color seppia nelle atmosfere e nei luoghi la fa da padrone, dando una patina antica alle scene e alla fotografia.

Il papà di Giovanna è la storia di un professore di ruolo, Michele Casali (Silvio Orlando), che insegna Latino nella stessa scuola frequentata da sua figlia. Lui, un uomo del sud trasferitosi al nord con la moglie, ha diversi sogni nel cassetto. Il primo è quello di riuscire a realizzare un libro sfruttando una vecchia amicizia con un pittore divenuto famoso; il secondo è quello di educare e motivare sua figlia, facendole acquisire sicurezza e fiducia nelle proprie capacità.
Accanto a queste due figure principali è presente anche la moglie di Michele, mamma di Giovanna, una donna di grande bellezza che viene mantenuta lontana, quasi estromessa, dal rapporto creato dal padre con la figlia. La moglie di Michele, Delia (Francesca Neri), sopporta in silenzio questa situazione e ha come unica consolazione l’ammirazione da parte degli altri uomini, in particolare del vicino di casa, padrino di battesimo di Giovanna, Sergio Ghia. Sergio (Ezio Greggio) è un poliziotto fascista che in alcuni casi usa la sua autorità per ricevere privilegi e che allo stesso tempo aiuta, in modo sincero, la famiglia di Michele Casali. L’interpretazione di Greggio è impeccabile, una vera scommessa quella di Avati su di lui, scommessa che è riuscita in pieno, difficile immaginare un altro attore al suo posto!

La vita della famiglia Casali e delle persone a lei vicine viene stravolta quando, nella scuola di Giovanna, viene trovato il corpo senza vita della ragazza più amata e popolare dell’istituto, nonchè migliore amica di Giovanna. Da quel momento cominciano le indagini, si interrogano i professori e tutte le persone vicine e che conoscevano la ragazza. Giovanna viene interrogata una prima volta e rilasciata. La seconda volta, a seguito di un lunghissimo interrogatorio da parte di Sergio, Giovanna confessa di aver ucciso l’amica per gelosia. Ma qui emergono i problemi psichici, Giovanna non si rende conto di quello che ha fatto, si considera vittima e non carnefice.
Da quel momento Delia non riesce più a vedere la figlia, neppure quando va a trovarla in carcere. Michele è l’unico a stare vicino a Giovanna, per lui è sempre sua figlia, una bambina, e non l’abbandonerà mai, neanche quando, al termine del processo, giudicata incapace di intendere e di volere, viene trasferita nel manicomio di Reggio Emilia. L’amore del padre per la figlia supererà qualsiasi ostacolo ed è proprio questo il tema principale del film.

Gli anni passano, la guerra arriva e Bologna non è una città sicura. La linea ferroviaria che la collegava a Reggio Emilia viene fatta saltare e Michele è costretto ad allontanarsi dalla moglie per continuare a vedere la figlia: si trasferisce nelle vicinanze di Reggio Emilia, in campagna dove svolge dei lavoretti per di pagare l’affitto della camera. Ogni giorno va a trovare Giovanna e lei ad ogni visita ha una domanda fissa per il padre: “Dov’è la mamma? La prossima volta verrà lei?”, domande a cui il padre è costretto a rispondere mentendo.

Anni più tardi, la guerra è finita e termina anche la pena che Giovanna doveva scontare. Uscita dal manicomio torna a Bologna col padre, città irriconoscibile, distrutta come è distrutta la loro casa. Solo la stanza di Giovanna – chiusa dal giorno dell’arresto – sembra non aver risentito dello scorrere del tempo.
La ragazza, pur avendo capito di poter fare affidamento solo sul padre, continua a sperare di rivedere la mamma. E questo avviene una sera, per caso, in un cinema. La donna, in compagnia di un altro uomo, inizialmente fa finta di non riconoscere la figlia, che si avvicina a lei creando scompiglio tra il pubblico e costringendo il padre a portala via. Ma fuori dalla sala, mentre i due si allontanano, la mamma li raggiunge.

Il papà di Giovanna è diretto in modo magistrale da Pupi Avati, che è riuscito a ricostruire un passato italiano, una serie di vicende di vita, in modo impeccabile senza cadere in contraddizioni e senza perdere il filo degli eventi. Il tema portante del film è l’amore senza tempo, l’unico in grado di ricostruire una famiglia che tutti avrebbero ormai dato per distrutta.
E’ un film triste, è questo il sentimento che prevale alla fine nonostante il ricongiungimento dei tre familiari. Un film da vedere e ricordare e rivedere a lungo.

Regia: Pupi Avati.
Nazionalità e anno: Italia 2008.
Genere: Drammatico
Durata: 104 minuti
Interpreti: Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher, Serena Grandi, Manuela Morabito, Paolo Graziosi, Gianfranco Jannuzzo, Valeria Bilello.

Del film parliamo anche sul forum nel topic Ho visto al cinema.

Scritto da Mac La Mente

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In ricordo di Richard Wright (2/2)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 23, 2008 in Artisti, Blog

In ricordo di Richard Wright (1/2).

Il ricordo di David Gilmour

Il primo a reagire alla notizia della scomparsa di Richard Wright è stato David Gilmour, con un intervento pubblicato sul suo sito ufficiale poche ore dopo la scomparsa del collega e suo grande amico. Il chitarrista dei Pink Floyd, è anche la persona con cui Wright ha lavorato di più negli ultimi anni, quest’ultimo infatti ha suonato con lui nel suo disco solista del 2006 On an Island e in tutto il successivo tour.
Questa la dichiarazione di Gilmour:

“Nessuno può sostituire Richard Wright. Era il mio compagno musicale ed amico.

Nella ridda di discussioni su chi o cosa fosse Pink Floyd, l’enorme apporto di Rick è stato spesso dimenticato.

Era gentile, appartato e riservato ma la sua voce e il suo modo di suonare appassionati erano vitali, magici componenti del nostro più riconosciuto Pink Floyd sound.

Non ho mai suonato con nessuno come con lui. La fusione della sua e della mia voce e la nostra telepatia musicale hanno raggiunto la prima maggiore fioritura nel 1971 con “Echoes”. Dal mio punto di vista tutti i più grandi momenti PF sono quelli in cui lui era in piena attività. Dopotutto, senza “Us and Them” e “The Great Gig in th Sky”, entrambe scritte da lui, che cosa sarebbe stato “The Dark Side of the Moon”? Senza il suo tocco tranquillo l’album “Wish You Were Here” non avrebbe funzionato granchè.

Nei nostri anni di mezzo, per molti motivi, perse la sua strada per un po’, ma nei primi anni Novanta, con “The Division Bell”, gli tornarono la sua vitalità, la sua scintilla e il suo spirito e poi la reazione del pubblico alle sue apparizioni nel mio tour del 2006 fu enormemente edificante ed è un segno della sua modestia che quelle standing ovation fossero un enorme sorpresa per lui (ma non per noialtri).

Come per Rick, non mi è facile esprimere i miei sentimenti a parole, ma lo amavo e mi mancherà terribilmente.”
(dal sito ufficiale di David Gilmour)

 

Il ricordo di Roger Waters

Anche Roger Waters, il bassista dei Pink Floyd, ha subito reso omaggio a Richard Wright, inserendo sull’home page del suo sito ufficiale un’immagine molto commovente, quella di tante candele accese su fondo nero, alcune si stanno spegnendo.

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Successivamente ha rilasciato una dichiarazione pubblicata su Brain Damage, uno dei due più importanti siti britannici dedicati ai Pink Floyd. E questa dichiarazione dell’uomo che contestò pesantemente Wright e gli altri Floyd e uscì poi dal gruppo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, è particolarmente significativa proprio alla luce del passato e della riappacificazione e reunion del 2005 al Live 8.

“Mi ha rattristato molto sentire della morte prematura di Rick, sapevo che era malato ma la fine è arrivata in modo improvviso e sconvolgente. Il mio pensiero è con la sua famiglia, soprattutto con [i suoi figli] Jamie e Gala e la loro madre Juliet, che conoscevo molto bene ai vecchi tempi e che ho sempre apprezzato e ammirato moltissimo.

Per quanto riguarda l’uomo e il suo lavoro, è difficile esagerare l’importanza della sua voce musicale nei Pink Floyd degli anni ’60 e ’70. Le modulazioni e i voicing [accordi particolari e complessi, termine tecnico intraducibile in italiano, ndt] affascinanti, influenzati dal jazz, così familiari in “Us and Them” e “The Great Gig in the Sky” e che danno a quelle composizioni sia la loro straordinaria umanità che la loro maestosità, sono onnipresenti in tutti i lavori fatti in collaborazione da noi quattro in quegli anni. L’orecchio di Rick per la progressione armonica era la nostra pietra angolare.

Sono davvero grato per l’opportunità che il Live 8 mi ha dato di suonare con lui e David [Gilmour] e Nick [Mason] quell’ultima volta. Vorrei che ce ne fossero state altre.”
(dal sito Brain Damage)

 

Il ricordo di Nick Mason

Il commento e il ricordo più lunghi e articolati sono quelli invece di Nick Mason. Il batterista dei Pink Floyd ha rilasciato un’intervista pubblicata sul quotidiano britannico The Independent all’interno di un bellissimo servizio dedicato a Richard Wright e ai Pink Floyd apparso il 19 settembre, lo stesso da cui ho tratto i frammenti di intervista a Richard Wright pubblicati nell’articolo precedente.

Ricordando Rick di Nick Mason

“Perdere Rick è come perdere una persona di famiglia – in una famiglia un po’ fuori dalla norma. Ha fatto parte della mia vita per 45 anni, più a lungo dei miei figli e più a lungo di mia moglie. Ti avvicina alla tua mortalità. Ricorderò Rick con grande affetto. Era la persona totalmente non polemica del gruppo e probabilmente per questo ha sofferto. Non direi che fosse un bonaccione, ma di certo non ha mai spinto verso la lite. Rendeva la vita molto più semplice.

Incontrai Rick la prima volta alla Facoltà di Architettura di Regent Street. E penso che Rick fu più o meno sempre la stessa persona che conobbi nel 1962. Il Rock’n'Roll è un’esistenza da Peter Pan; non si cresce mai. In quel periodo frequentavamo persone che erano più interessate ad andare al cinema e a fare musica che all’architettura. Il gruppo arrivò un paio d’anni dopo. Tutti noi avevamo modi molto diversi di lavorare. Lui ha sempre saputo che cosa voleva fare e aveva un approccio unico al suonare. Ho visto un’intervista che fece in tv e lo disse chiaramente: “La tecnica è del tutto secondaria alle idee”. Roger [Waters] diceva che quanto più hai tecnica, tanto più puoi copiare. Nonostante avesse una certa formazione, Rick trovò la sua strada.

In una certa misura, io penso che riconoscere quello che faceva nel gruppo fosse piuttosto semplice. Era un paroliere e un tastierista, e cantava. Soprattutto le tastiere creano il sound di un gruppo. Per definizione, di un gruppo rock’n'roll le persone ricordano l’assolo di chitarra, il cantante o il contenuto dei testi. Ma tantissima gente ascolta la nostra musica in modo diverso. Il modo in cui Rick fa fluttuare le tastiere nella musica è parte integrante di quello che le persone riconoscono come Pink Floyd. Ha scritto “The Great Gig in the Sky” e la musica di “Us and Them”.

Eravamo un gruppo veramente molto unito e ci si ricorda sempre di questo. Tra il 1967 e la metà degli anni ’70 abbiamo trascorso un sacco di tempo assieme. Rick era una persona molto gentile. La mia immagine di Rick è lui seduto a suonare le tastiere mentre intorno gli esplodono i fuochi d’artificio. E’ la qualità principale di cui ci si ricorda in un gruppo dove Roger e David [Gilmour] erano più in contrasto su quello che ritenevano si dovesse fare.

Se c’è qualcosa che sento come un lascito, è il Live 8 [luglio 2005, Hyde Park] e il fatto di aver davvero superato ogni contrasto ed essere riusciti a suonare insieme. E’ stata la più grande opportunità.”
(tratto dall’articolo pubblicato su The Indepedent il 19 settembre 2008)

Scritto e tradotto da Vianne

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In ricordo di Richard Wright (1/2)

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 23, 2008 in Artisti, Blog

In ricordo di Richard Wright (2/2).

“Una delle grandi peculiarità dei Floyd è la dinamica della musica, – riteneva Wright. – Raramente si ascolta quel tipo di dinamica in un concerto live, da piuttosto bassa a molto forte; ma l’avere un sottile bilanciamento tra suono basso e forte è stato il tratto dei Floyd fin da quando abbiamo iniziato. Per quanto mi riguarda questo potrebbe derivare dall’aver ricevuto una formazione musicale classica, dove le sinfonie hanno una dinamica enorme.

“A volte mi sedevo alle prove o al sound check e suonavo qualcosa, improvvisavo un po’. – ricordava Wright – e arrivava David e diceva “Cos’è? E’ davvero buono!” e io rispondevo “Non ne ho idea, non sono in grado di ripeterlo.” A volte suono qualcosa che non ho registrato, e non so da dove arrivi, perché le mie mani abbiano fatto quello che hanno fatto quello che hanno fatto, in che chiave fosse, niente. Per me suonare è come meditare – mi limito a suonare e non penso proprio a quello che sto facendo, lascio solo che accada. E quei momenti possono essere davvero, davvero preziosi”.
Richard Wright
(da un’intervista di qualche anno fa richiamata sul quotidiano britannico The Independent il 19 settembre 2008)

 

Nei giorni successivi alla morte di Richard Wright sono apparse decine e decine di articoli sulla stampa, tributi nelle radio e nelle tv di tutti il mondo, ricordi commossi e approfondimenti seri e documentati. In ritardo, forse, ma tutti hanno unanimamente riconosciuto il ruolo centrale del musicista all’interno dei Pink Floyd.

Tra i tanti commenti e ricordi letti in questi giorni, inserisco la mia traduzione di quelli più toccanti e significativi, quelli di chi ha creato con lui quello straordinario universo musicale chiamato Pink Floyd: David Gilmour, Nick Mason e Roger Waters.

Pubblico la traduzione dei tre interventi nel prossimo articolo.

Qui invece, per dare l’ultimo saluto a Richard Wright, voglio ricordarlo con una delle sue composizioni soliste più belle, Breakthrough, tratta dal suo bell’album solista del 1996 Broken China.
Il video è tratto da un concerto di David Gilmour al Meltdown Festival del 2002 (ripreso nel dvd David Gilmour in Concert), concerto cui Wright partecipò come ospite d’onore suonando le tastiere in Confortably Numb e suonando e cantando appunto Breakthrough.

Breakthrough – Richard Wright

Qui il testo e la traduzione di Breakthrough.

Scritto e tradotto da Vianne

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Le poesie di Sahageua Panichelli

(0 commenti) | Commenta | Inserito il set 19, 2008 in Blog, In Libreria

Tra gli iscritti al forum di Libera-mente abbiamo la fortuna di avere anche una giovane poetessa e scrittrice, Sahageua Panichelli.

Sahageua (che è iscritta al forum con il nick Nilleshna) è autrice di due libri, Del tempo dell’incanto, una raccolta di poesie pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Il filo; e L’etereo mutamento, un romanzo pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Rupe Mutevole.

Io ho letto i suoi libri e sono stato affascinato dalle loro caratteriche. Mi hanno colpito in particolare la padronanza di linguaggio, caratterizzato dall’uso di termini ed espressioni eleganti e ricercate che ben si sposano con uno stile che, in modo altrettanto elegante, ci conduce in un ideale viaggio nel pronfondo. E le sonorità che, grazie all’uso sapiente di assonanze e allitterazioni, danno particolare musicalità ai testi, come si può vedere per esempio in questi versi:

Leggera acrobata
cammina nellaria
sottesa ad un filo
cangiante di mosto lunare
silente il suo passo
si ricopre d’edera
per nascondersi
e nel cielo dissolversi
per contemplare
la divina posa
del risorto suo amante.

Per dar modo a chi non ha ancora letto il libro di farsi un’idea delle liriche di Sahageua, inserisco la poesia di apertura, Arcanto, dove, attraverso i sogni, comincia un viaggio nei sentimenti e nelle emozioni che ognuno di noi può provare.
E per far meglio comprendere le caratteristiche della poesia riporto anche la parte iniziale della prefazione di Flavia Weisghizzi al volume Del tempo del’incanto.

Segnalo inoltre che, se qualcuno volesse leggere altri scritti di Sahageua, sul forum si trovano la poesia Solitudine e il racconto La storia del vento.

Prefazione

La poesia di Sahageua Panichelli si muove nel mondo dell’Arcanto, che diventa in questa raccolta un luogo mitico e ideale. In effetti il richiamo alla mitologia, per personaggio, situazioni, avvenimenti narrati è continuo e costituisce il paesaggio mentale in cui si muove il mondo concettuale dell’autrice, contrapponendosi così a una realtà che ben poco entra in questa raccolta.
Il viaggio di Sahageua è infatti totalmente ideale e si muove in percorsi onirici e notturni.
L’amore, la ricerca del sé e la notte sono i temi principale attorno ai quali ruotano le poesie di Del Tempo Dell’Incanto ma già dal titolo è possibile dedurre una serie di riflessioni su queste composizioni.
Per prima cosa il tempo dell’incanto è il tempo sospeso in una dimensione acronica e astorica, slegata quindi da qualsiasi accadimento e quotidianità.
E’ un tempo che è causa efficiente di se stesso, origine e conseguenza di tutto.
Questa scelta decreta l’apertura di un universo intellettuale che chiede di essere scoperto e rispettato, escludendo ogni possibile dubbio.
Sahageua Panichelli ci apre il suo giardino segreto, a noi attraversarlo con prudenza.

Arcanto

Il tuo tempio mi scruta
dalle porte s’annuncia
una lieve luce
cinta da oscurità
il mistero mi si rivolge
con flebili mani soavi
e salgo le prime scale
la tua figura celata
si china lievemente
ed è amante
ora la luce intorno a Te
leggera si rotola
nei mari segreti
delle Tue essenze immortali
e bacio il Tuo petto
nel segreto del mio amore
ancora un passo
ed entro in Arcanto
lasciando il mondo
e le sue pene fatali.

Scritto da Mac La Mente

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